Top 15 – I migliori album Gothic Metal dal 1991 al 1995

Definito a volte erroneamente come un punto di incontro tra l’hard’n’heavy e la darkwave, il gothic metal si è in realtà sviluppato nel corso degli anni come un genere piuttosto indipendente e vario, il cui denominatore comune è da vedersi nelle sonorità malinconiche ed eleganti legate a dei testi spesso di carattere spirituale o erotico-amoroso. Gli anni’90, ben più creativi di quanto non siamo portati a pensare, videro in qualche modo la nascita del genere. L’album “Gothic” dei Paradise Lost, classe 1991, introdusse questo termine per descrivere la visione lenta e decadente che gli inglesi avevano del death metal, ma ricordiamo che già dalla fine degli anni’80, l’Inghilterra, ma non soltanto, vantava una scena piuttosto ampia di musicisti che parteciparono alla definizione di questa facciata intima e notturna della musica metal. Se il death diede l’input alle band britanniche, lo stesso si potrebbe dire per il black in Svezia, con le nuove sonorità di Katatonia e Tiamat, il doom e il punk negli Stati Uniti, dove i Type O’Negative stavano per dare un bello scossone alla scena alternativa.

Ci piace pensare che in fondo, sia un po’ tutto nato per caso e il termine abbia superato lo scoglio del tempo diventando la definizione di una precisa costola dell’universo metal. Fu in particolare nella seconda metà del decennio che il gothic divenne un genere di un certo richiamo mediatico e molte band vi si dedicarono nelle sue varie sfaccettature (come ogni branca del metal, riusciva a incastrarsi un po’ con tutto): quelle sinfoniche, estreme, progressive, elettroniche. Gli anni dal 1990 al 1995 videro invece molti ensemble definire i canoni del sound, evolvendolo da un preciso background di appartenenza. In questo speciale, Metallus.it ha selezionato per voi quindici titoli tra i più rappresentativi usciti tra il 1991 e il 1995. (Andrea Sacchi)

Top 15 – I migliori album Gothic Metal dal 1991 al 1995


ANATHEMA – The Silent Enigma (Peaceville Records, 1995)

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Il secondo album degli inglesi Anathema vede già l’inclusione dei primi elementi sognanti e progressive che verranno man mano sempre più assimilati ed esplorati dalla band: “The Silent Enigma” è un lavoro assolutamente non facile, anche per gli esperti del settore, in quanto ha in sé un’oscurità di base che ammanta tutto e rende ogni nota un chiaroscuro in grado di suscitare emozioni paniche da “Restless Oblivion” alla finale “Black Orchid”, attraverso composizioni come “Sunset Of Age” che se a volte sono difficili da assimolare acquistano valore grazie ai testi, assolutamente imprescindibili per questo CD, e ai delicati contributi femminili (“…Alone”). Fregi sonori barocchi in grado di rendere belle stanze spoglie e malinconiche, attraverso l’operato di questi architetti sonori sopraffini. (Fabio Meschiari)


CREMATORY – Illusions (Massacre Records, 1995)

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La sobrietà, si sa, non fa esattamente denominatore comune con il concetto di “goth” apprezzato in Germania. Non è un caso dunque se molte band di quella zona si siano spostate nel corso del tempo verso sonorità elettroniche e laccate. Nemmeno i veterani Crematory sono sfuggiti a questa tendenza (con risultati più o meno positivi), tuttavia, per buona parte degli anni’90, Felix Stass e compagni di avventura sono stati forieri di una commistione tra death metal e gothic piuttosto personale e interessante. Per quanto forse non sia un capolavoro, “Illusions” è sotto molti aspetti un ottimo esempio di questo ibrido. I suoni sono spigolosi e quadrati , il loro incedere è molto regolare e fa leva sulla potenza esecutiva, ma vi è anche un piacevole chiaroscuro emozionale che lima agli angoli la fisicità del sound, assicurato dagli inserimenti di piano. Per quanto i Crematory abbiano esplorato le derive del goth in lungo e in largo con risultati non sempre brillanti, “Illusions” resta una buonissima prova, che trova i climax in “My Way”, con un giro di tastiere irresistibile e nella drammatica “Sweet Solitude”. (Andrea Sacchi)


THE GATHERING – Mandylion (Century Media Records, 1995)

