Speciale: i 10 tipi da evitare quando si va a un concerto metal

Estate, stagione di concerti. Già solo questo dovrebbe mettervi di buon umore. Purtroppo però, a meno che non siate miliardari e non chiediate a Gene Simmons di venire a suonare nel salotto di casa vostra, lo spazio fisico di un concerto va condiviso con altre persone. Togliendo gli amici storici, i conoscenti che si vedono solo in quegli ambiti e probabilmente si ibernano per tutto il resto del tempo e gli anonimi senza volto, è curioso come, in quasi ogni circostanza, si vada a sbattere contro una serie di personaggi onnipresenti. Attenzione quindi, perchè i personaggi di cui parliamo in questo speciale sono già tra di noi, l’importante è imparare a difendersene e soprattutto a riderci su quando li incontriamo. Anni di assuefazione all’asfalto bollente di un parcheggio, al metallo di una transenna contro la pancia e ai gas di scarico dei motoraduni vi abituano a riconoscere queste categorie particolari con un unico colpo d’occhio.  Per chi invece sta iniziando ad approcciarsi al grande mondo dei concerti metal, questo prontuario semiserio sarà utile come strumento di difesa. 

IL TAPPETTO CHE POGA

(Boletus poganti).

Avete presente l’amico che con noncuranza spoilera il finale della vostra serie preferita, ad una puntata dal traguardo? Ce l’avete messa tutta, vi siete imposti un isolamento forzato da convento delle Clarisse, e invece a lui sono bastati i cinque minuti di una birra in comagnia e la vostra distrazione nel lasciar filtrare brevi e micidiali frasi come “Ah, ma la segui anche tu?” “Io le ho scaricate. Sei già arrivato a quando…”. Lo stesso accade nei concerti. Il soggetto in questione colpisce in controtempo, pochi secondi prima che un’intro finisca per lasciare il posto ai riff, sfruttando l’effetto sorpresa per assicurarsi il massimo del danno.  Inutile cercare di prevederne le mosse, il Boletus Poganti viene da una lunga gavetta di agguati che ne fanno un esperto stratega, e, complice l’altezza, si attiva esclusivamente quando è sicuro di avere intorno solo persone che non hanno alcuna voglia di pogare con lui.

Particolarmente folkloristici i membri appartenenti alla sottocategoria dei bipolari, che dopo ogni spinta provano un insostenibile senso di colpa e abbracciano il malcapitato, come dopo una cruenta battaglia, gli occhi che implorano “mai più, mai più“, promessa irrimediabilmente infranta pochi secondi dopo. Insopportabili ai primi concerti, ai boletus poganti ci si affeziona comunque in poco tempo, tanto che se nei due o tre show successivi non li si vede, ci si chiede preoccupati se per caso, in un momento di esaltazione da maglietta dei Cannibal Corpse,  non abbiano spintonato per sbaglio dei camionisti in fila all’autogrill di Rozzano. (Stefano Protti)

LA TIPA “INSERITA”

(Kawaii morbus)

Voglio sapere perché tu, sì tu, con quell’outfit che miscela sapientemente cerotti e calze smagliate sei sempre “vestita” con un “pass” speciale. Voglio sapere perché tu, con il selfie stick in mano (e con la bocca a culo di gallina) sei sempre là dove noi comuni mortali non osiamo neanche immaginare. Capisco i pass stampa / foto, ma non capisco perché TU, senza la conoscenza dell’idioma italico (o inglese, o ugrofinnico fate un po’ come cavolo vi pare) sei sempre oltre la soglia. Amica di amici di amici. Poderoso esempio di proto-nepotismo metallico, ballonzoli tra risatine isteriche, caipiroske alla fragola e sorrisetti tanto kawaii che neanche le BabyMetal.

Voglio anche sapere perché TU, con i cerotti al posto del vestito e con le calze smagliate sei sempre nel pit anche senza braccialetto. Voglio sapere perché poi, a fine live, hai sempre foto con Tizionibus Ubermetallo e Kartoffen von Wasser del gruppo di porno – grindcore satanico del Puzzistan. Perché?

