Top 15 – I Migliori Album Black Metal del 1991-1992

Lay down your soul to the Gods rock’n’roll…Black metal! Probabile che all’inizio degli anni’80, quei brutti ceffi di Newcastle noti come Venom, non avessero la minima idea di quale impatto musicale e culturale potesse avere la loro musicaccia. Eh già, perché i nostri non erano esattamente degli esecutori raffinati, eppure gettarono i semi per un movimento che negli anni a venire sarebbe diventato un fenomeno, se non di massa, di certo indistruttibile, raccogliendo schiere di devoti in tutto il mondo. La New Wave sguaiata e caciarona dei Venom fu presa sul serio, tanto che molte altre band la interpretarono in modo personale, mettendoci un tocco di malvagità del tutto inedito. Hellhammer, Celtic Frost, Bathory, Sarcòfago, i Bulldozer in Italia e i Mercyful Fate (per lo meno nelle atmosfere horror e nell’immagine di King Diamond) furono in qualche modo iniziatori di un percorso nuovo . Parliamo di gruppi ovviamente ancora influenzati dal metal classico e dai dettami dello speed/thrash, ma con una patina “noir” davvero disturbante per quegli anni. In questa mandata dobbiamo considerare anche i norvegesi Mayhem, in un certo senso più pionieri degli altri. Il demo “Pure Fucking Armageddon” (1986) e l’Ep “Deathcrush” (1987) stravolsero ulteriormente il concetto di estremo. Parlare di black metal così come lo conosciamo oggi sarebbe errato, ma di certo quel modo di suonare in modo volutamente minimale e malefico non lo si era mai sentito prima. E non un caso che il genere cominciò a diffondersi proprio in nord Europa, come fenomeno musicale ma anche sociale e di aggregazione. In particolare la carismatica figura di Euronymous, il controverso e carismatico leader dei Mayhem, seppe riunire intorno a sé molti membri della scena nascente e forse mai come allora, un genere musicale diventò un viatico di espressione della ribellione giovanile in modo tanto violento ed aggressivo.

Il black non era solo una musica “contraria”, era anche uno stile di vita. Lo si paragonò al punk, ma a sua differenza non si lasciò edulcorare facilmente dal music business, per lo meno non nella sua fase primigenia e “pura”. Certo quegli adolescenti autori di atti vandalici che sfociarono purtroppo anche in omicidi, mischiavano in modo molto confuso satanismo, paganesimo e nazionalismo in un calderone che tuttavia traboccava di creatività. E fa sorridere pensare a come alcuni sedicenti critici cercassero ancora messaggi subliminali nella musica degli Iron Maiden e dei Motley Crue quando avevano sotto al naso delle vere e proprie preghiere sataniche. Beninteso, il black metal non fu esclusivamente un fenomeno norvegese e nordeuropeo. Favorito dal modo in cui le culture underground sapevano spandersi a macchia d’olio (e all’epoca, Internet non c’era ancora!), si diffuse anche nel resto d’Europa, in America e (anche se con minore intensità) in Asia, restando un movimento orgogliosamente sotterraneo e spesso fondendosi con le tradizioni storico-musicali delle differenti aree geografiche. Era l’inizio degli anni ’90 e la sua popolarità, nonché gli ammorbidimenti a cui andò incontro una volta che il music business volle impadronirsi dei suoi lati più melodici e romantici, dovevano ancora arrivare. All’epoca il black metal non piaceva a nessuno, nemmeno alla stampa specializzata che spesso liquidava i dischi additando le produzioni fangose e le esecuzioni prive di troppi tecnicismi. Ma in breve il genere avrebbe rivelato tutte le sue potenzialità e la sua capacità di non estinguersi contaminandosi con altri stili musicali fino a creare ibridi del tutto sorprendenti.

