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Top 10 – Metallica: i brani più lunghi della loro discografia

4Il nuovo album dei MetallicaHardwired… To Self Destruct” è ormai storia. Tutti vi sarete più o meno fatti un’opinione sul nuovo lavoro di Hetfield e Ulrich. Sbrodoloso? Convincente? Prolisso? Efficace? Come capitò un anno fa per gli Iron Maiden, ci ha colpiti la volontà di suddividere l’album in due dischi vista la notevole quantità di musica presente. In realtà il minutaggio medio dei brani presenti in “Hardwired” non è neppure eccessivo, con un solo brano (Halo On Fire) sopra gli 8 minuti. Nella loro discografia però i ‘Tallica ci hanno da sempre abituato all’alternarsi di brevi schegge con brani ben più lunghi e articolati che sono arrivati a sfiorare i 10 minuti. Come appunto fatto per i Maiden, abbiamo recuperato i loro 10 brani di maggior minutaggio e li abbiamo analizzati, per capire se effettivamente i Metallica funzionino sulle lunghe distanze. (Per seguire lo speciale, trovi la playlist sul nostro profilo Spotify ampliata a 20 brani)

Top 10 – Metallica: i brani più lunghi della loro discografia


#10 – SOME KIND OF MONSTER (“St. Anger”, Vertigo 2003) 8:26

Purtroppo l’aver deciso di dedicare uno Speciale alle composizioni più lunghe pubblicate dai Four Horsemen, significa dover riaffrontare un album scottante come “St. Anger”.

Eviterò ogni commento sull’album suddetto perché rischierei di risultare sgradevole quindi limitandomi ad analizzare “Some Kind Of Monster” (che darà il titolo anche al docu-film che uscirà un paio d’anni dopo); il pezzo inizia sornione ma purtroppo quando parte tutta la band emerge il suono obbrobrioso di cui si fregia questo album. Tra accordi aperti da un lato e linee melodiche sul canale opposto ne scaturisce un’accozzaglia di suoni che i Metallica cercano di proporre coesi senza riuscire nell’intento. James Hetfield declama liriche accusatorie sulla società che deforma ognuno di noi ma musicalmente 8:26 min. di pezzo senza capo né coda. (Alberto Capettini)


#9 – ORION (“Master Of Puppets”, Elektra 1986) 8:28

Dopo l’eccellente risultato ottenuto con “The Call Of Ktulu” nel precedente album “Ride The Lightning”, anche in occasione del capolavoro “Master Of Puppets” i Metallica decidono di lanciarsi in un lungo brano strumentale che supera gli otto minuti di durata: la splendida “Orion”. L’ispirazione non abbandona la band nemmeno questa volta, dal momento che il pezzo non fa minimamente pesare il fatto di non essere cantato e di avere una durata tanto estesa. Un ritmo incalzante, un’atmosfera di fondo realmente in grado di rendere visibile il concept astronomico del brano, melodie di chitarra indimenticabili, cambi di tempo e di situazione danno vita a quella che senza di dubbio rappresenta una delle migliori strumentali del metal tutto. (Matteo Roversi)


#8 – INVISIBLE KID (“St. Anger”, Vertigo 2003) 8:30

Il controverso album “St. Anger” è composto quasi totalmente da canzoni dalla lunghezza sterminata: una delle più riuscite e interessanti tra di esse è senza dubbio “Invisible Kid”. Il pezzo è da subito bello carico e aggressivo, che viaggia su ritmi elevati e trascinanti; dopo una partenza scatenata entra in scena James Hetfield che con un cantato particolarmente pulito ci svela un brano dalla spiccata attitudine melodica. A differenza di altre tracce abbastanza indigeste e monotone che caratterizzano l’ottavo disco dei Metallica, “Invisible Kid” riesce invece a non annoiare per tutta la propria consistente durata e a rappresentare uno dei migliori episodi del platter. (Matteo Roversi)


#7 – MASTER OF PUPPETS (“Master Of Puppets”, Elektra 1986) 8:36

Inutile perdersi in presentazioni, non ce n’è bisogno. Questo pezzo e in generale l’album omonimo, rappresentano uno degli apici compositivi dei Metallica, tanto da un punto di vista musicale quanto lirico. Il testo, che può essere interpretato come un rapporto tra chi ha il potere e chi lo subisce (a voi trovare la connessione con la politica, l’economia, o più semplicemente la dipendenza da alcol e droga), segue una musicalità perfetta. Prima parte veloce, con gli strumenti serrati (la sezione ritmica fa davvero paura) e un Hetfield in stato di grazia che declama le strofe con tono velenoso. Segue l’indimenticabile break melodico che rende la canzone ancora più coinvolgente ed orecciabile (i Metallica del tempo non si scordavano nemmeno di questo), uno degli assoli migliori ideati da Kirk Hammet e poi la fulminea ripresa, per arrivare infine all’arcinota risata sarcastica che, diciamoci la verità, piace a tutti noi imitare quando cantiamo il pezzo a squarciagola. Semplicemente, la perfezione. (Andrea Sacchi)


#6 – ALL WITHIN MY HANDS (“St. Anger”, Vertigo 2003) 8:48

Il volere ritornare a suonare thrash o semplicemente metal per la seminale band californiana ha prodotto un ibrido assolutamente immaturo che verrà confinato tra contorni più definiti su “Death Magnetic”.