Ma uno spirto poetico prorompe dal metallico petto e trova spavento e motivazioni.

Tutto alla fine ha un senso.

E siamo lì, noi soli in mezzo alla folla.

Tremiamo all’entrata per raggiungere la transenna.

Temiamo per la nostra sorte quando il pogo ci investe.

E ti troviamo sempre lì, prima di noi. Davanti, con l’ovvia soluzione.

(Saverio Spadavecchia)

L’AMICO CHE SI PERDE

(Mellon Smarritus)

Ma quanto è bello andare al concerto con gli amici? Puoi condividere un’esperienza, il lungo viaggio, litigare per la musica da mettere in macchina, dividere le spese e molto altro. Purtroppo però anche questa organizzazione ha il suo lato oscuro. Non stiamo parlando dell’amico a cui puzzano i piedi, neanche di quello che russa non appena si parte, ma di un’insidia ancora più subdola. L’Amico Che Si Perde è una categoria trasversale per età, genere e provenienza, irriconoscibile prima di averla sperimentata. Mai, e dico mai, azzardare di inserire un punto di ritrovo a fine concerto, come il classico “al mixer alla fine”, o “ci troviamo direttamente al parcheggio”. Anche queste basilari indicazioni topografiche scateneranno nell’ACSP un meccanismo inconscio che gli impedirà di recepire la benchè minima nozione. Così, mentre tu e gli altri della compagnia sarete in fervente attesa, stanchi, sudati, soltanto desiderosi di ficcarvi in macchina per ingozzarvi di Camogli all’autogrill, lui non apparirà, non risponderà al cellulare e sarà irrintracciabile. Inutili le chiamate agli amici comuni: anche se vi rispondessero, diranno tutti di averlo visto in un posto diverso, non facendo altro che aumentare la vostra confusione. Quando poi, stremati e anche leggermente incazzati, vi deciderete ad avviarvi fuori dal luogo del concerto dicendo “oh beh, un passaggio lo troverà”, ecco che l’ACSP sbucherà alle vostre spalle, fresco come una rosa e ingenuo come un neonato e vi dirà: “Ma come? E’ mezz’ora che vi aspetto allo stand del merchandising”. Pericolosissimo ma, per fortuna, circostanziato al momento di fine concerto. Per il resto del tempo l’ACSP è di solito dipensatore di buona compagnia ed enormi panini con la frittata (altro che Camogli…). (Anna Minguzzi)

QUELLO CHE CANTA TUTTO (COMPRESI I RIFF)

(Omnicantor Terribilis)

