Header Unit

Top 10 – Le 10 Ballad Hard & Heavy più melense degli Anni ’80

Gli anni ’80 sono stati moltissime cose, a seconda del punto di vista da cui li guardiamo: gli anni delle lotte fra paninari e metallari e fra thrasher e glamster, gli anni dei ciuffi tenuti su con la lacca e delle spalline da astronauta, gli anni di Chernobyl e dei Duran Duran, gli anni dei film romantici come Il tempo delle mele e Ufficiale e gentiluomo. E sono stati gli anni in cui tutti i gruppi hard rock, non c’è santo che tenga, dovevano per forza includere almeno una ballad strappamutande in tutti i loro album. Una di quelle ballad che finiva inevitabilmente nelle compilation da scambiarsi tra amiche e tra coppiette, da ascoltare e riascoltare fino alla nausea. Un trionfo del romanticismo, che spesso e volentieri sfociava nel melenso intendiamoci subito, quando parliamo di melenso non vogliamo necessariamente dire che siamo di fronte a qualcosa di brutto, semplicemente a brani che, nel loro illustrare diversi aspetti della vita amorosa di chiunque, andavano oltre il normale buon gusto e diventavano quasi comiche, specialmente adesso che, magari, ci guardiamo indietro con occhio un po’ più disincantato. Esplorando quindi la discografia di band molto spesso andate perdute, si ritrovano capolavori di romanticismo da far alzare la glicemia anche dopo un solo ascolto, spesso abbinati a videoclip senza effetti speciali, ingenui ma efficaci nella loro semplicità. Abbiamo preferito lasciare da parte band e pezzi più celebri e lasciare spazio (tranne che in un paio di occasioni) a nomi un po’ meno noti. Per questo motivo non troverete citati in questo speciale gli Scorpions di “Still Loving You”, gli Europe di “Carrie“, i Cinderella di “Don’t Know What You’ve Got” o i White Lion di  “When The Children Cry“. Premesso questo, buon ascolto e buona melassa a tutti.


BON JOVI – SILENT NIGHT (“78.00° Fahrenheit”, 1985)

bon-jovi

Come sentenzia il buon Dean Winchester in uno storico episodio della serie “Supernatural”, “Bon Jovi rocks! On occasions…”. Beh, forse questa non è proprio la migliore delle occasioni, a meno che non siate dei mega appassionati di quelle ballad in puro stile anni ’80, soft e senza troppi scossoni dall’inizio alla fine. “Silent Night” è l’ultimo singolo estratto da “7800° Fahrenheit”, secondo album di studio dei Bon Jovi che ha visto la luce nel 1985, e racconta la classica storia d’amore triste delle meglio riuscite canzoni strappalacrime. Nel video si consuma uno dei prodigi della tecnica di quegli anni e un concerto dei Bon Jovi dell’epoca (ebbene sì, con i capelli cotonati, le pashmine rosa e tutto il resto) si sostituisce alle pareti di una stanza in cui un uomo e una donna dimostrano di essere piuttosto scocciati nel dover stare insieme per forza. Peccato che quando lei tenta di scappare, finisce inevitabilmente per schiantarsi contro il pantalone di pelle del nostro Jon. Mentre lui continua a cantare imperterrito e le strofe lasciano il posto ad un assolo di chitarra decisamente in linea con l’andamento pianeggiante del brano, le pareti della stanza cominciano a trasmettere i ricordi felici della coppia. Insomma, alla fine lei non ne può e riesce perfino a trovare il coraggio di attraversare uno dei muri ed entrare nel live della band! Cosa non si farebbe per sfuggire ad un amore finito… (Ilaria Marra)