Noi di Metallus.it vogliamo portarvi in questo mondo con una serie di speciali, commentando i dischi più rappresentativi di alcune annate. Certo qualche taglio è necessario, ma come al solito speriamo di fornirvi un piccolo ed utile supporto enciclopedico, sia per chi già conosce il genere, sia per chi (a suo rischio e pericolo) voglia avvicinarvisi. In questa prima parte:

I 15 MIGLIORI ALBUM BLACK METAL 1991-1992


 

Rotting Christ - Passage_to_arcturoROTTING CHRIST – Passage To Arcturo

(Decapitated Records, Maggio 1991)

Prima che tutto il mondo identificasse nella parola black metal quasi esclusivamente quello che usciva dalla scandinava, la tradizione del genere aveva attecchito con radici forse ancora più profonde nella scena mediterranea, con band capaci di dare una propria impronta originale all’insegnamento arrivato dagli anni ottanta. Tra questi sono sicuramente da segnalare i greci Rotting Christ, vera top band proveniente da quello che fu il Mare Nostrum. “Passage To Arcturo” ci offre uno spaccato di quello stile più lento e variegato, cupo e atmosferico, che caratterizzava una visione alternativa alla gelida brutalità nordica. Una fiamma nera percorre canzoni come la classicissima “Forest Of NìGai” o la magica “The Mystical Meeting”, ma qui il calore avvolgente di una tradizione millenaria rimane palpabile. Sicuramente un disco ancora acerbo, come tutti quelli di questi anni, ma anche ricco di fascino che ha resistito al passaggio degl anni. (Riccardo Manazza)


02 Samael Worship HimSAMAEL – Worship Him

(Osmose Productions, 1 Aprile 1991)

Un posticino tra i pionieri del black metal bisogna riconoscerlo anche agli svizzeri Samael. Per quanto oggi siamo soliti avvicinare il gruppo a sonorità estreme evolute e dai tratti elettronico/avanguardisti, l’esordio dei fratelli Locher (meglio noti come Vorph e Xytras) resta senza dubbio una delle prime testimonianze del genere. Classe 1987 e già autori di una ricca demografia (oltre all’Ep “Medieval Prophecy”, 1988) i Samael propongono sonorità per forza di cose figlie degli Hellammer e dei Celtic Frost, ma con un approccio ancora più maligno. D’altronde, un titolo come “Worship Him”, lascia pochi dubbi su chi il gruppo stia adorando. Per dirla tutta l’album non è propriamente un capolavoro, anzi. La produzione è amatoriale e la band si arena su strutture ricorsive che alternano cadenzati doomish ad accelerazioni. Tuttavia, episodi come la diabolica preghiera “Worship Him” e la frostiana “Into The Pentagram” restano dei buoni esempi di come il genere si stesse sviluppando anche al di fuori dell’area geografica nordeuropea. (Andrea Sacchi)


03 Marduk Fuck Me JesusMARDUKFuck Me Jesus

(Autoprodotto, Giugno 1991)

Il primo malefico vagito dei Marduk. Uscito nel 1991 come Demo e divenuto poi famoso per il delicatissimo artwork della suora alle prese con l’utilizzo “maldestro” di un crocifisso, “Fuck Me Jesus” è un lavoro che deve ancora molto al death metal, sia nei vocalizzi di Dread (Andreas Axelsson) sia musicalmente, con il riffing di Morgan Hakansson che deve ancora trovare una sua via, a metà tra tuonate death e gelo black metal metal. Notevole però la professionalità di questo “demo”, lontana dai lavori decisamente più rozzi e artigianali di molte altre band nate e sviluppatesi in quel periodo. Non a caso al mixing troviamo già un certo Dan Swano. Negli anni successivi “Fuck Me Jesus” sarà ristampato in diverse versioni con alcune bonus track (“Dark Endless” e due cover dei Bathory: In Conspiracy With Satan e Woman of Dark Desires). Cultissimo e amatissimo dai fan della band. (Tommaso Dainese)


04. Sadistik Exekution -The MagueSADISTIK EXECUTION – The Magus 

(Vampire Records, Novembre 1991)