E quindi sei arrivato al momento fatidico tanto atteso, quella band di culto mai vista prima che per te ha un posto speciale, sai benissimo che sarà l’unica occasione di vederla perché richiamerà quattro gatti e chi è tanto pazzo a richiamarla rimettendoci, per andare hai dovuto chiedere un cambio turno al tuo collega più stronzo che te la farà pesare fino all’età della pensione (che non arriverà mai) perché ovviamente è un day off in un posticino disperso in culo ai lupi, ma chissenefrega, hai aspettato questo momento da quando eri adolescente, no? Si spengono le luci, sei riuscito a trovare un posto dove vedi bene il palco, centrale, davanti al frontman, una di quelle voci che ti ha trasmesso sensazioni come poche altre, dopo tre gruppi spalla che rappresentano la fiera dell’inutilità finalmente comincia l’intro… ma c’è qualcosa di strano, il tizio di fianco a te lo sta canticchiando. Non ci fai caso, ci mancherebbe, ora escono, imbracciano gli strumenti, iniziano! Uno dei brani di culto di un gruppo di culto, stai esplodendo dalla gioia, ma c’è qualcosa di imprecisato che non quadra… è lui, quello che canticchiava l’intro: ora sta cantando a squarciagola il riff iniziale, e quando il cantante inizia, lui, urlando come un ossesso, gli va dietro col testo perfettamente imparato a memoria che tu, col tuo inglese da “io Tarzan, tu Jane” non avresti idea da che parte iniziare. Ok, è l’entusiasmo, capisci bene. Però poi inizia l’assolo e il tizio lo canta nota per nota. Bene, un altro fan come me, tu pensi. Senonché col brano successivo la cosa si ripete, e cominci a guardarlo ogni tanto di sottecchi, ma che sta facendo, tu pensi. Anche perché, sai com’è, la band ha già un cantante, dei chitarristi, un batterista, e si dà il caso che stiano facendo una prestazione decisamente migliore di quella del tuo vicino. Col trascorrere del concerto il personaggio non demorde, impone la sua voce gracidante e semi stonata ma potentissima su quello che esce dagli amplificatori, e a te cominciano a girare seriamente le balle, che se avessi voluto sentire cantare il tipo, mica venivi fin lì. Provi a spostarti, ma davanti ora ti trovi un pennellone da due metri e dieci che oscilla da una parte all’altra per impedire a qualunque retrostante di vedere anche solo un roadie a bordo palco, e sei costretto a tornare dal corvaccio di prima. Il tuo pezzo preferito, con quel momento così soffuso che esplode in una carica all’arma bianca, viene sepolto dal mostro urlante, che canta anche quel complesso passaggio di batteria, colpo su colpo. Cominci a dire con un certo sussiego degli “zitto”… “taci”… e lui ti guarda vacuo senza per questo desistere dalla sua missione. Non ce la fai più, gli fai presente che farebbe più simpatia ascoltare la band invece di lui. Si gira verso di te e “MA SE NON TI VA LA GENTE CHE SI DIVERTE A UN CONCERTO METAL PUOI ANDARE A VEDERTI LA MUSICA CLASSICA!!!” Contento della sua staffilata continua imperterrito a cantare tutto, ma proprio tutto. Arriva il bis, è oramai tardi. Il concerto finisce, forse è anche stato bello, a veder le facce contente dei presenti, lui va a caccia degli autografi e tu, che devi tornare perché è schifosamente tardi e domattina ti toccherà reggere il collega più stronzo, ti chiedi perché non sei nato con la passione per il feng shui. (Daniele Zago)

QUELLO CHE COMMENTA TUTTO

(Ecncyclopedicum Omnipraesens)

Ce l’avete fatta, siete arrivati sani e salvi alla venue! Avete evitato il traffico delle 6 e mezza, gli autovelox, l’ingorgo per l’ennesimo concerto di Vasco Rossi e la finale di Champions League. Vi sentite degli eroi e siete pronti a godervi uno spettacolo bellissimo in meritata pace, quando…eccolo lì, l’Ecncyclopedicum Omnipraesens, per gli amici “Quello che commenta tutto”, compare e si piazza proprio accanto a voi, talvolta accompagnato da esemplari di malcapitati amici oppure a caccia da solo. I tecnici del suono stanno ancora sistemando il palco? Poco male, lui sa già tutto di tutte le band che si esibiranno da lì a poco. Comincia a parlare ad alta voce per dare sfoggio della sua immane conoscenza ancor prima che si spengano le luci: sì, perché colui che tutto commenta ha già studiato a memoria le scalette da qui al 1985, millanta intrallazzi con i gruppi spalla e, non appena cala il silenzio sul locale, inizia a commentare ogni singola cosa.
Non si salvano gli outfit dei musicisti (perché c’è sicuramente dietro un aneddoto che lui conosce), la strumentazione (distingue a occhi chiusi tutti gli endorsement avvicendatisi negli ultimi 20 anni), l’intro (è sempre uguale però!), la setlist (magari l’ultima volta hanno invertito un paio di brani), tutti i riff di tutti i pezzi (accordo per accordo, naturalmente) e se vengono buttate dentro delle cover, ovviamente, parte il commento nel commento.
Ma attenzione, perché le nozioni di cui l’Ecncyclopedicum Omnipraesens vi avrà infarciti entro la fine del concerto, potrebbero essere del tutto false e tendenziose: per intenderci, la vedete quella tipa lì? State tranquilli, al 99% non è davvero la figlia del cugino del migliore amico del cantante. (Ilaria Marra)

L’UBRIACO MOLESTO

(Ebbrus terribilis)

