Top 10 – I Migliori Album Alternative Metal dal 1991 al 1993

Gli anni ’90 sono stati di sicuro una fucina di nuove idee e un decennio che ha segnato la commistione fra diversi generi: di sicuro il primo triennio ha dato vita ad alcune delle uscite più interessanti in assoluto, in grado di porre le basi per una generazione successiva di lavori ispirati a queste tracce. Metallus ha deciso di andare a riproporre alcuni di questi album, posti sotto l’etichetta di “alternative metal”, che sconfinano nelle direzioni più varie.

Top 10 – I Migliori Album Alternative Metal dal 1991 al 1993


BLIND MELON Blind Melon (Capitol Records, 1992)

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Chi di noi non ricorda il mitico video di “No Rain” con la bambina vestita da Ape Maja e con le immagini della band mentre esegue il pezzo in mezzo al verde? Probabilmente un po’ tutti, ma i Blind Melon non sono solo questo, definiti erroneamente grunge dalla stampa dell’epoca la formazione capitanata da Shannon Hoon, noto anche per la sua amicizia con Axl Rose dei Guns N’ Roses (entrambi provenienti dall’Indiana) e per aver cantato le backing vocals in brani come “Don’t Cry” e “The Garden”, in realtà propone un particolarissimo alternative rock che ha come punto di riferimento le sonorità dei seventies e che ingloba al suo interno sia elementi blues che funky che lo rendono unico.

E tutto questo si sente fortemente nell’opener “Soak The Sin” e anche nella seguente “Tones Of Home” dai forti rimandi settantiani. Altro punto di forza è “Paper Scratcher” in cui vocalmente Hoon si avvicina ad un altro maestro dell’innovazione, Perry Farrell dei Jane’s Addiction in un brano dal forte impatto emotivo che conquista dal primo ascolto. Purtroppo sappiamo tutti che dopo la pubblicazione di “Soup”, il secondo album dei Blind Melon, Shannon muore a causa di una overdose di cocaina e questo tragico fatto chiude la carriera di una band davvero promettente e che sicuramente ci avrebbe regalato tante altre gemme. (Eva Cociani)


HELMET – Meantime (Interscope Records, 1992)

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E’ il 1992 quando gli Helmet, forti dell’esordio “Strap It On”, fanno uscire questa vera e propria bomba catalogabile come tutto e come niente: musicisti in grado di mettere a frutto le proprie doti (le chitarre di Page Hamilton e Peter Mengede, col suo stile metal-noise, la voce come carta vetrata del già citato Page, un basso cupo e che entra dentro come quello di Henry Bogdan, la secchezza della batteria di John Stanier –quel rullante, …-) al servizio di un ibrido acido, corrosivo, dilaniante connubio fra metal, noise, strutture sincopate e assoli schizofrenici che per 36 minuti percorrono le tracce di questo vera e propria prova di forza nervosa. L’iniziale “In The Meantime”, con la sua accordatura in dropped D, mette subito le carte in tavola e fa cadere ghisa al calor bianco sugli ascoltatori: essenziali, ossessivi, secchi e abrasivi, in grado di essere ficcanti e semplici come in “Unsung” o paranoici in “FBLA II”, gli Helmet suonano jazz-blues-core-metal-noise, prendendo un po’ da ciascuno di questi generi e frullandolo a 12.000 giri per farne uscire un nuovo ibrido, precursore di un modo di intendere la musica “alternativo”. (Fabio Meschiari)


LIFE OF AGONY – River Runs Red (Roadrunner Records, 1993)

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Agli inizi degli anni novanta ha preso piede una nuova scena musicale nella zona di New York e più precisamente a Brooklyn che da una parte ha visto l’affermazione di gruppi come i Type O’ Negative, nati dalle ceneri dei Carnivore e dall’altra da una nuova ondata di band hardcore tra cui i maggiori capostipiti sono stati i Biohazard. In mezzo a tutto questo fermento sono nati anche i Life Of Agony, una formazione che ha saputo inglobare tra le sue influenze la furia e il groove dell’hardcore, i suoni plumbei e oscuri tanto cari alla band di Peter Steele e poi un gusto per l’alternative che ha reso il loro debutto “River Runs Red” una pietra miliare del genere. A dar maggiore enfasi alle composizioni la voce del frontman Keith Caputo che specialmente nell’iniziale “This Time” è riuscito ad unire il mondo dell’hardcore con quello dell’alternative metal in un melting pot sonoro vincente. Non da meno l’energica e sofferta “Underground”, mentre con l’incalzante “Through And Through” caratterizzata da rallentamenti Sabbathiani accompagnati da accelerazioni di matrice hardcore si raggiunge l’apice di questo dischetto. (Eva Cociani)