Grezzi e violenti come nessun altro. Gli australiani Sadistik Execution non hanno mai forse cercato deliberatamente di associare la loro musica al termine black metal, ma di certo l’influenza sul concetto comune del genere è stata innegabile. “The Magus” esce nel 1991, anno in cui l’estremo era ancora rappresentato dalla scena death o dall’eredità del thrash anni ottanta, e ben poco era emerso dall’underground più oscuro. La band di Rok infettò l’intera cultura sotterranea con un lavoro totalmente brutale, capace di miscelare in modo incredibilmente (e forse involontariamente) lucido la cattiveria atavica del black/thrash/death e l’estremismo minimale che ancora oggi anima il ramo più bestiale del black metal (pensate alla loro influenza sulla scena australiana e anche asiatica). Un disco magari non perfetto, ma una vera sberla! (Riccardo Manazza)


05. Master's Hammer - RitualMASTER’S HAMMER – The Ritual 

(Monitor, 1991)

Non solo profondo nord e mediterraneo, anche l’Europa dell’est ha avuto i propri grandi miti che hanno dato lustro al metal occulto ed estremo. Tra questi un posto importante lo occupano i cechi Master’s Hammer, in sella sin dal 1987 e arrivati proprio ad inizio decennio a confezionare un disco come “The Ritual” che per idee e maturità artistica è forse uno dei migliori di questa carrellata. La band di Praga aveva infatti già sviluppato un proprio stile unico, in bilico tra estremismo ritmico, melodia stravagante e un profondo senso di oscurità che in alcuni passaggi già anticipava l’evoluzione verso l’avanguardia del genere, il gothic estremo e l’uso della componente sinfonica. Un risultato straordinario, concretizzato in una lista di song davvero varia per tipologia e sempre di buona qualità. Si passa infatti con naturalezza dalla velocità di una violenta “Jama Pekel”, alle aperture armoniche dall’incedere doomish ed epico di “Pad Modly”. Una via che subito divenne ancora più stupefacente con il successivo “The Jilemnice Occultist”, definibile senza ombra di dubbio come uno dei lavori più originali dell’epoca e ormai difficile da inserire in una categoria ristretta come quella puramente black metal. (Riccardo Manazza)


06. Darkthrone-A-Blaze-In-The-Northern-SkyDARKTHRONE – A Blaze In The Northern Sky

 (Peaceville Records, 26 Febbraio 1992)

Anche I Darkthrone furono una band fondamentale per lo sviluppo di quel nuovo concetto di musica estrema che confluì nel black metal. Anch’essi vicini alle vicende dell’Inner Circle, i Darkthrone nacquero come Black Death nel 1986, per poi cambiare nome l’anno successivo. Il primo album “Soulside Journey” è ancora pesantemente debitore al death metal. Quasi paradossale come un disco d’esordio fosse più tecnico e ragionato se paragonato a quanto arrivò dopo. “A Blaze In The Northern Sky” cambia tutte le carte in tavola. L’evoluzione decisa dalla band è qualcosa di nuovo, all’epoca indigeribile persino per i metallari duri e puri, ma di certo diede uno scossone alla scena. L’album è “black metal” in un senso onnicomprensivo: nelle tematiche antireligiose, nello stile musicale e anche in quello iconografico, come si può osservare dalla copertina. Canzoni che esprimono una rabbia belluina e prive di compromessi, pochi, quasi assenti i momenti di respiro. La voce di Nocturno Culto è agghiacciante, la batteria, potentissima, di Fenriz, solo raramente si concede di decelerare. Benché a tratti le influenze death emergano ancora, la tecnica esecutiva è volutamente ridotta all’osso, tutto a vantaggio del feroce impatto emozionale e di una malignità mai sentita prima. Se vi stavate chiedendo se un tempo il black metal facesse davvero paura, ascoltate la titletrack e “The Pagan Winter”. (Andrea Sacchi)


07. Sabbat EvokeSABBAT – Evoke

(Evil Records, Marzo 1992)

