Speciale Whitesnake – I 10 brani migliori del periodo hard blues (1977-1984)

Negli ultimi anni siamo stati più soliti pensare a David Coverdale più come a una simpatia macchiettawhite snake che come a un cantante vero e proprio. Chi ha assistito a un suo live show da un po’ di tempo a questa parte non può non essersi reso conto infatti che tante parti vocali sono eseguite dai musicisti che condividono il palco con il celebre frontman, mentre Coverdale sfrutta il suo innato e indiscutibile carisma più per fare del cabaret che del rock vero e proprio. Bisogna però ricordarsi che Coverdale, prima di venire risucchiato dalla spirale luccicante e glitterata degli anni ’80 e soprattutto prima di perdere gran parte della sua voce per via di un utilizzo chiaramente sbagliato, ha avuto una carriera importante già da dopo la sua uscita dai Deep Purple, prima come solista e poi nel primo periodo di vita dei Whitesnake. Questa fase della sua carriera è stata fortemente orientata all’hard blues e la sua voce era whitesnake snakebitecapace di sfornare un capolavoro dopo l’altro con una facilità disarmante. Ora, alla vigilia del suo ritorno in Italia per un’unica data live, vogliamo rendere giustizia a un periodo della sua discografia che spesso viene messo da parte, e ricordare una serie di estratti da una decina di album usciti fra il 1977 e il 1984, in cui Coverdale ha dato senza dubbio il meglio di sè come compositore e soprattutto come interprete. Con questo non vogliamo sminuire il valore di album come “1987” o “Slip Of The Tongue”, che sono lavori con ottimi elementi e ottimi brani, semplicemente fanno parte di una fase diversa della carriera di Coverdale, una fase che spesso i fan della prima ora fanno fatica a digerire.

Sunny Days (“White Snake”, 1977)

Uscito nel 1977, a pochissimo tempo di distanza dalla sua uscita dai Deep Purple, “White Snake”, che vede la partecipazione di musicisti importanti come l’amico Micky Moody e Roger Glover, fotografa un David Coverdale agguerrito e pieno di idee. “Sunny Days” è l’espressione del Coverdale più scanzonato e leggero e ha tutt’oggi una certa modernità; con il suo ritmo sostenuto, l’accompagnamento dei fiati e i cori femminili in sottofondo fa venire in mente uno di quei gospel da chiesa che si sentono tante volte nei film americani (Anna Minguzzi).

Nortwinds (“Nortwinds”, 1978)

La title track del secondo album solista di Coverdale, l’ultimo prima dell’arrivo definitivo del nome Whitesnake, è uno di quei brani rock blues che partono in sordina, con la voce solista accompagnata semplicemente dal piano, e che poi si sviluppano gradualmente in un crescendo che culmina nel finale, arricchito anche questa volta dal coro di voci femminili. Il suo ritmo lento fa pensare a un vulcano pronto per esplodere, trascinato dalla sensualità della voce di Coverdale, del tutto a suo agio con l’accompagnamento semplice che ne mette in risalto tutte le sfumature. Nonostante sia uscito da molto tempo, “Northwinds” è un album da rivalutare, che non ha perso minimamente il suo smalto e la sua forza vitale (Anna Minguzzi).

 

Ain’t No Love In The Heart Of The City (“Snakebite”, 1978)

La fine degli anni ’70 sono un periodo d’oro per Coverdale, che incide quello che è ufficialmente il primo lavoro targato Whitesnake nello stesso anno in cui esce “Northwinds”. Il brano più celebre di questo periodo, di cui chi è molto fortunato a volte può sentire qualche frammento anche oggi durante un live, è la cover di un pezzo R&B uscito pochi anni prima. Nella sua nuova versione, Coverdale cancella il ritmo allegrotto dell’originale e lo fa diventare un pezzo sofferto, dove ogni nota viene sputata via con angosciosa disperazione, come se fosse un cancro da asportare, in piena corrispondenza con il dolore che fa da essenza intima al blues più classico. “Ain’t No Love…” in questa interpretazione diventa così caratterizzante del sound dei primi Whitesnake che pochi anni più tardi diventerà spunto per il titolo del loro primo album live, altra pietra miliare di questa fase della carriera di Coverdale (Anna Minguzzi).

