Top 10 – I Migliori album Death Metal del 1990

Dopo una gestazione durata qualche anno e i primi vagiti fuori dell’underground del 1989, l’anno che possiamo considerare come quello in cui il death metal comincia a guadagnarsi un pubblico davvero vasto e appassionato è probabilmente il 1990. Basta solo curiosare nelle varie enciclopedie per vedere come tutto ad un tratto le uscite cominciamo a moltiplicarsi, le etichette dietro alle pubblicazioni diventano più importanti e, insieme ad alcune conferme importanti, si iniziano ad affacciare band e movimenti fino ad allora quasi completamente ignorati o noti esclusivamente ai pochi cultori del tape-trading e delle fanzine più underground. Non a caso abbiamo quindi voluto cominciare proprio da qui la nostra carrellata di top ten dedicate al genere. Pronti… Via! E’ online anche la playlist dedicata su Spotify e a fondo articolo.

CADAVER – Hallucinating Anxiety (Necrosis)

CADAVER - Hallucinating AnxietyUn lavoro di confine, questo dei Cadaver: se da una parte sta cominciando l’avanzata death e black, dall’altra parte il retaggio thrash è ancora molto forte e influisce su album come questo “Hallucinating Anxiety” in maniera preponderante. Tutto parte dal thrash, qui, e ruota intorno a Ole che, da dietro le pelli canta pure: non ci sono voli pindarici o particolari impennate di tecnica ma probabilmente se si vuole ascoltare uno dei dischi che rappresentano di più il passaggio, un continuum dalla prima all’ultima traccia, questo disco è quello giusto. La registrazione non è scintillante e si scade nel “già sentito” più di una volta ma rimane un CD fondamentale da prendere e ascoltare in blocco: dalla copertina ai titoli delle tracce è tutto volutamente sopra le righe, con l’ironia tipica derivante dal thrash e che forse, il più delle volte, verrà persa man mano a (s)favore di una seriosità eccessiva del death/black. (Fabio Meschiari)

CANNIBAL CORPSE – Eaten Back To Life (Metal Blade)

CANNIBAL CORPSE - Eaten Back To LifeAnche se i Cannibal Corpse sono sicuramente tra le band che più si sono dimostrate influenti nella scena death metal degli anni novanta, va però sottolineato come il loro debutto, pur meritevole di essere incluso in questa lista per l’importanza storica che ha assunto, fosse probabilmente il meno promettente tra quelli confezionati dai gruppi storici. Forse ancora un po’ troppo semplici e concentrati sulla mera ferocia i nostri riescono comunque con “Eaten Back To Life” a buttare le basi per quello che poi diventerà il filone brutal-death. L’incipit di “Shredded Humans” faceva certamente il suo sporco dovere, inchiodando l’ascoltatore con una velocità e un groove superbi. Così come altri brani rimasti dei mini-classici come “Born In Casket” o “A Skull Full Of Maggots” hanno contribuito a delineare la storia del genere. Non tutte le song erano però della stessa qualità e un poco di monotonia in certi punti affiora immancabile. Un progetto che doveva ancora raggiungere la completa maturità, ma che da li a poco sarebbe esploso, per diventare quella che ancora oggi è senza discussione la band death metal più venduta e popolare al mondo. (Riccardo Manazza)

DEATH – Spiritual Healing (Combat)

DEATH – Spiritual HealingDopo il sound già innovativo, sublime e promettente, ma ancora grezzo e primordiale, degli esordi di “Scream Bloody Gore” e “Leprosy”, è con il terzo album “Spiritual Healing” che i Death cominciano in un certo senso a fare sul serio e a plasmare la loro inimitabile proposta. E’ proprio con questo disco che il vulcanico mastermind Chuck Schuldiner inizia a mostrarci il lato più geniale, colto e progressivo della sua creatura. Nei testi non si parla più di zombie e situazioni da filmacci horror, ma si affrontano tematiche sociali e problemi concreti; dal punto di vista musicale non abbiamo più un assalto sonoro all’arma bianca, bensì una brutalità tecnica e ragionata: la feroce “Living Monstrosity”, l’impegnata “Altering The Future”, la diretta “Defensive Personalities” e la complessa title track sono lì a dimostrarcelo. Tutti i dischi dei Death sono capolavori, ma questo è il primo della loro fase più matura, quello che proietterà la band verso l’olimpo dei mostri sacri del metallo. (Matteo Roversi)