I Sabbat che simpatici giapponesi. Praticamente i Venom giapponesi, la band è tra le primissime della seconda ondata black metal, quella più nera e in grado di definire in modo definitivo il genere. “Evoke” è il secondo album della band che solo l’anno precedente pubblicava “Envenom” ne nel 1992 finalmente solidifica la propria lineup, con l’entrata di Temis Osmond che diventerà poi l’ascia storica della band. “Evoke” è un lavoro che risente ancora molto della approccio rock’n’roll dei Venom ma anche della lezione dei primi Celtic Frost / Hellhammer. Il sound però è già chiaramente più evoluto verso un black metal moderno, quello anni ’90, senza però la fredda malvagità scandinava. A differenza di Hellhammer e Venom però, i Sabbat capitanati dall’inarrestabile Gezol, sanno suonare, cosa non banale, anche grazie a 8 anni di carriera alle spalle. Basti ascoltare la strumentale “Sabasius“. Unico neo dell’album è l’eccessiva lunghezza, quasi 50 minuti sono forse troppi per risultare incisivo e letale. Forse non uno dei capolavori del genere, ma un lavoro importante per la scena black giapponese. La band poi, in pieno stile nipponico, si perde in infinite uscite discografiche tra EP, live album, bootleg più o meno ufficiali, split improbabili e altri progetti, sfornando anche dei discreti album che ricalcheranno lo stile forgiato con “Evoke“. Molto cult. (Tommaso Dainese)


08. Burzum_-_Burzum

BURZUM – Burzum

(Deathlike Silence Productions, Marzo 1992)

Varg Vikernes è stato di certo uno dei personaggi chiave nello sviluppo della scena black metal norvegese e non soltanto per aver animato la cronaca nera. I tristi fatti legati alla sua figura sono ben noti, noi vogliamo parlarne da un punto di vista strettamente musicale. In questo senso “Burzum” è per molti aspetti un album innovativo e coraggioso, uno dei dischi che per primi suona “black metal” senza intrusioni da parte di altri sottogeneri, con quei riff sporchi, vorticosi, arpeggi e distorsioni portate volutamente all’eccesso. E attenzione, qui non si parla di Satana. Il Conte proponeva tematiche prettamente folcloristiche e pagane, spesso di natura introspettiva e spirituale. Per quanto l’album fosse suonato con uno stile minimale, Varg Vikernes riusciva a creare emozioni forti. “Burzum” è agghiacciante, freddo e non lascia filtrare nemmeno uno spiraglio di luce. Un album carico di tristezza e rabbia che lascia alcune brevi concessioni alla melodia e alla musica ambient adottata successivamente (purtroppo con scarsi risultati), come dimostrano la strumentale “The Crying Orc” e l’emozionante “Channeling The Power Of Souls Into A New God”. Canzoni come “Ea, Lord Of The Dephts” e “My Journey To The Stars”, statica la prima, aggressiva e rozza la seconda, restano urla di ribellione incontrollabile difficili da imitare. (Andrea Sacchi)


09 Immortal - Diabolical FullmoonIMMORTAL – Diabolical Fullmoon Mysticism

(Osmose Productions, 1 luglio 1992)

Un esordio ancora parecchio acerbo per gli Immortal, inficiato per di più da una produzione inascoltabile. Eppure, Abbath e Demonaz ebbero un ruolo non indifferente nello spianare la strada a un black metal potente e dalle vesti epiche, per quanto “Diabolical Fullmoon Mysticism” soffri ancora dell’inesperienza dei suoi autori, all’epoca poco più che adolescenti. Un panorama lirico che tributa la grandezza della natura e solo limitatamente relativo all’anti-religiosità, porta il gruppo alla stesura di brani dal minutaggio a volte lungo e di certo dalle strutture ancora grezze e ricorsive, ma già pregiate dalla voce rabbiosa ma evocativa di Abbath e dai riff di chitarra, che in alcuni punti accennano a passaggi melodici, di Demonaz. Per quanto “The Call Of The Wintermoon” sia stato più volte oggetto di parodie (il video è inguardabile, ma consideriamo l’epoca e il budget) resta uno dei pezzi più intensi ed evocativi del lotto, insieme alla conclusiva “A Perfect Vision Of The Rising Northland”, che nei suoi nove minuti di durata introduce rallentamenti solfurei e leggere concessioni melodiche che ne valorizzano la natura epica. (Andrea Sacchi)


10. Impaled Nazarene - Tol CromptIMPALED NAZARENE – Tol Cormpt Norz Norz Norz…

(Osmose, 1 novembre 1992)