MINISTRY – “ΚΕΦΑΛΗΞΘ  (Sire, 1992)

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L’inizio degli anni ’90 segnò l’apice del successo per i Ministry di Al Jourgensen. Il singolo “Jesus Built My Hotrod” portò la band di Chicago alla corte di MTV e il gruppo partecipò anche alla nuova edizione del Lollapalooza, Il festival alternativo dei nineties per antonomasia. Dagli esordi timidamente pop alle sperimentazioni industrial rock degli ottimi “The Land Of Rape And Honey” e “The Mind Is A Terrible Thing To Taste”, i Ministry arrivano a creare un sorprendente ibrido tra metal ed elettronica con ΚΕΦΑΛΗΞΘ, meglio noto con il titolo tradotto “Psalm 69”. Pochi synth e chitarre ben più graffianti, “Psalm 69” non è soltanto un disco potente ma anche straordinariamente giocato sulla forma canzone, perfetto equilibrio tra l’orecchiabilità delle basi elettroniche e la fisicità dell’hard’n’heavy. L’industrial metal, che in quel periodo aveva già messo radici, trova in “Psalm 69” una chiave di sviluppo ulteriore. Un disco che funziona benissimo in tutta la sua durata e privo di cedimenti, dove i momenti migliori sono, oltre alla citata “Jesus Built My Hotrod”, l’opener “N.W.O.”, solidissima e con un testo che denuncia i peccatucci dell’amministrazione Bush, la boombastica “Corrosion”, con tanta techno music e “Just One Fix”, ispirata alla scuola tedesca, frutto della collaborazione tra la band e lo scrittore William Burroughs. (Andrea Sacchi)


NINE INCH NAILS – Broken (TVT Records, 1992)

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A tre anni da un album di successo come “Pretty Hate Machine”, i Nine Inch Nails pubblicarono l’Ep “Broken” (noto anche come “Halo 5”), una prova sulla breve distanza ma carica di significato. Nonostante la TVT avesse chiesto a Trent Reznor di concentrarsi su di un sound più abbordabile, Il leader maximo dei NIN in tutta risposta virò verso delle sonorità ben più pesanti e affilate, influenzate dai Ministry (al disco collaborò anche Martin Atkins), dagli Skinny Puppy e dalle sperimentazioni dei Throbbing Gristle. Reznor lavorò al disco utilizzando numerosi pseudonimi proprio per evitare pressioni contrattuali e dopo la pubblicazione dell’album terminò ogni rapporto con la label.

Un platter breve ma forte e disturbante che trova i suoi highlight nerlla magnifica “Wish”, un pezzo pesantissimo e alienante ma con un incredibile groove e in “Happiness In Slavery”, che tra distorsioni al limite della noise e l’uso massiccio dei samples, fece scalpore per il video (naturalmente oggetto di censure) dove il performer masochista Bob Flanagan, completamente nudo, ha un rapporto con una macchina che prima gli provoca piacere, poi lo tortura e infine lo uccide. La promozione dell’album fu invece affidata a un cortometraggio diretto dal guru dell’industrial Peter Christopherson e presentato come snuff movie; la storia racconta di un uomo che viene rapito e seviziato mentre è costretto a guardare i videoclip delle canzoni dell’album. “Broken” resta un importante episodio di rottura nella musica di Reznor, il primo sorso di pozione che lo trasformò nel Signor Hyde di Mr. Self Destruct. (Andrea Sacchi)


PRIMUS – Pork Soda (Interscope, 1993)