DEICIDE – Deicide (Roadrunner)

Deicide 1990Quello dei Deicide è stato uno dei tanti debutti targati 1990 che ben resteranno impressi nei fan del death metal per gli anni futuri. Con una solida base nel sound del thrash estremo, soprattutto rintracciabile nei lavori degli Slayer, la band di Glenn Banton portò tutto ancora più al limite, insaporendo la proposta con testi super satanici, brutalità quasi eccessiva e la cattivissima voce gutturale e sdoppiata dello stesso Benton, vero mattatore della band e narratore infernale con pochi pari. Non da trascurare è pero soprattutto l’incessante cesellare delle due chitarre, capaci di costruire un riffing tagliente, a tratti anche complesso e comunque sempre incentrato sull’aggressività. Canzoni come “Dead By Dawn”, “Lunatic Of God’s Creation” e “Sacrificial Suicide” sono dei veri classici, non solo per la band, ma per tutto il movimento death. Un grande album, che molti ancora oggi considerano il migliore dei Deicide. (Riccardo Manazza)

ENTOMBED – Left Hand Path (Combat)

ENTOMBED – Left Hand Path“Left Hand Path” non è solo l’album di debutto e il capolavoro dei seminali Entombed: è un vero e proprio monumento del metal estremo, un disco simbolo che ha contribuito alla definizione dei tratti distintivi dello swedish death metal. Nati dalle ceneri degli altrettanto leggendari Nihilist e dalla geniale mente, tra gli altri, del poliedrico Nicke Anderson, artista onnipresente sulla scena svedese, i quattro scandinavi compongono un’opera che affascina ancora a distanza di tanti anni e non risulta minimamente scalfita dal passare del tempo. Come tutti i grandissimi album, “Left Hand Path” non ha punti deboli e tutte le sue tracce sono memorabili: dalla brutale e agghiacciante title track alla ritmata a massiccia “Revel In Flesh”, dall’aggressiva “When Life Has Ceased” alla sempre veloce ma cupa “Premature Autopsy” passando per le ennesime mazzate di “Abnormally Deceased”. Ogni tassello di questo immortale capolavoro contribuisce insomma a plasmare la storia dell’intero death metal in maniera indelebile. (Matteo Roversi)

NAPALM DEATH – Harmony Corruption (Earache)

NAPALM DEATH – Harmony CorruptionIl terzo capitolo della lunga carriera degli immensi Napalm Death è un album davvero particolare e significativo: “Harmony Corruption” costituisce infatti il primo disco che vede alla voce l’ormai consolidato frontman Mark “Barney” Greenway, ma è anche il lavoro col minor numero di tracce nella storia della band, nonché uno dei più vicini a coordinate death metal piuttosto che grindcore (e altrimenti non avrebbe fatto parte di questo speciale!). La sporca opener “Vision Conquest”, la parzialmente più moderata ma sempre grezza “If The Truth Be Known”, l’insolitamente lunga “Unfit Erth” e il classicone “Suffer The Children” dipingono il consueto affresco di disagio e disperazione al quale il gruppo si è dedicato da sempre. Un sound cavernoso e una produzione da scantinato sono la ciliegina sulla torta che rendono questo album un vero e proprio must per tutti gli appassionati del genere. (Matteo Roversi)

NOCTURNUS – The Key (Earache)

