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Top 10 – I Migliori album Classic / Power Metal del 1991

I magici anni 80, i grandi tour, i capolavori immortali dell’hard’n’heavy… e poi? Che successe? Nella nostra riscoperta degli anni ’90 e di ciò che successe oltre al grunge e al declino del metal ottantiano, approdiamo a uno dei capitoli più ostici: il metal classico, heavy e power, in particolare del 1991. Difficile bissare la qualità dell’anno mirabilis 1990 ma anche l’anno successivo, in campo classico, uscirono alcuni album interessanti. Quello che si può evidenziare è come proprio in quell’anno, sull’onda di un movimento più ampio di evoluzione, molte della band storiche iniziarono a cambiare pelle, sperimentando versi lidi solitamente meno pesanti, con risultati alterni, ma che senza dubbio segnano un’annata forse non memorabile ma interessante e importante per capire l’evoluzione del genere. Parliamo della svolta heavy dei Metallica con il Black Album, le divagazioni hard dei Crimson Glory con “Strange And Beautiful” o l’ammorbidimento degli Helloween con “Pink Bubbles Go Ape”. Ma ci furono altrettante heavy metal band che continuarono a macinare riff nel solco del sound più classico: Armored Saint, Metal Church, Death SS, Gamma Ray, Vicious Rumors. Tra i tanti senza dubbio spicca il vero capolavoro del 1991: “Streets” dei Savatage, opera magnifica e immortale dei fratelli Oliva insieme al fidato Paul O’Neil. Abbiamo quindi selezionato i 10 album che maggiormente possono descrivere lo stato di salute del metal classico (in cui abbiamo incluso il power, del thrash parleremo separatamente) nell’anno 1991, continunando il nostro viaggio negli anni ’90. Buona lettura!

I 10 MIGLIORI ALBUM CLASSIC / POWER METAL 1991


 

Armored Saint - Symbol Of SalvationARMORED SAINT – Symbol Of Salvation

(Metal Blade, 14 Maggio 1991)

Anche se mai baciati da un successo degno delle loro valore gli Armored Saint hanno comunque sempre saputo produrre album personali e in qualche modo significativi. E forse anche spronata dalla grave perdita subita con la morte per leucemia del chitarrista Dave Prichard, con “Symbol Of Salvation” la band di John Bush arriva al proprio apice creativo, incorporando influenze diverse, per creare una serie di canzoni che spaziano dall’epic metal di “Reign Of Fire”, fino all’hard rock corposo di “Last Train Home”. Passando dagli inserti ritmici sincopati di “Tribal Dance”, alle chitarre acustiche della bellissima “Tainted Past”, fino al classic heavy metal di “Warzone”. Come prevedibile tanta varietà finì per portare il gruppo ancora una volta fuori dal target delle mode del momento, ma se dopo venticinque anni siamo ancora qui a tesserne le lodi vuol dire che alla fine il tempo è stato in qualche modo galantuomo. “Symbol Of Salvation” è infatti un gran disco, un album che resta fuori dalle classificazioni di genere per diventare semplicemente un compendio di grande musica. Quello che si definisce un classico. (Riccardo Manazza)


Crimson Glory - Strange And BeautifulCRIMSON GLORY – Strange And Beautiful

(Roadrunner Records, 24 Giugno 1991)

Ancor più che il coevo Black Album dei Metallica, “Strange And Beautiful” rappresentò per i Crimson Glory un salto triplo (stilisticamente parlando) lasciando accantonato il proto progressive metal dei loro due capolavori (“Crimson Glory” e “Transcendence”) per approdare ad un hard rock con sconfinamenti nella world music; marcate tinte acustiche e un alone alternative caratterizzano tempi in generale più rallentati caratterizzati da arrangiamenti pomposi. Jon Drenning rimane sempre un signor chitarrista, il compianto Midnight (deceduto nel 2009) usava in maniera più sinuosa la voce (sentire la title track per credere) e il nuovo batterista Ravi Jakhotia apportava ottimo groove (è ora famoso come DJ Ravi Drums e ha collaborato con una serie di star del pop americano nonché per produzioni televisive). A posteriori è però innegabile quanto questo mutamento stilistico fu troppo repentino e spinto dal cambiamento del mercato musicale che proprio in quell’anno portava sugli scudi il grunge con un tentativo di ritorno al passato attuato solo col successivo “Astronomica” (ma bisognerà aspettare il 1999). Ovviamente con una svolta del genere trovarono spazio ballad struggenti come “Song For Angels” e “Deep Inside Your Heart” anche se ricordiamo con più piacere i momenti più ritmati e corali come “The Chant”, “In The Mood” e “Make You Love Me”. (Alberto Capettini)