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Oltre a rappresentare un disco fondamentale nel percorso artistico dei The Gathering, Mandylion è anche il primo album della band olandese che mostra al mondo lo straordinario talento della cantante Anneke van Giersbergen, qui al suo debutto con il combo di Oss. Grazie anche all’interpretazione della bravissima vocalist, il gothic metal dei nostri risulta più variegato e delicato e meno cupo e tetro di quello di buona parte dei gruppi del periodo. Tutti i pezzi del platter, di durata sostenuta, beneficiano infatti di un’atmosfera sognante e rarefatta che li rende particolari e inconfondibili. “Strange Machines” ci fa subito calare nell’universo del disco per merito dell’enfatica interpretazione di Anneke, ma anche in virtù dell’ottimo lavoro di tutta la band nel tessere trame magniloquenti e al contempo intime; dall’ariosa “Eleanor” alla sperimentale “In Motion #1”, dalla dolce “Leaves” all’orientaleggiante title track, dalla suite “Sand And Mercury” alla malinconica “In Motion #2” ogni traccia contribuisce a creare un quadro dalle mille sfaccettature che costituisce uno dei lavori più personali e raffinati della decade. (Matteo Roversi)


KATATONIA – Dance Of December Souls (No Fashion Records – 1993)

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Primo album vero e proprio per I Katatonia, questo “Dance Of December Souls”, che segue un esordio su EP dalla quale viene ripresa “Without God”, rallentandola e rendendola più malinconica: la malinconia, unita a una presunta semplicità di fondo (da molti scambiata per ridondanza eccessiva) e alla capacità di dare un cosmico afflato di mistero ad ogni traccia, come dall’intro “Seven Dreaming Souls” o come in “Velvet Thorns (Of Drynwhyl)”, dove si unisce al senso di sinistra disperazione che si trascina per quasi quindici minuti, è il denominatore comune del gruppo. La capacità del combo è quella di riuscire a creare il giusto clima in canzoni particolarmente lunghe, come “Tomb Of Insomnia”, permeata di echi death ma ben ancorata al doom, ed essere convincenti nelle parti strumentali, come nella chiusura affidata a “Dancing December” o nell’intermezzo “Elohim Meth”.Un caposaldo del gothic, uno dei primi vagiti della band, destinata a trasformarsi e diventare una creatura di massimo splendore in grado di ammaliare sotto ogni punto di vista. I brani migliori: “Gateways Of Bereavement” e “Velvet Thorns (Of Drynwhyl”. (Fabio Meschiari)


LACRIMOSA – Angst (Hall Of Sermon, 1991)

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“Angst” è il primo album realizzato dai Lacrimosa nel 1991 e all’epoca l’ensemble era composto solo dal factotum Tilo Wolff, unico compositore e leader indiscusso della band. Questa opera prima si differenzia molto da quanto siamo soliti ascoltare rispetto alle ultime produzioni del gruppo in quanto lo stile è assolutamente minimale, lento e dominato dalle tastiere e dalla teatrale voce di Tilo che da sempre è il punto di riferimento della formazione tedesca. Quello che emerge già dall’esordio è la drammaticità che sprigionano le composizioni e quella narrazione sonora malinconica ed evocativa presente quì allo stadio embrionale che poi porterà il gruppo ad una naturale evoluzione nei lavori successivi. Apici qualitativi di questo platter sono l’evocativa “Requiem”, un tetro e fragile viaggio all’interno dell’animo umano, la più sognante e strumentale “Lacrima Mosa” e “Der Kerzer” uno dei punti massimi dell’espressività sonora di questo “Angst”. (Eva Cociani)


LAKE OF TEARS – Headstones (Black Mark Production, 1995)

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Gli svedesi Lake Of Tears sono una realtà di settore un pizzicio sottovalutata e non celebre come alcuni illustri colleghi, ma di certo interessante. Attivi fin dai primi anni’90, i nostri debuttano sulla lunga distanza con “Greater Art”, un disco discreto ma non fondamentale che si allineava alle release di matrice doom/death dello stesso periodo. Dal successivo “Headstones” però, il gruppo inizia a lavorare su di una formula personale, offrendoci una visione del gothic metal piuttosto caratteristica. Il platter fa propri degli elementi vagamente progressive rock e sonorità epiche dove il cantato abbandona spesso il growl a favore del crooning, in un buonissimo equilibrio tra orecchiabilità e potenza esecutiva. Episodi da ricordare sono “Raven Land”, dove potremo ascoltare un intenso dialogo tra chitarra e tastiere e ancora la ballad che dà il titolo all’opera. Su tutto, la voce intensa di Daniel Brennare. Anche i Lake Of Tears esplorarono in seguito numerosi filoni del goth compresa l’elettronica per poi tornare sui propri passi, lasciando comunque il picco della loro inventiva nella seconda metà degli anni’90. (Andrea Sacchi)