Totale follia. Gli Impaled Nazarene sono da sempre una delle schegge impazzite del black metal, frutto della mente malata di Mikka Luttinen. “Tol Cormpt Norz Norz Norz…” (in inglese “All Shall Be Numbered Six Six Six…) è il primo full length della band, uscito a fine 1992 in grado però di presentare una band che è già padrona dei propri mezzi. Se il genere è quello del black metal, l’attitudine è quella punk anarchica e grind. Nell’album di poco meno di 30 minuti si alternano brani completi, ad intermezzi dove possiamo “assistere” a orge, evocazioni e quant’altro di oscuro, malefico e disturbante possa venire in mente. E’ un album da ascoltare tutto d’un fiato. Difficile trovare dei veri highlight nelle 17 tracce di “Tol Cormpt“, album anche questo che risente di una certa influenza death frutto del momento storico, ma comunque ben orientato alla malvagità black, soprattutto grazie allo screaming di Mikka. Disturbante. (Tommaso Dainese)


11. ROOT - The Temple Of The UnderworldROOT – The Temple Of The Underworld

(Monitor, Dicembre 1992)

Quella dei Root è una storia un po’ a parte. Nati tre anni dopo i Mayhem e provenienti da Brno (Repubblica Ceca) nell 1992 sono già al terzo album, senza contare i vari singoli e demo usciti a fine anni ’80, e il sound inizia già progressivamente a distaccarsi dal feroce approccio black metal. Definibile come un epic dark metal o epic black metal, “The Temple Of The Underworld” segna un ulteriore distacco dal black canonico e brutale, soprattutto grazie alla prestazione di Big Boss, leader della band, che alterna lo scream con il cantato pulito, dando una solennità ai brani che ritroveremo poi in certe cose degli Ancient Rites qualche anno più tardi. In certi momenti come la bellissima  “Aposiopesis” fanno addirittura capolino chitarre acustiche, creando un sound più vicino all’heavy, quasi hard rock in certi momenti. La successiva “The Solitude“, vive invece di synth e tastiere, rimandando ad atmosfere medievali e rarefatte. Tra i brani impossibile non citare “The Wall“, quasi 8 minuti di cavalcata heavy black. Un sound certamente unico, con una commistione di generi non comune e una libertà compositiva sottovalutata poi negli anni. Questa è stata poi la caratteristica portante di una band che non si può non inserire nel filone black per via di ideologia e tematiche ma che si distacca per molti aspetti dai suoi stilemi.  Un album da riscoprire. (Tommaso Dainese)


12 MARDUK – Dark EndlessMARDUK – Dark Endless

(No Fashion Records, Dicembre 1992)

Se da lì a qualche anno diventeranno un punto di riferimento inevitabile per ogni amante del black metal nordico, gli svesedi Marduk nel 1992 erano ancora una band con entrambi i piedi ben piantati nell’underground più profondo. “Dark Endless” è la prima uscita sulla lunga distanza della band e presenta un sound ancora definibile in parte immaturo, legato ancora agli schemi e alle melodie del death scandinavo e comunque capace di distaccarsi quel tanto che bastava per lasciar intravedere la personalità che in futuro avrebbe fatto la differenza. Non mancano di fatto velocità e riffing gelido, alternati con passaggi rallentati. Miscela che funziona soprattutto in canzoni come “Still Fucking Dead (Here’s No Peace)” o “Within The Abyss”, ma è indubbio che in più punti rimanga l’idea che il songwriting dovesse essere messo ancora del tutto a fuoco. Inutile sottolineare che già con il successivo “Those Of The Unlight” l’intenzione stilistica della band sarebbe diventata ben più chiara. (Riccardo Manazza)


13 MORTUARY DRAPE – Into The DrapeMORTUARY DRAPE – Into The Drape 

(Decapitated Records, Dicembre 1992)