NOCTURNUS - The KeyUscire nel 1990, vale a dire ancora durante gli anni della crescita del death metal, con un disco in cui dissonanze, tecnica e brutalità convivessero tranquillamente con l’uso delle tastiere, lascia intendere quanto i Nocturnus fossero già una band andata oltre i confini. Ascoltare un disco come “The Key” a venticinque anni dall’uscita non lascia poi dubbi: difficile ancora oggi trovare qualcuno che abbia saputo rendere in modo tanto riuscito una ricetta come quella che è possibile apprezzare in song mostruose come “Lake Of Fire” o “Visions From Beyond The Grave”. L’ensamble creato dal batterista Mike Browning portava infatti ad un nuovo livello il complicato intreccio ereditato dalla sua precedente band (vale a dire i Morbid Angel), ricalcandone in parte la maligna oscurità, ma aggiungendo un gusto per la science fiction più stravagante (”Droid Sector” è una song totalmente folle), creando così un ibrido a tratti anche difficile da interpretare e in bilico tra death, techno-thrash ed extreme-metal progressivo (proprio per l’uso insolito delle tastiere). Originali e imprescindibili, oggi come all’epoca. (Riccardo Manazza)

OBITUARY – Cause Of Death (Roadrunner)

OBITUARY - Cause Of DeathIl capolavoro degli Obituary, seguito del primo ottimo “Slowly We Rot”. Un’opera che ogni ascoltatore di metal deve per forza conoscere. Una copertina torva e riconoscibilissima, oscura e marcia come il timbro vocale di John Tardy che irrompe, profondo e infernale, in pezzi come “Chopped In Half” o nella cover dei Celtic Frost di “Cyrcle Of The Tyrants”: la voce, come già detto, che pone il suo soffio gelido sopra di tutto, sopra una ritmica killer (alla batteria il fratello del cantante) e alla chitarra di James Murphy, principalmente. Un lavoro che non può mancare nella collezione di ognuno: la gioia di chi ancora oggi segue gli Obituary (nonostante le fasi alterne che abbiano passato) nasce anche dal legame con questo disco, fondamentale ed unico. (Fabio Meschiari)

SADUS – Swallowed In Black (Roadracer)

SADUS - Swallowed In BlackIn circolazione ormai da anni e nati come formazioni in bilico tra thrash estremo e death metal di scuola ottanta i Sadus con “Swallowed In Black” firmano probabilmente il loro disco che più si può considerare legato al genere specifico. Sia la tipologia di suono che la struttura delle canzoni è infatti accostabile a quello che oggi si potrebbe definire un formato tipico di techno-death metal. Song come “Last Abide”, “False Incarnation” o “The Wake” sparano velocità notevoli, ma anche cambi di ritmo e parti strumentali dall’esecuzione non proprio semplicistica, soprattutto se pensate che al momento dell’uscita di questo lavoro nessuna delle band che poi avrebbero svoltato verso un sound più elaborato e ricco di tecnica strumentale avevano ancora dato vita ai loro dischi più evoluti (fanno eccezione solo gli Atheist del debutto “Piece Of Time”, nati già su coordinate simili a queste). Il muro di suono creato dai Sadus è a tratti anche fin troppo caotico e complicato da seguire, ma molto di ciò che si può ascoltare in canzoni come quelle qui incise è stato saccheggiato e ripreso dalle migliaia di band che si sono dedicate al genere negli anni successivi. (Riccardo Manazza)

TIAMAT – Sumerian Cry (CMFT Produsctions)

TIAMAT - Sumerian CryIl primo album dei Tiamat in realtà è stato registrato dai Treblinka, formazione del buon Johan Edlund -che qui si fa chiamare Hellslaughter- scioltasi in concomitanza con la registrazione. Un disco in bilico fra death metal e black metal, senza disdegnare sperimentazione e influssi provenienti da generi diversi come il doom di “Apothesis Of Morbidity” e il blues in “Evilized”: certo, ci sono ancora ingenuità che verranno smussate negli album a venire (veri e propri capisaldi del genere), ma anche pezzi come “Where The Serpents Ever Dwell”, più oscura e ragionata che in barba ai suoni ancora acerbi dei Tiamat riesce a tirar fuori l’embrione di ciò che verrà in futuro. (Fabio Meschiari)

Artwork Death Metal 1990

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