MOONSPELL – Wolfheart (Century Media Records, 1995)

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Oltre 20 anni e non sentirli. L’esordio dei Moonspell è certamente uno di quelli da ricordare, e con “Wolfheart” la band portoghese dimostra al mondo che il gothic metal è un genere che può sposarsi assai proficuamente anche con i colori, le atmosfere, i paesaggi dell’Europa meridionale, non solo con le fredde lande scandinave. L’album è un forziere ripieno di gioielli, che i portoghesi guidati dalla voce profonda di Fernando Ribeiro stanno riproponendo proprio in questi mesi nella sua quasi totale interezza, insieme al successivo “Irreligious”, per festeggiare i vent’anni di carriera della band. Brani come “Wolfshade (A Werewolf Masquerade)”, “Love Crimes” e “An Erotic Alchemy” dimostrano una notevole complessità compositiva, che amalgama le cupe atmosfere del genere ad elementi più propriamente doom, ma senza mai dimenticare l’importanza di una melodia quasi ipnotica. “Lua D’Inverno” e “Trebaruna”, invece, rappresentano il lato più folk del disco, aprendo la strada a quella che rimarrà una delle principali caratteristiche dei Moonspell. Tra i capolavori di “Wolfheart”, e di un intero genere, spicca senza dubbio la magnetica “Vampiria”, un manifesto, un inno al genere gothic, a riprova del fatto che i vampiri, quelli veri, possono camminare anche sotto il sole del Portogallo. (Ilaria Marra)


MY DYING BRIDE – The Angel And The Dark River (Peaceville Records, 1994)

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Si dice che il terzo studio album sia in qualche modo la prova definitiva, il lavoro con il quale si sarà ricordati e che diventerà metro di paragone nel futuro. Questo è vero in modo particolare per i My Dying Bride e per il loro “The Angel And The Dark River”, un surrogato di emozioni plumbee che chiudono la porta ad ogni possibile spiraglio di luce. Il platter risente ancora del retaggio doom/death naturalmente, le chitarre e la sezione ritmica procedono regolari e con durezza, ma le atmosfere cambiano. Il pianoforte e il violino di Martin Powell non sono più un semplice accompagnamento, bensì uno strumento perfettamente integrato nei paesaggi invernali della Sposa Morente. La voce di Aaron Stainthorpe matura parecchio; è algida, distante, eppure carica di pietà per quel genere umano condannato alla sofferenza che la magnifica “The Cry Of Mankind” (ancora oggi uno dei brani più apprezzati dai fan della band), esprime alla perfezione. Sei canzoni dal minutaggio lungo e di una bellezza devastante, tra cui vogliamo citare ancora “A Sea To Suffer In”, dall’incantevole dialogo tra piano e violino, drammatica e ossianica. Un album imprescindibile per chi segue il genere. (Andrea Sacchi)


ON THORNS I LAY – Sounds Of Beautiful Experience (Holy Records, 1995)

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La malinconia del gothic metal arriva naturalmente anche nel bacino mediterraneo e tra le band degne di nota in questa zona geografica, vogliamo ricordare gli ateniesi On Thorns I Lay. Benchè non celebri come altri ensemble del settore, i greci debuttarono nel 1995 con “Sounds Of Beautiful Experience”, un disco maturo e con molte buone idee. Il pregio di questo gruppo sta nel fatto di aver assimilato da un lato la lezione dei padri britannici (Paradise Lost, Anathema, My Dying Bride) e dall’altro di tentare un approccio personale con l’ausilio di influenze che si rifanno direttamente al post-punk e alla darkwave. Lo notiamo nel malinconico pout-pourri che mischia ritmiche lente e serrate ad aperture melodiche più ariose, dove le chitarre di Chris Dragamestianos (anche tastierista) si prodigano in riff lunghi e distorti, mentre il profondo growl di Stefanos Kintzoglou si trasforma in un tono pulito, inquieto e sibilante che ricorda il Rozz Williams dei primi anni’80. Un album da riscoprire che trova i suoi highlights in “A Sparrow Dances” e nella languida “Rainy Days”. (Andrea Sacchi)