 

 

Take Me With You (“Trouble”, 1978)

Unico brano di “Trouble” sopravvissuto fino a tempi recenti nella setlist della band, “Take Me With You” apre l’album uscito nel 1978 nonchè primo album a nome Whitesnake dopo l’EP “Snakebite”. Registrato con la formazione classica (Moody, Marsden, Murray, Lord a cui si aggiunge Dave Dowle alla batteria), resta un classico immortale. Il ritmo scatenato rock’n’roll, con i vocalizzi suadenti di Coverdale, sprigionano un’energia clamorosa. Vocalmente tra le performance migliori del frontman, che nella versione studio esprime il suo meglio. In anni recenti il brano verrà “metallizzato” in sede live, perdendo un po’ del fascino della prima versione che resta impareggiabile (Tommaso Dainese).

 

Lovehunter (“Lovehunter”, 1979)

Solo sesso. Una delle tematiche preferite da Coverdale, qui trova la sua massima espressione. Lovehunter sprizza sensualità da ogni nota, già nettamente definita dal tamarro e bellissimo artwork. “I’m gonna give you all my loving, and use my tail on you” lascia poco all’immaginazione. La line up resta invariata rispetto a “Trouble”, ma qui è Neil Murray ad essere il protagonista, creando una linea di basso irresistibile, sorretta dalle tastiere di Jon Lord. Un brano dimenticato negli anni, riproposto in anni recenti, se non andiamo errati, solo nel 2006 (Tommaso Dainese).

 

Fool For Your Loving (“Ready An’ Willing”, 1980)

Probabilmente il miglior riff mai uscito a nome Whitesnake, nonchè probabilmente il miglior brano di David Coverdale. Perfetto. Hard Blues all’ennesima potenza, con una melodia irresistibile. Veramente difficile non descrivere questo brano se non come un capolavoro. Le pene d’amore del frontman trovano qui la massima espressione, coadiuvate dall’inserimento di Mr. Ian Paice alla batteria, andando a riformare 3/5 della MK3 dei Deep Purple. Poi risuonata su “Slip Of The Tongue” con Steve Vai, le due versioni sono egualmente valide e figlie di due movimenti musicali differenti. Un brano incredibile (Tommaso Dainese).

 

Walking In The Shadows Of The Blues (“Live…In The Heart Of The City”, 1980)

“Walking In The Shadow of the Blues”, originariamente presente su “Lovehunter”, è praticamente la biografia di David Coverdale in poco più di 5 minuti di musica. L’essenza Whitesnake è qui racchiusa in un brano in cui Coverdale, racconta della sua lotta per la vetta, sempre all’ombra del “blues”, inteso in senso musicale ma anche in senso ontologico. La versione di “Live… In The Heart Of The City”, se possibile, è anche più potente del suo corrispettivo in studio. Il live album fotografa perfettamente lo stato della band nel 1980, anno di grazia per la musica pesante. Prestazione muscolosa del duo Marsden / Moody (Tommaso Dainese).

 

Wine, Women And Song (“Come An’ Get It”, 1981)

“Come An’ Get It” è un album un po’ anomalo. Probabilmente manca l’highlight, ma il livello medio delle composizioni è altissimo. Scegliere un brano che meglio rappresenti l’album non è facile. Se però dobbiamo sceglierne uno assolutamente irresistibile, questo è sicuramente “Wine, Women And Song”, un rock blues super ritmato, in cui Coverdale sintetizza al meglio la sua visione: musica, vino e donne… e onestamente, che altro serve? La sezione ritmica sostenuta da Ian Paice e Neil Murray fa faville, donando al ritmo un groove micidale. Probabilmente non tra i brani più celebri del serpente bianco, ma imperdibile per chi apprezza il primo periodo della band. Noi torniamo a ballare (Tommaso Dainese).

