Header Unit

Testament – I 15 migliori brani del periodo 1994-2014

Di fronte ad un album eclettico, eterogeneo ma anche estremamente equilibrato come “Brotherhood Of The Snake” non potevamo esimerci dal dedicare un articolo speciale ai Testament, gloriosa thrash band della Bay Area ancora dannatamente “in forma” e che riesce a coniugare il proprio sound classico (inutile ricordare gemme come “The Legacy”, “The New Order” o “Practice What You Preach”) con afflati più moderni.

E proprio su quest’ultimo aspetto ci siamo voluti concentrare, per non celebrare i “soliti” pezzi stranoti a tutti gli amanti della musica dura, bensì i migliori (a nostro sindacabile giudizio) dell’ultimo ventennio, dalla pubblicazione di “Low” in poi, cioè quel periodo in cui i Testament hanno sia sperimentato che reso tributo al proprio glorioso passato. (Alberto Capettini)

“3 Days In Darkness”

Un riffone circolare mostruoso che sembra partorito da un Tony Iommi brutalizzato da l’imprinting a 3 Days In Darkness, uno degli episodi più riusciti di The Gathering. Alternando momenti più cadenzati e groovy ad accelerazioni devastanti sostenuti dal drumming imperiale di Dave Lombardo, Chuck Billy ci narra dell’apocalisse, di strane profezie e del famigerato anno 2012. La chitarra di James Murphy dona poi al brano uno splendido quanto anomalo assolo a fine brano, coronando un brano micidiale. (Tommaso Dainese)


“Dark Roots Of Earth”

Il brano inizia con un arpeggio oscuro da cui si sviluppa una melodia altrettanto dark, giostrata con sapienza da un sempre ottimo Chuck Billy. Le parole ci trasportano attraverso una storia fantastica, che disegna uno scenario Lovecraftiano e apocalittico, ma che sa anche di ultimo avvertimento ad un’umanità troppo preoccupata del proprio tornaconto per accorgersi della catastrofe in arrivo. Un’ambientazione lirica perfetta per una parte musicale non particolarmente aggressiva, ma che è allo stesso tempo melodica e possente, epica e dinamica nelle ritmiche, come varia negli arrangiamenti e con parti soliste di gran gusto. Uno dei migliori pezzi di un album di per sé eccellente. (Riccardo Manazza)


“Demonic Refusal”

Probabilmente la canzone dei Testament che più si avvicina al death metal, almeno per le vocals particolarmente basse e gutturali di Chuck Billy. Il sound groovy e il taglio della produzione, imbastardito con le tendenze più anni novanta, avvicina qui la proposta della band di Peterson anche ai Sepultura del periodo “Chaos A.D.” (curioso, per una band come i Testament, ad esempio, che nella canzone manchi un assolo). Il tutto per un mix devastante che i puristi degli anni ottanta hanno odiato al primo ascolto, ma che ha comunque una sua valenza e coerenza stilistica con quanto proposto in passato, ad esempio in un album come il precedente “Low”. Una canzone potente e spaccaossa, nulla di più, nulla di meno. (Riccardo Manazza)


“D.N.R. (Do Not Resuscitate)”

Traccia di apertura di “The Gathering”, “D.N.R. (Do Not Resuscitate)” rappresenta uno dei punti più alti dei Testament: quando il gran maestro di cerimonie Chuck Billy è accompagnato da Peterson e Murphy alle chitarre, DiGiorgio al basso e Lombardo alla batteria saltano fuori pezzi del genere. Intro sinfonica sulla quale improvvisamente piovono gli strumenti come napalm, in pieno stile thrash senza fronzoli, un attacco frontale che si esplicita in una semplicità e in un’agilità strumentale da paura: sempre una “canzone da scapoccio” e sempre attuale. (Fabio Meschiari)


“Eyes Of Wrath”

Direttamente dal capolavoro “The Gathering”, “Eyes Of Wrath” costituisce un brano bello corposo e incalzante, in cui la consueta potenza esecutiva si alterna a brevi segmenti dal sapore orientaleggiante. L’interpretazione di Chuck Billy è più rabbiosa che mai, il maestro Dave Lombardo (che ricordiamo fu il batterista per questo disco) si diverte con improvvisi cambi di tempo, mentre l’accoppiata Peterson/Murphy alle sei corde tesse trame virtuose e cesellate. Siamo insomma al cospetto di una delle tante gemme di thrash ragionato e maggiormente elaborato di cui il combo californiano ci ha fatto dono. (Matteo Roversi)


“Hail Mary”

Groove. Tanto groove. Una canzone figlia dei suoi tempi, con un riff circolare debitore dei Pantera che non smette di picchiare mai. 3 minuti e mezzo di tensione, che alzano la cattiveria di un album (“Low”, ovviamente) adorato dai fan (sebbene molti ancora siano dubbiosi sulla qualità di un lavoro che ha sancito la rinascita creativa dei nostri) e stroncato da certa stampa asinina poco specializzata. Da riscoprire. (Saverio Spadavecchia)


“Jun-Jun”

Suono pesantissimo fin dall’apertura, armonici di chitarra e suono veramente lugubre: un pezzo strano, con i suoi piatti di batteria e le chitarre che si dettano i controtempi all’inizio, una voce bassissima e dai connotati marci: il modern metal si accoppia col death metal e partorisce questo album invero non apprezzato, sancendo “Demonic” come uno dei meno riusciti dalla compagine ma che qualche piccolo barlume di bontà, seppure non nel classico stile del gruppo, lo dimostra in questo pezzo. (Fabio Meschiari)


“Low”

“Low” è probabilmente una delle canzoni più importanti dei Testament. Attenzione, importante, non tra le più belle. Una canzone spartiacque, che ha sancito una sorta di rinascita del combo californiano dopo il crollo che ha seguito “The Ritual”. Una canzone che ha segnato profondamente anche Chuck Billy, che ha sperimentato – con successo – la via del growl. Una canzone con uno dei riff più belli scritti da Peterson, impattante e ribattuto con successo da James Murphy (subentrato ad Alex Skolnick proprio dopo “The Ritual”). Una canzone che adoro particolarmente e che mi ha permesso di conoscere il mondo dei Testament e del “grande indiano” Chuck Billy. E poi è anche una delle prime canzoni che ho imparato a suonare con la mia 6 corde (rigorosamente acustica, ovviamente). Un legame che entra dentro e che fa crescere ancora di più l’amore per una canzone alla fine dei conti meravigliosa. (Saverio Spadavecchia).