L’uomo che sussurrava ai fusti di birra. Colui capace di trasportare nascosto in sa iddio quele anfratto un litro di gin fatto in casa ad un festival estivo senza una dannata zona d’ombra. Eroi e pazzi, dei geni assoluti dello sballo legale e dalla cottura del fegato dall’interno. Artisti dell’autodistruzione di questo calibro ne possiamo ammirare ad ogni concerto, da quelli che si accalcano sotto il palco del gruppo di porno-grindcore satanico del Puzzistan arrivato al paesello ad altri che si fracassano sterno e costole per urlare il nome del suo gruppo preferito puzzando che neanche il Barone Birra dei Simpson. “SLAYECORPSEMAIDETALLICA”. Quello che vi pare, non importa il chi: importa il quanto. E quindi il portatore (mica tanto) sano di alcool è un cantore di vita vissuta, sbornie epiche, condizioni discutibili e leggendarie narrazioni da raccontare sul letto di morte ai nipoti disgustati di conoscere tanta dissolutezza. Ad ogni concerto troverete uno (o più) come lui, lo maledirete ogni volta, ma sappiate che prima o poi anche per voi ci sarà il giorno della mutazione e della trasformazione in simpatico – e fastidioso – alcolizzato da concerto.

(Saverio Spadavecchia)

IL FOTOGRAFO COMPULSIVO

(Pictor moderno frantumascrotum)

“Anche l’iPad? Cristo Santo non ci credo”. Ricordo con terrore questa mia espressione, ricordo con terrore quando lo spettacolo venne spaccato e lo sballo venne castrato da quel demoniaco arnese argenteo. Luogo, tempo e spazio. Era il giorno dell’esibizione degli Europe in quel di Bologna, con i nostri svedesi a cotonare i classici dei plasticosissimi anni ’80. E proprio nel mezzo di una canzone, eccolo spuntare tra le teste delle persone, con quel logo che cita il frutto con cui si avvelenò Turing. Situazioni che avvelenano pure la tua di persona, perché non è decente vedere MIGLIAIA di smartphone (o fratelli maggiori) dalla prima all’ultima fila per cercare lo scatto perfetto da postare sui social durante il concerto. Capisco perfettamente i vari Tom Morello, Halford e Corey Taylor (solo per citare gli ultimi) che hanno sbroccato e lanciato quel dannato prolungamento della malattia mentale umana a quintilioni di metri fuori dai coglioni. Non sembra neanche più un concerto, ma una sfilata di moda dove la modella non è certo consenziente. Siete fastidiosi come un prelievo fiscale forzoso dal conto corrente, siete più odiosi delle tasse e di una vigilia di Natale senza “Una Poltrona Per Due”. Siete onanisti perbenisti, con quell’istinto folle di masturbarsi – che poi in pubblico non potete perché sennò entra in gioco il penale – scattando a ripetizione foto con il vostro smartphone. Non distogliete lo sguardo! Siete anche voi tra queste righe!

E poi altro dettaglio di non poco conto: NON FATE LE FOTO CON QUEL CAZZO DI FLASH.

Motivi molteplici:

1 perché così facendo fate solo la foto della mia pelata e non credo possa essere oggetto di discussione.

2 perché a breve distanza accechereste il povero musicista che già deve cuocersi sotto il sole nucleare delle luci di scena.

3 perché mi sono dimenticato gli occhiali da sole in macchina.

4 godetevi di più il live e non rompete i coglioni.

(Saverio Spadavecchia)

L’ANZIANO MOLESTO

(Canutus Molaestus)