Death SS - Heavy DemonsDEATH SS – Heavy Demons

(Contempo Records, 1991)

In un’annata contraddistinta da grandi uscite internazionali, anche il metallo tricolore ci ha regalato un’enorme soddisfazione. I pionieri dell’heavymetal italiano Death SS danno alle stampe proprio nel 1991 uno dei capitoli migliori della loro discografia, il presente “Heavy Demons” appunto. In questo album l’horror metal della band pesarese trova la propria sublimazione, prendendo la forma di una decina di tracce come sempre misteriose e sulfuree, ma questa volta più dannatamente heavy che mai: le massicce “Where Have You Gone?” e “Peace Of Mind”, il fenomenale riff di “Baphomet”, le atmosfere di “Family Vault” e “Lilith” hanno fatto storia. Imprescindibile poi la title track, vero e proprio inno che infiamma da anni i concerti del gruppo. Siamo insomma al cospetto di un disco estremamente rilevante, non solo per il singolo periodo che stiamo analizzando nel nostro speciale. (Matteo Roversi)


Gamma Ray - Sigh No moreGAMMA RAY – Sigh No More

(Noise, 23 Settembre 1991)

Anticipato dal single “The Spirit” il secondo album dei Gamma Ray si pone ai margini della discografia dei tedeschi in quanto prevalgono brani più melodici, easy ed a tratti quasi hard rock oriented, caratterizzati spesso da una forta ispirazione priestiana che diverrà ancor più preponderante nel futuro. A livello di testi ed artwork invece si respira un’aria leggermente più cupa, dettata dalle vicende della guerra del golfo che influenzarono il chitarrista Kay Hansen [evidente in (We Won’t) Stop The War”]. Nella tracklist meritano una menzione alcuni pezzi quali ad esempio l’anthem trascinante “One With The World” che entra stabilmente nel set live del gruppo oppure le conclusive drammatiche “Dream Healer” e “The Spirit” (in quest’ultima prevale comunque il gusto happy dei nostri) che fanno segnalare una prestazione favolosa di Ralf Scheepers alla voce. Peccato che un po’ troppi riempitivi rendano questo lavoro uno degli album meno rappresentativi della band. (Leonardo Cammi)


Helloween-Pink_Bubbles_Go_Ape-FrontalHELLOWEEN – Pink Bubbles Go Ape

(EMI, 11 Marzo 1991)

“Pink Bubbles Go Ape” è l’album della svolta dopo l’uscita dalla line-up del chitarrista Kay Hansen (sostituito da Roland Grapow) ed ora l’asse Weikath (chitarrista) – Kiske (cantante) diventa potentissimo. Il lavoro arriva dopo i due mastodontici “Keeper Of The Seventh Key” ed il confronto lo distrugge senza pietà in quanto il songwriting sembra impazzito e alterna brani decisamente easy-listening (molto più di prima) ad altri che si rimangono nell’alveo compositivo dei nostri, caratterizzati da accelerazioni power e tanta energia. Questo cambiamento è evidente a partire dall’artwork surreale che si distacca parecchio da quanto fatto prima. Convincono abbastanza l’opener “Kids Of The Century” (pezzo molto classico per i nostri), la drammatica “Number One”, la scatenata e stramba “Goin’ Home” che ospita un’ottima prestazione del bassista Markus Grosskopf. Il nuovo entrato Grapow mette a segno due fra i pezzi più riusciti, componendo la veloce “Someone’s Crying” e “The Chance”, che alterna accelerazioni power a melodie più catchy. Indubbiamente “Pink Bubbles Go Ape” è uno degli album meno riusciti degli Helloween. (Leonardo Cammi)


Iced Earth - Night of the StormriderICED EARTH – Night Of The Stormrider

(Century Media, 1 Novembre 1991)