Quando si tratta di metal occulto ed estremo l’Italia non ha certo una tradizione inferiore a quella di altri paese. E se c’è una formazione che può incarnare in modo perfetto questa continuità nei primi anni novanta, sicuramente sono gli alessandrini Mortuary Drape. Questo Ep, uscito nel 1992, riassembla la tradizione italica e la rivede nell’ottica dell’estremo sonoro che faceva fremere l’underground dell’epoca (ricordiamo la troppo sottovalutata scena mediterranea). Ognuna delle canzoni qui incluse è diventato un piccolo classico, e poco importa se la registrazione e l’esecuzione non erano quanto di meglio si potesse sentire in giro, il feeling era quello giusto, con un bilanciamento perfetto di parti aggressive e una sensibilità unica per le melodie oscure, nonché un certo groove ritmico che rimane quasi del tutto assente ad esempio nelle band mittel e nord europee. Appare ovvio che “Into The Drape” debba essere presente in ogni collezione metal che si rispetti. (Riccardo Manazza)


14. samael_bloodritualSAMAEL – Blood Ritual

(Century Media, 1 dicembre 1992)

Naturale continuatore di “Worship Him”, il secondo studio album dei Samael non presenta differenze sostanziali da un punto di vista stilistico. La band svizzera propone un concetto di black metal primordiale ancora pesantemente influenzato dal thrash e dal doom attraverso ritmi lenti e costruzioni simili tra loro. “Blood Ritual” appare però già più maturo e meno confuso. Sono le atmosfere in particolare ad essere più lugubri e misteriose, generando un senso di antico ed esoterico. Insomma, quello che ci si aspetterebbe dal black metal propriamente detto. Canzoni come “Macabre Operetta” e “With The Gleam Of The Torches” sono spaventose e funeree, rese inquietanti dalla voce malata di Vorph, dai suoi riff lenti e scarni e dalla batteria martellante, quasi ossessiva di Xytras. Solo due anni più tardi arrivò “Ceremony Of Opposites”, reale dimostrazione di cosa i Samael sarebbero stati in grado di dare alla scena musicale contemporanea. Ma ne parleremo a tempo debito. (Andrea Sacchi)


15 Von Satanic BloodVON – Satanic Blood

(Autoprodotto, 1992)

Attenzione qui si entra nel culto più totale. Quella dei Von è quasi una leggenda, con un’attività durata 5 anni e un solo demo pubblicato ufficialmente: “Satanic Blood“, venerato, osannato come una delle gemme segrete del black metal. Quello dei Von probabilmente è uno dei casi in cui il mito prende il sopravvento sul contenuto, ma questo non toglie che “Satanic Blood” sia e resti una testimonianza unica. Intanto siamo negli Stati Uniti, Paese da sempre lontano a certe sonorità sviluppatesi poi con act più o meno famosi (Black Funeral, Leviathan, Xasthur). Se pensiamo all’assenza di internet e di una comunicazione rapida e efficace, capiamo perché un lavoro come “Satanic Blood” uscito a migliaia di chilometri di distanza dalla patria del black, sia un esperimento tanto riuscito quanto originale. La demo dura poco più di 20 minuti con 8 brani che raramente arrivano a 3 minuti. Nichilismo più totale, anche e grazie alle vocals malate di Goat, veri e propri latrati provenienti dall’oltretomba. E’ un modo di intendere il black metal radicalmente differente da quello scandinavo, ma la furia omicida di “Satanic Blood” e la genuinità rabbiosa dei Von anno 1992 sono una delle pagine immortali del black metal. Da segnalare in modo obbligatorio la presenza del  brano “Watain“, da cui il nome della band svedese di Erik Danielsson. Cosa curiosa, la demo viene incisa dal trio Goat, Snake e Kill, dopo l’abbandono da parte di Venien, tra i fondatori della band. Sarà però Venien a rifondare la band nel 2010, dando poi alle stampe anche due album. Sono fondamentalmente due band differenti, unite solo dal songwriting a cura di quest’ultimo. Il marciume vero comunque è tutto qui e “Satanic Blood” è tutto il necessario che dovete conoscere dei Von. (Tommaso Dainese)

Artwork Black Metal 1991-1992

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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  1. Ziltoid

    Convinto che nei Darkthrone a suonare la batteria fosse Fenriz e a cantare Nocturno Culto.

    Reply

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