ENUFF Z’ NUFF – I COULD NEVER BE WITHOUT YOU (“Enuff Z’ Nuff”, 1989)

enuff-z-nuff

Avete presente quel fidanzato zerbino che vi tempesta di sms smielati e che vi dice che non può vivere senza di voi e che siete la sua sola ragione di vita? Dite che non esiste un tale soggetto? Esiste eccome se esiste, basta leggere le parole di “I Could Never Be Without You” degli Enuff Z’ Nuff per trovarlo. A dispetto di un testo al limite del coma diabetico, l’electric ballad in questione invece è caratterizzata da un incedere vibrante ed ipnotico che sa essere dolce e suadente al tempo stesso; merito della bella voce di Donnie Vie che incanta dall’inizio alla fine e da un pregevole assolo da parte di Derek Frigo che da corpo al pezzo. Sarà anche un brano smielato e kitsch all’inverosimile, ma non riusciamo proprio a rimanere indifferenti e per una volta lasciamo volentieri cadere la nostra maschera da duri e puri in favore del mero romanticismo. Come curiosità, il brano in questione è stato anche scelto per la colonna sonora della serie tv americana Northern Exposure, arrivata da noi con il titolo di “Un Medico Tra Gli Orsi” (Eva Cociani). 


FASTER PUSSYCAT – HOUSE OF PAIN (“Wake Me When It’s Over”, 1989)

faster-pussycat-house-of-pain-screen

Siamo agli sgoccioli degli anni ’80 ma lo sleaze tira ancora forte. I Faster Pussycat sono tra le band che ce la possono ancora fare (ma collasseranno da lì a poco insieme alla scena) e, dopo un debutto pericoloso, vizioso e incredibilmente riuscito, ammorbidiscono il loro sound per tentare la scalata verso la vetta della classifica. Nel catalogo della band manca la ballatona strappamutande, ma Taimie Down e soci evitano in questo senso il solito cuore spezzato o la biondona in pattini vista sul sidewalk a Venice Beach. Il tema qui, a differenza dei brani presenti nello speciale, si fa serio. Un bambino che cresce senza padre, aspettandolo invano. Niente su cui scherzare, ma il risultato è decisamente melenso e stucchevole. Gran ballatona che può funzionare anche per tutti i brokenhearted nostalgici (se la vostra lei o lui non capisce l’inglese, ve la potete giocare benissimo anche per altri scopi). Curiosità. Il video del brano è stato diretto da Michael Bay, proprio lui, il futuro regista di Transformers, The Rock e molti altri. (Tommaso Dainese)


GIANT – I’LL SEE YOU IN MY DREAMS (“Last Of The Runaways”, 1989)

giant-ill-see

Estratta dal capolavoro assoluto che risponde al nome di “Last Of The Runaways“, non a caso si tratta del singolo estratto dall’album che raggiunge il miglior piazzamento nelle classifiche: merito che il tastierista Alan Pasqua condivide con l’altro compositore, quel Mark Spiro capace di scrivere hit per nomi del calibro di Cheap Trick, Heart, REO Speedwagon, Kansas, Winger, Mr.Big ma pure…Luis Miguel. E soprattutto con un ispiratissimo Dann Huff, che sfodera una performance incredibile se si pensa alla riluttanza con cui aveva accettato di stare anche dietro il microfono. Il maggiore dei fratelli Huff, infatti, doveva nelle idee di partenza occuparsi solo della chitarra, e la band era alla ricerca di un cantante…la storia poi è andata diversamente, e a conti fatti meglio così! (Giovanni Barbo)


GIUFFRIA – CALL TO THE HEART (“Giuffria”, 1984)

giuffria-call-to-the-heart-out-of-the-blue-mca-camel-52497-1984-45-pic-slv-968cc3378163362e0adfcbe1181ca6ac