L’Anziano Molesto è una specie che, con il passare degli anni, non si capisce bene se si avvii verso l’estinzione o semplicemente verso un pericolosissimo ricambio generazionale. Da non confondersi con il Ecncyclopedicum Omnipraesens, con il quale tende a volte a condividere la vena polemica, l’Anziano Molesto ha la terribile abitudine di saperne più di voi grazie a un solo aspetto: è più grande di voi e quindi, per forza di cose, ha visto più concerti di voi. Pericolosissimo averlo nella stessa macchina quando si va insieme ad un concerto, perchè al primo riferimento al gruppo che si sta andando a vedere inizierà a salmodiare il ritornello “Io li ho visti nel… (segue anno a caso, di solito fra il 1980 e il 1989) a… (segue nome di località improbabile che varia da Calolziocorte al Parco Prandina di Padova)” e, di conseguenza, inizierà a raccontare minuziosamente tutte le peripezie legate a quel concerto, risparmiandovi forse solo il numero di panini mangiati durante il medesimo. Ora, la prima volta che si sentono questi racconti, ok, è anche divertente, anche perchè l’Anziano Molesto ha modo di soddisfare il proprio ego sentendosi al centro dell’attenzione. Ma quando, al decimo viaggio in macchina insieme, il suddetto personaggio vi ripete per la decima volta SEMPRE la stessa storia dello stesso concerto, aggiungendo SEMPRE gli stessi dettagli e ripetendoli SEMPRE nella stessa sequenza, allora ci sarà di che preoccuparsi. L’Anziano Molesto di solito si placa durante il concerto vero e proprio, salvo poi riattivarsi a concerto finito, mentre si torna a casa. Sempre che, ovviamente, gli acciacchi dell’età, i mali alla schiena, allo stomaco e alla prostata non abbiano prevalso. (Anna Minguzzi)

QUELLO CHE CI PROVA CON TUTTE

(Bavosum Musicalem)

Diversamente da molte altre, il Bavosum Musicalem è una categoria che trascende l’ambito del concerto metal. Questa figura può essere infatti rintracciata ovunque, dalle discoteche alla spiaggia di Lido degli Scacchi, e soprattutto quando uno meno se lo aspetta. Sua prerogativa, inutile dirlo, è quella di azzardare approcci più o meno sconclusionati con qualsiasi esponente di sesso femminile che abbia superato la pubertà, indipendentemente da fattori insignificanti quali abbigliamento, taglio di capelli, trucco più o meno sbavato, grado di sudorazione e così via. Attenzione però, il Bavosum Musicalem è un personaggio che può avere anche dei lati positivi. Solitamente spendaccione, questo personaggio è solito offrire birre di marca scadente, se non addirittura da discount (guai a ordinare un the fredo, dovete essere true metaller come lui), alle malcapitate che gli si trovano a fianco. Guai poi a chiedergli, che so, delle patatine fritte o una sigaretta: capirebbe che lo state sfruttando. L’aspetto negativo è invece che il Bavosum è solito utilizzare sempre le stesse tecniche di approccio con tutte, come se non fosse chiaro che forse, se non funziona con una, non funziona con due, non funziona con trecento, forse c’è qualcosa che non va nell’approccio stesso. Dotato di una faccia tosta ai limiti del patologico, il Bavosum ha la capacità innata di insinuarsi in qualsiasi gruppo con due o più ragazze che si sta facendo un selfie per comparire nello scatto insieme a loro. In alcuni casi i Bavosum girano in coppia, un po’ sullo stile di Beavis & Butthead. Quasi sempre innocuo, il Bavosum, quando diventa eccessivo, di solito si respinge con la classica risposta a monosillabi, oppure con un paio di citazioni un filino colte. Parlare del compianto Demetrio Stratos, ad esempio, di solito funziona; in alternativa si può provare con la critica del giudizio di Kant. Ah sì, ovviamente del concerto gli frega relativamente il giusto. (Anna Minguzzi). 

L’IPER BORCHIATO

(Fanaticus Spinatus)

Avete presente quando ai primi concerti metal mamma e papà congiungevano le mani e, alzando gli occhi al cielo, sospiravano con le lacrime agli occhi e si profondevano in raccomandazioni? “Stai attento”, “ma dove vai”, “non poteva piacerti Despacito come a tutti?”. Ecco. Immaginatevi cos’altro avrebbero potuto aggiungere se avessero mai visto dal vivo un esemplare di Fanaticus Spinatus, il fan sfegatato e iper borchiato che non di rado abita le prime file e si appollaia in zona transenna alla ricerca di ignare prede.
La strategia è sempre la stessa: l’iper borchiato se ne sta lì zitto e buono, con un giubbino di pelle o una felpa larga addosso e poi, appena parte la prima canzone, si denuda rivelando file e file di borchie, in un tripudio di bracciali, braccialoni e placche ricoperte di spuntoni che vanno dal polso al gomito.
Come se non bastasse, questo ammasso di ferraglia, incubo di ogni metal detector, non è in grado di stare fermo per 30 secondi di fila: ad ogni nota comincia a dimenarsi come i gonfiabili degli stadi, mollando un calcio qui e un pugno là, tra un colpo di borchia nelle costole del vicino e il pericolo di cavargli un occhio seduta stante.
Uscire incolumi da un incontro ravvicinato con il Fanaticus Spinatus è quasi impossibile e alla fine di tutto vi troverete a chiedervi: certo che, a questo punto, che male poteva mai fare il tappo della bottiglietta d’acqua? (Ilaria Marra)