“More Than Meets The Eye”

Nonostante sia contenuto in uno degli ultimi lavori della band, il comunque splendido “The Formation Of Damnation”, “More Than Meets The Eye” è stato in assoluto uno dei singoli di maggior successo dei Testament. Condotta da un riff galoppante di Peterson adeguatamente corroborato da Paul Bostaph dietro al drumkit, questo pezzo ci permette di riascoltare dopo tanti anni le sonorità di “Practice What You Preach” e “Souls Of Black” anche grazie al comeback del Maestro Alex Skolnick alla chitarra solista. (Alberto Capettini)


“The Evil Has Landed”

The Evil Has Landed” è uno dei brani migliori e più rappresentativi di “The Formation Of Damnation”, l’album del ritorno dei Testament dopo una lunga assenza di release di inediti. La canzone non costituisce solo una valida composizione, massiccia e poderosa, dal punto di vista musicale: si avvale anche di un testo particolarmente impegnativo, dal momento che tratta il tema del terrorismo e degli attentati a New York dell’11 settembre 2001. Il pezzo non sarà magari coraggiosissimo e si incastona pienamente nello stile più tradizionale espresso dal gruppo, ma al ritorno discografico dei Testament (tra l’altro in formazione quasi originale) dopo 9 anni di silenzio non si chiedeva altro. (Matteo Roversi)


“The Persecuted Won’t Forget”

Da “The Formation Of Damnation”, album del 2008 decisamente buono, “The Persecuted Won’t Forget” si apre con un riff travolgente che da il “la” ad una parte strumentale adrenalinica fino al momento della strofa, in cui quando si inserisce la voce cala anche la batteria di Paul Bostaph: chitarre e basso avanzano all’unisono verso una parte tecnica e tesa che precede le urla del gigante dietro al microfono, foriere di uno sviluppo melodico e sinistro fra le sei corde e la voce. Diretta ed efficace, finisce così come è iniziata, sugli stessi giri. Uno schiaffo. (Fabio Meschiari)


“Throne Of Thorns”

Uno dei pezzi più lunghi di “Dark Roots Of Earth” è anche in assoluto uno dei più riusciti. L’incipit arpeggiato è solo un’illusione perché i soliti suoni spettacolari che riesce ad ottenere Andy Sneap esplodono in tutto il loro fragore: chitarre arcigne, Chuck Billy incazzato il giusto e Gene Hoglan solo apparentemente “contenuto”. Lo stacco centrale ha un che di Megadeth e prelude alla sezione solista opera di Skolnick che, al solito, ha pochissimi rivali nell’universo thrash. (Alberto Capettini)


“Trail Of Tears”

Se “Low” rappresenta uno degli album più particolari e meno canonici all’interno della discografia dei Testament, “Trail Of Tears” è a sua volta una canzone sui generis sia nel contesto del disco stesso che più in generale per la produzione della band. Il brano è infatti una lunga semi-ballad, molto raffinata e dall’atmosfera lounge, delicata per quasi tutto il suo corso e che non disegna comunque i più classici momenti aggressivi. Molto pregevole dal punto di vista strumentale e con un Chuck Billy insolitamente pacato e in ogni caso convincente, questo bel pezzo avrebbe di sicuro meritato più fama e fortuna. (Matteo Roversi)


“True American Hate”

Uno dei pezzi più canonici tra quelli che abbiamo scelto per questo speciale, “True American Hate” rimane comunque uno degli highlight di “Dark Roots”. Memorabile è l’assolo incrociato tra Skolnick e Peterson che inizia a metà brano e che, forse non troppo involontariamente, riprende la struttura di quello di “Over The Wall”, vettà chitarristica mai più superata nella discografia dei Testament. Un buon modo per i più giovani di scoprire l’estro solista delle due asce. Ah ci dimenticavamo. Dal vivo ha generato più di qualche dente rotto e occhio nero. (Tommaso Dainese)


“True Believer”

Parte piano, sale, cresce e poi esplode. Una canzone da mille all’ora, con Chuck Billy gran cerimoniere. Probabilmente una delle canzoni più amate da “The Gathering”, che si batte alla – quasi – pari con la definitiva “DNR”. Una canzone che molti si sognano di comporre, invidiosi di una manciata di minuti perfetti. Bellezza e violenza. Ascoltare per credere. “Nothing can touch me now. True believer”. (Saverio Spadavecchia)

tommaso.dainese

view all posts

Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

Saverio Spadavecchia

view all posts

Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

matteo.roversi

view all posts

Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

alberto.capettini

view all posts

Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

riccardo.manazza

view all posts

Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

Fabio Meschiari

view all posts

Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Ben

    probabilmente molti mi daranno contro, ma The Ritual (a parte 3 o 4 tracce) a me è sempre piaciuto, è l’album che mi ha fatto conoscere i Testament, comunque i pezzi scelti dalla redazione sono pazzeschi, c’avrei messo John Doe al posto di Jun Jun da “The Gathering”..

    Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login