Nella vita affettiva di ogni ragazza prima o poi irrompe il classico bellone stronzo, che ti illude e poi te lo mette in quel posto. I Giuffria immaginano la situazione opposta, con la bellona dalla messa in piega perfetta, presumibilmente ricca sfondata e la pelliccetta immacolata, inseguita dal cantante presumibilmente povero in canna, costretto a belare il suo dolore e a inseguire l’oggetto dei suoi desideri implorando una chiamata al suo cuore. Amore non corrisposto e differenza di classe sociale: un mix niente male, insomma. Su questo canovaccio, Gregg Giuffria incastra una delle più belle parti di tastiera di tutto il decennio, accompagnata da un ricamo vocale raffinato, delicato e struggente, in apparenza semplicissimo ma in realtà più complesso del solito. Il testo si interroga sull’eventualità (remota) di continuare a vivere senza la ragazza in questione e sulla speranza di tornare ad avere l’amore della medesima, prima o poi.  Il video ufficiale, infine, mostra la band che esegue il brano con sullo sfondo gli addetti ai lavori che smontano il palco dopo un concerto e la famosa bellona stronza che sorseggia calici di vino con nonchalance e sembra non curarsi degli appelli al suo cuore. Sembra, perchè per fortuna negli anni ’80 l’happy ending era sempre in fondo al tunnel; se poi questo succede con il meraviglioso lavoro di tastiere di Gregg Giuffria in sottofondo, non può che essere un trionfo (Anna Minguzzi).


HEART – ALONE (“Bad Animals”, 1987)

heartalone92979

Capelli cotonati, pizzo, vestiti che mettono in mostra l’avvenenza delle sorelle californiane: Ann e Nancy Wilson adattano, nel video di “Alone“, ai cliché degli anni ’80 per rilanciare immagine e carriera. E quale migliore occasione per farlo di una ballad strappalacrime come questa? In realtà l’operazione era già partita un paio d’anni prima con l’album omonimo, ma il pezzo estratto da “Bad Animals” è l’archetipo della ballad ottantiana. Scritta da Billy Steinberg e Tom Kelly, che già l’avevano proposta quattro anni prima con i loro I-Ten, la canzone è stata ripresa qualche anno fa pure da Céline Dion. La versione della band delle sorelle Wilson schizza in testa alle classifiche di mezzo mondo e il merito è soprattutto loro, che sanno rivestire di classe un pezzo che ancora oggi, regolarmente in scaletta nei concerti, pur nel suo ovvio sviluppo riesce a regalare emozioni (Giovanni Barbo).


KIX – DON’T CLOSE YOUR EYES (“Blow My Fuse”, 1988)

kix

Qualunque problema avessero le band degli anni ’80 con il playback e lo slow motion, non è certo il video per la traccia dei Kix, “Don’t Close Your Eyes”, a risolverlo. Il brano, incluso nell’album del 1988 “Blow My Fuse”, si apre con un bell’intro di tastiera e si lancia poi in un cantato emozionale e struggente, che per una volta non ci parla di storie finite male in senso stretto. Anzi, probabilmente la storia è finita anche peggio, talmente tanto che la nostra bella biondina dai jeans a vita alta strappati di rigore (e prepotentemente tornati di moda in tutte le collezioni primavera/estate 2016) pensa addirittura di farla finita. Per fortuna ci sono i nostri Kix a tentare di dissuaderla, a colpi di accordi di chitarra, luci viola intermittenti che neanche il Samsara Beach in Salento il 15 Agosto e un ritornello sufficientemente anthemico. Alla fine non è molto chiaro se l’eroina del video, tra una spiaggia in dissolvenza sullo sfondo e una scena live della band, decida di farsi persuadere dalle parole di incoraggiamento di Steve Whiteman. Fossimo state in lei, nulla ci avrebbe mai convinte a rinunciare alla possibilità di ascoltare “Don’t Close Your Eyes” a ripetizione per i successivi 80 anni della nostra vita (Ilaria Marra).


YNGWIE MALMSTEEN – DREAMING (TELL ME) (“Odyssey”, 1988)

Yngwie-Malmsteen-Odyssey

Joe Lynn Turner, che di lì a poco sarebbe entrato nei Deep Purple, si mette al servizio di un pezzo melodrammatico e nordico al punto giusto, fatto apposta per romantici struggimenti d’amore. Malmsteen non rinuncia, ovviamente, a piazzare il proprio imprinting, ma rimane stranamente contenuto per buona parte del brano, limitandosi a piazzare un paio di assoloni barocchi dei suoi verso la fine (Giovanni Barbo).