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Insieme a “Sailing The Seas Of Cheese” rappresenta il punto più elevato della creatività della band di Lalonde e Claypool, ma, se possibile, “Pork Soda” è ancora più stravagante del suo predecessore. Le influenze zappiane (e di altre stranezze mutuate da personaggi come Captain Beefheart o Arthur Brown) e le storture ritmiche abbinate a suoni heavy si mischiano in modo perfetto per dare origine a canzoni del tutto stralunate e dall’impatto psichedelico come “My Name Is Mud”, “Bob” o “Welcome To This World”, ma non per questo il disco manca di una sua immediatezza. Non a caso “Pork Soda” arriva addirittura nella top ten americana, il che lascia onestamente interdetti, almeno se pensiamo a quali dischi oggi infestino le classifiche ufficiali. In fondo la forza della band fu anche questa, essere capaci di portare all’attenzione di molti una musica che chiunque avrebbe immaginato relegata agli ascolti di pochi pazzi. Un risultato che si capisce però perfettamente ascoltando l’impatto mostruoso di una “DMV” o l’ironia di una “Mr. Krinkle”. Grande band e grande disco. (Riccardo Manazza)


PRONG – Prove You Wrong (Epic Records, 1992)

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Il primo grande lavoro della band capitanata da Tommy Victor che riesce a svincolarsi dalle origini hardcore del primo CD ed attraverso due full length arriva a questo “Prove You Wrong”: in bilico fra thrash tecnologico, post-punk, industrial e groove che impazza, i Prong riescono a confezionare un insieme di tracce che possono dirsi veramente alternative, al di là del retroterra thrash-hardcore, partendo da lì come piattaforma sospesa per voli a 360 gradi nel campo della musica “pesante”. Fin dall’iniziale “Irrelevant Thoughts”, passando per la title-track e per le melodie (come quelle espresse in “Positively Blind”), la band riesce a convincere e diventando un piccolo grande culto, necessario da riscoprire se non è mai stato approfondito o da rispolverare nel caso si sia in cerca di un suono massiccio (la produzione di quei tempi è veramente un pugno in faccia, secca e potentissima) in grado di materializzarsi in strutture davvero avanti per i tempi ma che, come da miglior tradizione, verranno capite veramente a posteriori. (Fabio Meschiari)


SMASHING PUMPKINS – Siamese Dream (Virgin Records, 1993)

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“Siamese Dream” è il secondo album degli Smashing Pumpkins che esce nel luglio del 1993 quindi ci troviamo nella piena esplosione del movimento grunge, infatti la band viene definita da più parti come i “nuovi Nirvana” e questo sicuramente mette addosso al gruppo di Chicago parecchia pressione. In più va aggiunto che i rapporti all’interno della formazione non sono proprio idilliaci in quel periodo, infatti ai gravi problemi di dipendenza da eroina del batterista Jimmy Chamberlin e alla rottura della relazione amorosa tra la bassista D’arcy e il chitarrista James Iha si è aggiunta anche la depressione di Corgan con il successivo blocco compositivo. Ma la forza di una band si vede proprio nei momenti di maggiore difficoltà tanto che il disco debutta al decimo posto della classifica di Billboard e ne decreta il successo.

Per la produzione dell’album viene chiamato nuovamente Butch Vig, celebre per il suo lavoro su “Nevermind” dei Nirvana qui affiancato anche da Corgan stesso. Ovviamente il sound di “Siamese Dream” risente dell’onda d’urto sprigionata dal movimento grunge, ma non ne è succube infatti la particolarità di questo album è che al suo interno riescono a convivere diversi mondi e modi di vedere la musica. C’è l’anima psichedelica e quella più aggressiva e irruente dell’alternative rock di “Cherub Rock”, il primo singolo scelto, ma anche l’hard rock moderno di “Quiet”, oppure la romantica ed ispirata ballata “Luna” che mostra il lato più soft di Corgan. Un album questo “Siamese Dream” dai mille volti e dalle mille sfaccettature, sicuramente uno dei dischi più rappresentativi dell’alternative rock del 1993. (Eva Cociani)


TOOL – Undertow (Zoo Entertainment, 1993)

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Il primo full-length della tanto esigua quanto qualitativamente elevata discografia dei Tool non è solo uno dei capolavori messi a segno dalla fondamentale band di Los Angeles, ma anche un platter tra i più importanti album alternativi degli anni ’90. Con le sue atmosfere oscure e pesanti, “Undertow” ci spalanca per la prima volta le porte dell’intrigante universo musicale plasmato da Maynard James Keenan e soci. Le tracce che compongono l’opera sono praticamente tutte indimenticabili, qua ci limiteremo a citare alcune tra le più significative.