 

Here I Go Again (“Saints & Sinners”, 1982)

Molti si ricordano di “Here I Go Again” nella versione vitaminizzata di “1987”, ma l’originale risale al 1982, contenuta in “Saints & Sinners”. Il brano sprizza vitalità da tutti i brani, nella gioia gospel del ritornello, nel riffing leggero ma incisivo di Marsden e Moody. Coverdale è al top, ancora lontanto dalle tentazioni hard rock. “Here I Go Again” sembra quasi una canzone da Chiesa, con questo mood celestiale creato dalle tastiere di Lord, rivelatorio. La versione del 1982 è totalmente differente nelle atmosfere rispetto a quella di 5 anni più tardi con un taglio più gioioso. Se ad un ascolto distratto, la seconda versione sembra più orecchiabile e efficace, la forza musicale di “Here I Go Again” trova piena potenza in “Saints And Sinner”. Classico senza tempo (Tommaso Dainese).

 

Love Ain’t Stranger (“Slide It In”, 1984)

“Who Knows Where The Cold Wind Blows / I ask my friends, but, nobody knows”: tra i i versi più famosi di David Coverdale, “Love Ain’t No Stranger” è uno dei super singoli di “Slide It In”, album noto anche per le due versioni, UK e US su cui non ci dilunghiamo. Il brano è liricamente ancora totalmente blues, con la continua ricerca dell’amore e la passione che affligge Coverdale da tempo immemore. La musica inizia a essere meno blues e sempre più hard, trasformazione che poi avverrà totalmente con 1987 tre anni dopo. Il brano è memorabile, a tutt’oggi uno dei migliori usciti a nome Whitesnake. Inizialmente pacato e sognante di Jon Lord, poi sempre più sostenuto per sfociare poi in un finale roboante. Da antologia del rock (Tommaso Dainese).

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

4 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. John Taylor

    David Coverdale una macchietta?
    David Coverdale danneggiato perchè non sapeva utilizzare la sua voce?

    Ho visto gli Whitesnake dal vivo nel 2007 a Londra e nel 2011 a Milano, voce ancora pazzesca, “la voce” rock/blues.

    David Coverdale è stato operato per un polipo alle corde vocali nei primi anni 2000, cioè per una forma tumorale, non per danni derivanti dall’utilizzo della sua voce.

    Tornate a scrivere su Cioè e ad ascoltare i One Direction.

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    • Tommaso Dainese

      Caro John Taylor, secondo te, avremo dedicato uno speciale (e ore di lavoro) a David Coverdale se pensassimo che non sia un gran cantante? Che la sua voce abbia perso un po’ di colpi è innegabile. Che resti un gran cantante è altrettanto innegabile.

      La prossima volta, per non farti torto, non ne parleremo più e faremo uno speciale sugli One Direction… ma su Metallus! 🙂

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      • Ian

        beh a 65 anni ha ancora voce per 2 ore di concerto e non e’ cosa da poco , a 25 aveva una delle piu’ belle voci dell’intero pianeta ( ha preso in mano un eredita’ pesantissima quella di Gillan ) ed ha saputo ritagliarsi una carriera ampiamente meritata.

        Reply (in reply to Tommaso Dainese)
    • Riccardo Manazza

      Per non accorgersi che Coverdale ha perso gran parte dellla voce bisogna essere talmente fanatici da non avere nessuna obiettività. Grandissimo cantante in passato, ma oggi non riesce più nemmeno ad avvicinarsi a quanto fatto negli anni d’oro. Buon per lui di aver l’accortezza di portarsi sempre dietro una band di gran qualità che suona di brutto e riempie i brani di cori perfetti che tengono insieme lo show.

      Reply (in reply to John Taylor)

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