PARADISE LOST – Gothic (Peaceville Records, 1991)

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Percursori di stili e di generi i Paradise Lost con l’uscita di “Gothic”, il secondo album in studio fanno un ulteriore passo avanti rispetto al debutto aggiungendo al loro sulfureo e pressante doom metal delle melodie sinfoniche di tastiere nell’iniziale titletrack dove troviamo anche il cantato femminile a cura di Sarah Marrion intervallato al growl maschile. A differenza del precedente lavoro “Lost Paradise” ci troviamo al cospetto di composizioni meno lente e opprimenti caratterizzate da ritmiche più veloci intervallate da riff pesanti e quadrati come macigni, il tutto arricchito dalla voce potente e catacombale del bravo Holmes. Se “Dead Emotion” è un brano tipicamente doom metal caratterizzato da impetuosi e granitici riff a cura di Mackintosh, “Shattered” si allontana dal loro tipico trade mark sonoro in un brano in cui i riff oscuri e pesanti si incontrano con delle graffianti melodie che danno vita ad un doom metal dal forte impatto emotivo, una mosca bianca in questo platter e probabilmente il primo passo verso un’evoluzione stilistica che man mano si svilupperà nei successivi lavori. A “Gothic” non si può negare di rappresentare una pietra miliare nell’ambito del doom metal e della carriera dei Paradise Lost, ma anche di aver contribuito a dare il nome ad un genere come quello gothic che negli anni a seguire diventerà parte integrante della musica metal. (Eva Cociani)


PARADISE LOST – Draconian Times (Music For Nations, 1995)

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Dopo un’opera come “Icon” i Paradise Lost si affidano a una deriva ancora più gothic pubblicando “Draconian Times” nel 1995: un album che fa avvicinare alla parte più gothic anche i seguaci più intransigenti del metal tout court, grazie alle sublimi composizioni qui contenute, dodici tracce che si susseguono in maniera logica ed omogenea. Il trittico iniziale formato da “Enchantment”, “Hallowed Land” e “The Last Time” è di quelli che non lascia scampo, solo l’incipit di questa splendida opera gothic metal, pregna di melodia, pathos e malinconia, in grado di conquistare fin dal primo ascolto. L’evoluzione che i Paradise Lost hanno avuto dagli esordi è grandiosa, testimoniata da brani come “Once Solemn” e la conclusiva “Jaded”, degna rappresentazione di questo oscuro manifesto che oggi come ieri ammalia: momenti che ricordano i Black Sabbath (“Yearn For Change”) e sensibilità oscura che permea ogni nota, grazie alla voce di Nick Holmes, degno alfiere di questa band, che probabilmente segna con “Draconian Times” il punto più alto della carriera. (Fabio Meschiari)


SENTENCED – Amok (Century Media, 1995)

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Forse non tutti se lo ricordano, ma prima di conquistarsi una meritata fama planetaria con il loro peculiare gothic metal romantico e basato su tematiche tristissime e profondamente malinconiche, i Sentenced hanno esordito come band death metal. Non ancora capitanato dal carismatico Ville Laihiala, bensì dal rude Taneli Jarva, il gruppo finlandese ha realizzato tre dischi non ancora in linea con la formula che li ha portati al successo, ma comunque importanti per la sua evoluzione. “Amok” è proprio l’ultimo di tali album e costituisce già un notevole cambiamento prima della svolta definitiva rappresentata da “Down”. Il sound dei nostri, nonostante il cantato a tratti ancora in growl di Jarva, ha ormai abbandonato il puro death delle origini per abbracciare una proposta più melodica, accessibile e profonda, preambolo dell’ormai imminente virata gotica. Lampanti esempi di questo nuovo stile sono pezzi del calibro di “The War Ain’t Over!”, “Nepenthe” e “Dance On The Grave (Lil’ Siztah)”, brani che non a caso verranno riproposti dal vivo e immortalati nel DVD celebrativo “Buried Alive”, vero e proprio testamento della band. “Amok” non sarà insomma il capolavoro assoluto dei Sentenced e della scena gothic degli anni ’90, ma rappresenta un tassello fondamentale per entrambi nonché un disco di indubbia qualità. (Matteo Roversi)


THEATRE OF TRAGEDY – Theatre Of Tragedy (Massacre Records, 1995)