Night Of The Sormider”, secondo album degli Iced Earth, rappresenta per la band americana il primo vero bel colpo messo a segno da Jon Schaffer e compagni. Ambizioso concept la cui storia affronta il difficile tema del rapporto con la religione, il platter possiede già tutta la magniloquenza e la forza espressiva di cui il gruppo è stato capace nei suoi momenti migliori. Ciò è subito evidente dalla maestosa opener “Angels Holocaust”, che con le sue orchestrazioni e i suoi cori ci fa entrare immediatamente nel vivo della narrazione, e dalla canzone subito a seguire “Stormrider”, che parte melodica e pacata, ma si tramuta ben presto in un pezzo aggressivo al limite del thrash. Citiamo inoltre la bellissima “Pure Evil”, nuova sapiente architettura composta da sfuriate che si alternano a complessi momenti strumentali. La gloriosa carriera a venire degli Iced Earth viene tracciata proprio in questo punto. (Matteo Roversi)


Metal Church - The Human FactorMETAL CHURCH – The Human Factor

(Epic Records, 26 Marzo 1991)

Nonostante sia universalmente riconosciuta come voce “classica” dei Metal Church quella del defunto David Wayne, i tre album (insieme all’imminente “XI”) realizzati con Mike Howe furono tutti di altissimo livello e sicuramente all’apice troviamo il qui presente “The Human Factor”. La storica sezione ritmica pulsante e contagiosa Arrington/Erickson spinge pezzi di immortale power americano che già dal precedente “Blessing In Disguise” iniziavano a flirtare con ritornelli più catchy ma senza perdere un’oncia di potenza (ascoltatevi la ristampa del 2003); la title track, “Date With Poverty”, “The Final Word” e “In Mourning” sono un quartetto d’apertura che annichilirebbe anche il metal addicted più intransigente e nonostante fossero suonate da strumentisti non particolarmente virtuosi (Kurdt Vanderhoof era comunque presente a livello compositivo) avevano una potenza d’insieme irrefrenabile. Questo alternarsi di potenza e melodia avrebbe meritato decisamente altra fortuna e soprattutto rimarrà insuperato all’interno della discografia dei nostri che realizzeranno ancora alcuni album di ottima fattura (da citare almeno “Hanging In The Balance” e “A Light In The Dark”) ma senza la scintilla di questa gemma del 1991. (Alberto Capettini)


Metallica-The-Black-AlbumMETALLICA – The Black Album

(Vertigo Records, 12 Agosto 1991)

L’omonimo album dei Metallica, ribattezzato “The Black Album” per la copertina completamente nera, ha focalizzato su di sé l’attenzione dell’intera scena musicale metal in quel ricco 1991. Dopo un disco articolato e complesso come “…and Justice For All”, apice compositivo di un percorso artistico iniziato con “Kill ‘Em All”, la band di San Francisco decide di optare per una forma canzone più immediata in grado di sdoganare al grande pubblico la propria musica. Tante, forse troppe, parole sono state spese su questo lavoro che contiene episodi più mainstream come “Enter Sandman”, l’intesa ballata ” Nothing Else Matters” o la splendida “The Unforgiven” ricca di echi di morrichiana memoria, intervallati da brani dal mood più pesante e duro come “Sad But True”, l’orientaleggiante “Wherever I May Roam”, la veloce e devastante “Of Wolf And Man”. Atmosfere doomy caratterizzano “God That Failed” e “My Friend of Misery”, altri episodi ottimamente riusciti dell’album, canzoni dirette, dalla struttura semplice ma di sicura presa. La chiusura è affidata a “The Struggle Within”, il brano col mood più vicino ai primi dischi.

La produzione pulita e potente di “Metallica” ad opera di Bob Rock porterà sotto i riflettori delle classifiche internazionali una delle band più rappresentative della scena metal. Di sicuro un ottimo album, che ha pagato in maniera eccessiva lo scotto del nome ingombrante presente sulla copertina. (Pasquale Gennarelli)


Savatage_Streets_A_Rock_Opera-FrontSAVATAGE – Streets

(Atlantic Records, 4 Ottobre 1991)