PRETTY BOY FLOYD – I WANNA BE WITH YOU (“Leather Boyz With Electric Toyz”, 1989)

1915-prettyboyfloydtoyz

E’ risaputo che, quando si parla di ballad, le hair metal band sono maestre in questo campo e tutti noi una volta nella vita ci riamo ritrovati a canticchiare i brani più improbabili, magari di nascosto per non far vedere ai nostri amici quali perle trash nascondevamo nel cassetto. Uno dei pezzi che calza a pennello in questa descrizione è la super ballatona “I Wanna Be With You” dei glamster Pretty Boy Floyd. Uscito come secondo singolo tratto dal debutto “Leather Boyz With Electric Toyz”, il brano ottiene ottimi consensi grazie alla rotazione su Mtv e grazie anche alla sua immediatezza e ad un ritornello facilmente memorizzabile. Il video rappresenta tutti i cliché del caso, la band sul palco che probabilmente si sta preparando per il live e un Steve Summers poco concentrato perché si strugge per la sua amata tanto da chiamarla ripetutamente al telefono per ribadirle il suo amore. Per fortuna come in tutte le love song che si rispettano c’è anche l’happy ending e la dolce metà raggiunge il rocker alle prove portando però anche delle avvenenti fanciulle per gli sconsolati amici. Insomma perla trash o no noi la stiamo canticchiando da un quarto d’ora. Vorrà pur dire qualche cosa? (Eva Cociani)


VINNIE VINCENT INVASION – LOVE KILLS (“All Systems Go”, 1988)

vinnie-vincent-krueger

Qui si esagera. il CaFolavoro totale. Vinnie Vincent vince tutto. Basta premere play sul video (qui sotto) e godere delle pose esagerate e super enfatizzate di Mark Slaughter (sì, quello Slaughter) per capire che qui siamo all’eccellenza della cafonata e del melenso. Ma attenzione. “Love Kills” è un pezzo fantastico, incredibilmente kitsch ed esagerato, ma la capacità compostiva (ed esecutiva) di Vinnie Vincent, disgustato dall’esperienza Kiss, trasforma l’hair metal dei Vinnie Vincent Invasion tra le cose migliori uscite a fine anni 80 (ma decisamente sottovalutate). Il pezzo fa parte di “All System Go” secondo album della band, ma soprattutto è parte della colonna sonora di Nightmare 4: The Dream Master. Imperdibile il momento in cui Vincent suona vestito da Freddy Krueger, con tanto di manona con le lame. Ascoltato ora il pezzo effettivamente risulta stucchevole e probabilmente riproposto con un cantante più maschio, il brano sarebbe invecchiato meglio. Ma a noi va bene così. Vinnie Vincent dove sei? Ci manchi. – Curiosità: nella versione CD rimasterizzata del 2003, il brano è stato accorciato di quasi un minuto, tagliando gran parte dell’assolo principale e una piccola parte di strofa; il minutaggio completo è di 5 minuti e 38. (Tommaso Dainese)


BONUS: TRIXTER – SURRENDER (“Trixter”, 1990)

sb_trixter_may_25_2015_4

Uscita per un pelo dalla classifica per motivi di anno di pubblicazione, “Surrender” segna uno dei momenti più melensi della carriera dei Trixter, un momento che si può giustificare, oltre che per il periodo storico in cui il brano è stato pubblicato, anche per la giovanissima età dei membri della band all’epoca. Il concetto di base del brano è: ti ho lasciato, sono un cretino, non so perchè ti ho lasciato, forse perchè litigavamo sempre, ma comunque sopravviverò, perchè l’amore è come la guerra. Il testo comunque è un po’ più elaborato di quello di molte altre ballad sue contemporanee, grazie all’utilizzo di molte metafore che, pur avendo ancora un po’ di sapore di adolescenza e poeti maledetti, portano il brano a un livello più elevato. Chitarre acustiche, un ritmo lento e costante e la voce di Pete Loran che raggiunge il massimo dei suoi picchi di altezza, rendono “Surrender” un brano gradevole e fondamentale nella storia della band (Anna Minguzzi).

anna.minguzzi

view all posts

Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

giovanni.barbo

view all posts

Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

eva.cociani

view all posts

Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

Ilaria Marra

view all posts

Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

tommaso.dainese

view all posts

Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login