La opener “Intolerance”, interpretata magistralmente da Keenan, rappresenta un’introduzione tesa e aggressiva, i singoli “Prison Sex” e “Sober” sono originali e inquietanti al pari dei curatissimi video-clip realizzati per essi; “Crawl Away” parte tranquilla, ma poi si infuria e ci mostra tutta l’abilità dietro le pelli del batterista Danny Carey, la title track e la lunga “Flood” sono infine lampanti esempi di tutto l’estro compositivo di cui i Tool sono capaci. Possiamo insomma sostenere in piena tranquillità che il presente lavoro sia semplicemente uno dei migliori dischi metal in generale, senza limitarci alla categoria alternative del triennio 1991-1993. (Matteo Roversi)


WHITE ZOMBIE – La Sexorcisto: Devil Music Vol.1 (Geffen Records, 1992)

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“La Sexorcisto”, classe 1992, è certo uno degli album più rappresentativi di quei mattacchioni dei White Zombie, band apparsa alla metà degli anni’80 e dscisamente atipica se rapportata al resto della scena metal a cui si supponeva appartenesse. I suoi membri, guidati dal carismatico Rob Zombie, erano una sorta di hippies venuti dallo spazio, decisamente più stravaganti e colorati dei loro colleghi. Dopo un paio di album discreti ma non fondamentali, ancora parecchuio influenzati dalla noise e dal punk, “La Sexorcisto” scombina le carte in tavola. Irriverente concentrato di groove, thrash, elettronica e rock’n’roll, il terzo album dello Zombie Bianco presenta il gruppo nel suo versante più attuale, lo stesso su cui il leader Rob costruì la sua lunga e fortunata carriera solista. Il disco è tutto un susseguirsi di canzoni strampalate, ficcanti e coinvolgenti, frammezzate da dialoghi e arrangiamenti musicali che citano gli horror d’antan e l’immaginario dei B-movies, mentre l’istrionico Rob è un vero mattatore con il suo timbro sardonico. L’irresistibile “Thunder Kiss ‘65”, il singolo “Black Sunshine” (con una gustosa comparsata di Iggy Pop!) e “Spiderbaby (Yeah-Yeah-Yeah)” sono tra i momenti migliori di un disco che diverte tanto ma è anche un personalissimo punto di incontro tra il rock duro e la musica elettronica. (Andrea Sacchi)


BONUS – RED HOT CHILI PEPPERS – Blood Sugar Sex Magik (Warner Bros, 1991)

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Anche se negli U.S.A. avevano già fatto il botto con “Mother’s Milk” è con “Blood Sugar Sex Magik” che la fama dei RHCP diventa planetaria. Chi ha l’età per ricordarselo rammenterà come all’uscita del disco ci fu una vera e propria esplosione mediatica anche dalle nostre parti che portò brani come “Funky Monks”, “Suck My Kiss” e, soprattutto, la ballata “Under The Bridge” ad essere ascoltati anche ben al di fuori dei confini degli amanti del rock e dell’hard. In effetti la miscela di rock psichedelico, hard, funky e cantato rappato ha in sé qualcosa di dirompente in questi anni, specialmente se si concretizzata in una scrittura quasi perfetta che mette in fila una serie di canzoni eccellenti che colpiscono alla velocità della luce, ma non stancano neanche dopo anni di ascolto. Le tante finezze contenute negli arrangiamenti, la maturità e la personalità con cui i musicisti interpretano il loro ruolo rendono “Blood Sugar Sex Magik” uno dei manifesti migliori di sempre di quello che si definisce crossover. Non ci si lasci però ingannare dalle classificazioni, in questo disco i RHCP dimostrano prima di tutto di essere in grado di portare avanti loro stessi, liberandosi in qualche modo anche da quanto fatto in precedenza, per approdare ad una qualità elevatissima (onestamente mai più ripetuta). Cosa che per una volta riesce anche ad abbinarsi ad un volume di vendite notevole. (Riccardo Manazza)


Come di consueto potete trovare su Spotify e qui di seguito, la playlist con i migliori brani selezionati dagli album trattati nello speciale. NB: Il catalogo dei Tool non è presente su Spotify mentre per quanto riguarda i Prong, le versioni inserite sono due registrazioni live.

eva.cociani

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Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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