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L’omonimo debutto dei Theatre Of Tragedy è uno dei dischi più importanti e apprezzati non solo della relativamente breve carriera della band norvegese, ma dell’intero genere gothic metal. Il disco trova senza dubbio fra i tratti salienti della propria cifra stilistica il contrasto fra la melodiosa voce della preparata vocalist Liv Kristine e il poderoso growl del cantante Raymond Istvàn Rohonyi: tale contrapposizione, resa anche in musica dall’alternanza fra rocciosi riff di chitarra e studiate partiture di tastiera, rende il suono dell’ensemble di Stavanger un chiaroscuro unico nel suo genere che negli anni ha vantato innumerevoli tentativi d’imitazione. Il connubio fra momenti ariosi e segmenti oscuri assemblato dai nostri rappresentò infatti ai tempi una tecnica originalissima. Le varie “A Hamlet For A Slothful Vassal”, “To These Words I Beheld No Tongue”, “Hollow-Hearted, Heart-Departed”, “Sweet Art Thou” e “Dying: I Only Feel Apathy” sono ancora lì a dimostrarci il pionieristico lavoro dei Theatre Of Tragedy a distanza di più di quattro lustri, testimoniando l’assoluto valore del loro platter di debutto. (Matteo Roversi)


THE THIRD AND THE MORTAL – Tears Laid On Earth (Voices Of Wonder, 1994)

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I norvegesi The Third And The Mortal sono stati protagonisti di un percorso evolutivo costante. Soltanto il primo album “Tears Laid On Earth” è riconducibile alla sfera del metal, le release successive vedono invece il gruppo dedicarsi a una sperimentazione tra dream pop ed elettronica, con riferimenti ai Dead Can Dance e ai Sigur Ròs, chiudendo poi la carriera con “Memoirs” del 2002. La voce della musa Kari Rueslåtten è di certo la colonna portante dell’intero disco, un’interpretazione sentita e coinvolta la sua, che dipinge al meglio le sensazioni crepuscolari dell’album. “Tears Laid On Earth” è un insieme di sonorità piene di eleganza che poggiano su di un vasto bacino espressivo: doom melodico, folk, venature di psichedelia, in un crescendo emozionale continuo. I ritmi cupi del doom si rompono spesso per accogliere i dialoghi tra le tre chitarre, numerosi sono i momenti di respiro melodico grazie all’efficace intervento degli arpeggi e dei sintetizzatori. Ci sono album che si amano principalmente per il loro impatto emotivo e “Tears Laid On Earth” è senza dubbio uno di questi. La lacrimevole “Why So Lonely” e la notturna “Death-Hymn”, sono due gemme di torpore che conservano ancora intatta la loro bellezza. (Andrea Sacchi)


TYPE O NEGATIVE – Bloody Kisses (Roadrunner Records, 1993)

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Mentre i meandri più oscuri della vecchia Europa cullano tra le proprie braccia band dal sapore buio e decadente, una rivoluzione si sprigiona negli Stati Uniti, dove le strade di New York vedono comparire sulle scene i Type O Negative del mai troppo compianto Peter Steele. Con la spregiudicatezza di un gruppo di New York, questa leggendaria band unisce gothic metal, doom e una certa dose di punk rock, creando uno stile unico e destinato a fare la storia della musica. Il terzo disco dei Type O Negative si intitola “Bloody Kisses” ed è forse il più noto album della band, con perle musicali indimenticabili quali “Christian Woman”, “Black No.1 (Little Miss Scare-All)” o “Blood And Fire”. Questi gothic metaller newyorkesi segnano uno stravolgimento a tutti i livelli: i testi dissacranti di “Bloody Kisses”, al limite del blasfemo, celebrano la subcultura gothic, attaccano i detrattori della band e distruggono i principi cristiani con un’ironia sensuale e ammaliante. Il successo del disco è tale da innalzare i Type O Negative a simbolo e il frontman Peter Steele a sex symbol, come dimostra l’apparizione del 1995 sulla rivista “Playgirl”, in un famosissimo servizio fotografico che ricorda alla scena metal come anche le donne abbiano gli occhi per guardare. Non è facile tenere separati questa band, e questo disco, dall’immaginario simil-vampiresco che li circonda, una nuvola di luce e oscurità che dona a “Bloody Kisses” un sapore senza tempo. E non è forse questo, in fin dei conti, il vero significato del termine gothic? (Ilaria Marra)


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eva.cociani

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Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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