BONUS – LA COPPIA

Accade a tradimento mentre sono già in fila per entrare. Lei smette improvvisamente di sorridere, si volta verso di lui con una ruga di preoccupazione che le solca la fronte e chiede “Non sarà troppo alta la musica, vero?” Lui smentisce con vigore, quasi scandalizzato, ma lo si intuisce passare mentalmente in rassegna tutti i concerti visti insieme, senza trovarne uno più aggressivo di quello della Mannoia. Lei finge di essere più tranquilla, e su di lui cala un mood post punk, tra panico e disappunto. E’ la fine di un concerto, almeno per uno dei due.

Opzione A. A lei la band piacerà, sorprendendola, ma a questo punto lui dovrà comunque amplificare il  divertimento, dondolando il capo fino ad abbattere a testate lo spettatore di fronte, fingendo un solo di batteria che nemmeno Dave Lombardo, annuendo in modo plateale a quelli intorno, come li conoscesse dall’asilo, oppure ripetendo ossessivamente “Te l’ho detto che ti sarebbero piaciuti, eh?” a lei, che il concerto vorrebbe semplicemente goderselo.

Opzione B. A lei il concerto non piacerà, e allora, dopo aver ciondolato un po’ verso il bar e constatata l’inagibilità dei bagni, tornerà ad intercettare lo sguardo di lui per un secondo, urlando “secondo me indietro sui divanetti si sente meglio”, con lo sguardo ammiccante. Ma non ci si può spostare, che figura barbina ci facciamo, se T. G. Warrior guarda ancora dalla nostra parte e non ci trova? Magari ci pensiamo quando è finita  “Shatter“. Oppure, meglio ancora per gli encore.

Ho visto persone trascinate dai loro rispettivi compagni al concerto dei Boris invocare con gli occhi rivolti al soffitto la venuta di un fuoco dal cielo, piuttosto di sorbirsi un’altra mezz’ora di Heavy Rocks, e ragazze fissare con un genuino interesse scientifico il volto del fidanzato illuminato dall’estasi nell’affondare dentro i dueaccordidue dei Sunn O))), fino a vederle attanagliate  da una forma di gelosia mai provata prima. Li vedi di nuovo all’uscita del locale, dopo il concerto, felici per motivi diametralmente opposti, con lui che incapace di preferire un silenzio prudente azzarda “Ma allora ti è piaciuto?” solo per sentirsi rispondere, nel gelo della strada verso il parcheggio, una “L’importante che sia piaciuto a te“, buona per tutte le tristi occasioni (Stefano Protti).

E IN REDAZIONE…

ILARIA MARRA E’…la fotografa compulsiva

ANNA MINGUZZI E’…quella che canta tutto compresi i riff

STEFANO PROTTI E’…l’amico che si perde

DANIELE ZAGO E’…l’anziano molesto

SAVERIO SPADAVECCHIA E’…quello che canta tutto compresi i riff

Eccetera…

(nella foto: un anonimo superstite presumibilmente del Gods Of Metal 2000, reperto rintracciato in un veccchio hard disc e risalente al vecchissimo forum di Metallus)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Andrea

    ahahaha che flash! La foto in realtà è stata fatta al Gods di Monza del 2002, quando c’erano i Manowar come headliner al secondo giorno. Il tipo della foto era un personaggio, verso sera però si è buscato un raffreddore mica da ridere… chissà come mai!!

    Reply

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