“All Within My Hands” contiene alcuni arrangiamenti di chitarra di vago sapore System Of A Down (all’epoca all’apice della loro carriera) ma quando la band parte all’unisono si forma un agglomerato indistinguibile che avrebbe dovuto far vergognare un gruppo di tale caratura nonché un produttore come Bob Rock che in queste sessioni si occupò di suonare il basso e cercare di preservare l’unità dei Metallica in quanto band, visti i dissidi che minavano il prosieguo di questa avventura musicale.

Nient’altro da aggiungere su un pezzo al limite dell’ascoltabile… e non solo per i tanto vituperati suoni ma per una pochezza compositiva degna di una garage band. (Alberto Capettini)


#5 – THE CALL OF KTULU (“Ride The Lightning”, Megaforce Records, 1984) 8:53

Traccia strumentale di nove minuti dal seminale “Ride The Lightning”: suggestivi arpeggi in acustico aprono questo pezzo, omaggio al proto-Pantheon costruito dallo scrittore H.P. Lovecraft, ed entra dopo poco  il mai troppo compianto Cliff. Stupendi riff di chitarra dal sapore classicamente thrash metal si succedono (per chi ai tempi definiva già questa musica come “rumore”…) e a tre quarti riprende il tema principale per lasciare il posto ad armonizzazioni di chitarra su un tempo spezzato; un finale dominato dagli arpeggi acustici come all’inizio ed un uscita di batteria poderosa insieme alle sei corde chiude in maniera epica questo pezzo immortale del metal. (Fabio Meschiari)


#4 – …AND JUSTICE FOR ALL (“…And Justice For All”, Elektra 1988) 9:44

Il quarto disco dei Metallica “… And Justice For All” presenta parecchi elementi di novità e di rottura rispetto ai platter che l’hanno preceduto. Non solo è il primo album della band senza il compianto bassista Cliff Burton, nonché il primo lavoro a mostrare le tendenze progressive che col tempo saranno sempre più care al gruppo, ma è anche l’opera che svela i due brani fino a quel momento più lunghi della sua carriera, entrambi prossimi ai 10 minuti di durata: “To Live Is To Die” e appunto la title track. Quest’ultima è introdotta da un indimenticabile attacco acustico e strumentale, seguito da un andamento che alterna parti aggressive a segmenti di nuovo pacati in una composizione che non conosce punti morti. Il combo californiano dimostra insomma di saperci davvero fare anche sui pezzi che non sono solo sfuriate thrash. (Matteo Roversi)


#3 – THE OUTLAW TORN (“Load”, Elektra / Vertigo, 1996) 9:48

Brano di circa dieci minuti posto in coda al controverso “Load” (a giudizio di chi scrive, un album che avrebbe incontrato maggiori fortune se fosse stato snellito da alcuni pezzi che non fanno altro se non appesantirlo), “The Outlaw Torn” non è certo una delle canzoni dei Metallica che potremmo, come si suol dire, tramandare ai posteri. Un incipit vagamente sabbathiano e dal mood oscuro che vede sugli scudi la batteria di Lars Ulrich (che già sappiamo non essere questo gran fantasista…) e poi la voce di James Hetfield, dapprima sussurrata e poi più aggressiva. Il brano “parte” dopo almeno tre lunghi minuti e la voce si fa più graffiante seguendone il crescendo, ma non sussistono variazioni ritmiche, il refrain è poco ficcante e per farla breve ci si annoia. L’assolo di Hammett poi, dimentichiamocelo. (Andrea Sacchi)


#2 – TO LIVE IS TO DIE (“…And Justice For All”, Vertigo 1988) 9:48

“To Live Is To Die” è il vero ultimo lascito di Cliff Burton dato che questo grandioso pezzo cadenzato pressoché strumentale contiene solo una breve strofa recitata scritta appunto dal compianto bassista.

L’inizio acustico (che circolarmente ritorna sul finale) sfocia in una serie di riff assassini (di cui “…And Justice For All” è colmo) e armonizzazioni (quella intorno al quarto minuto è immortale); la composizione si fa notare anche per uno dei pochi assolo eseguito da Hetfield oltre che puntare dritto al cuore dell’ascoltatore tramite la sua melodia. Il fatto che sia compresa tra due tracce “tirate” come “The Frayed Ends Of Sanity” e “Dyers Eve” ne esalta ancor di più il lato epico e solenne. (Alberto Capettini)


#1 – SUICIDE & REDEMPTION (“Death Magnetic”, Warner Bros., 2008) 9:58

“Suicide & Redemption” è uno strumentale di quasi dieci minuti: un po’ ridondante all’inizio, si riprende verso il quarto minuto quando le trame chitarristiche partono da soffuse e man mano si irrobustiscono a dialogare in maniera melodica fra di loro. Poco dopo i 5 minuti il basso di Robert Trujillo sottolinea un cambio ed intervengono wah wah selvaggi: la struttura ritmica acquisisce corposità e torna a giocarsi sul riff iniziale cambiando le ritmiche per variare il tutto e finire in fade out… Non da buttar via ma neanche da giustificare la durata. Brano discreto e nulla più. (Fabio Meschiari)


Qui la nostra playlist ampliata ai 20 brani più lunghi della discografia dei Metallica!

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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