Dopo la svolta orchestrale operata con “Gutter Ballet” il pallino per la rock opera in stile Broadway non poteva che concretizzarsi al passo successivo con quello che rimane il progetto più ambizioso dell’intera carriera della band. Definire “Streets” un disco semplicemente heavy metal è sicuramente molto limitativo dello sforzo creativo messo in pratica dal gruppo. L’apporto importante di Paul O’Neil e il desiderio di espandere gli orizzonti musicali saranno poi la base su cui si svilupperà il progetto Trans-Siberian Orchestra (che, va ricordato, ha avuto molto più successo dei Savatage stessi). Qui gli elementi hard & heavy restano più marcati e si concretizzano in brani superbi come la stessa “Streets”, “Jesus Saves” o la raffinata “Ghost In The Runis”, ma anche le canzoni in cui emerge l’anima più teatrale come la bellissima e sofferta ballata “A Little Too Far” o la splendida “Believe” sono piccoli gioielli. Dopo qualche anno morì Criss Oliva e i Savatage di fatto finirono con lui, per poi rinascere come due entità separate dalla direzione complementare. Una storia che porta dritto alla reunion delle due anime al Wacken 2015 da cui forse potrebbe emergere qualcosa di inaspettato… staremo a vedere. (Riccardo Manazza)


Vicious Rumors - Welcome to the ballVICIOUS RUMORSWelcome To The Ball

(Atlantic Records, 19 Luglio 1991)

Mentre il mondo musicale si apprestava ad essere travolto dall’onda grunge, gli americani Vicious Rumors davano alle stampe quello che per molti viene considerato il loro capolavoro, “Welcome To The Ball”. Spesso dimenticati e sopravanzati da band più blasonate, i nostri sono fieri esponenti del Heavy Metal a Stelle e Strisce, si contraddistinguono dal resto della massa per le loro grandi doti compositive, uno spiccato gusto per la melodia (soprattutto in fase solista grazie al lavoro alle chitarre di Geoff Thorpe e Mark McGee) e una capacità esecutiva al di sopra del comune. L’incidere lento e sinistro dell’opener “Abandoned” ci introduce in un disco praticamente perfetto in cui si alternano le terremotanti e potenti “You Only Live Twice” e “Six Stepsisters”, l’anthemica “Mastermind” o la power ballad “When Love Comes Down”. La sezione centrale del disco contiene tre piccole gemme: “Dust To Dust”, in cui la splendida voce di Carl Albert ci regala una prova maiuscola che sfocia in un ritornello estremamente catchy; la tensiva “Raise Your Hands”, con il suo riffing articolato; “Strange Behavior”, dotato di un riff sfrontato e incisivo, un coro che dal vivo fa sfracelli e un assolo melodico in cui le due chitarre si intrecciano per poi inseguirsi. Non mancano cavalcate con la doppia cassa suonata a velocità elevate come nella conclusiva “Ends Of The Earth”.

L’affiatamento creatosi dopo la terza prova consecutiva è evidente nei vari passaggi di questo disco. La prematura dipartita nel 1994 di Albert sarà solo il primo di una serie di intoppi che mineranno alla carriera di questa band, tornata negli ultimi anni a reclamare quel posto al sole che spetta di diritto a chi ha partorito un capolavoro come “Welcome To The Ball”. (Pasquale Gennarelli)


Wrathchild_America_-_3-DBonus: WRATHCHILD AMERICA – 3-D

(Atlantic Records, 1991)

Anche se molta gente sembra non essersene accorta nel 1991 arrivò sugli scaffali uno degli album più sottovalutati della storia della “musica dura” quel “3-D” che pur uscendo su major (Atlantic) non riuscì a far emergere i Wrathchild America dal limbo tipico delle cult band; e pensare che in questa ora di goduria musicale troviamo una miscela letale di thrash, prog, blues, ironia… in una parola un vero crossover di generi (sentitevi lo strumentale “Prego”) che necessiterebbe di un’adeguata ristampa in barba a titoli ben più blasonati. Il vocione di Brad Divens (anche notevole bassista) la coppia d’asce Abbene/Carter (all’opera anche con mandolino e banjo) e l’indiavolato Shannon Larkin (che ritroveremo poi tra le fila di Godsmack e Ugly Kid Joe) dietro al drumkit crearono qualcosa di unico e senza regole, di vagamente Zappiano nella concezione ma rimanendo ancorati a melodie memorizzabili e aggressività derivata da hardcore e thrash metal. Non si contano i cambi di tempo e ambientazione dei tutti i pezzi e non vogliamo volutamente citarne qualcuno in particolare perché “3-D” è un lavoro da sorbirsi tutto d’un fiato col tasto repeat inserito di default. (Alberto Capettini)


E come sempre per concludere la nostra immancabile playlist su Spotify con una selezione di due brani per (quasi) ogni album dello speciale.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. carlo cozzi

    strange and beatifull era un album Pessimo! che vi siete fumati!

    Reply

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