Speciale Rush: “Moving Pictures” – 40th Anniversary track by track

La redazione di Metallus (o almeno una parte di essa) è da sempre grande sostenitrice dei Rush e dell’apporto che la loro discografia ha portato alle generazioni successive. Lo dimostrano gli speciali che ripercorrono la disografia della band attraverso i decenni (con l’ultima parte, quella che riguarda gli anni 90, in arrivo) e questo capitolo, che vuole rendere omaggio a uno degli album più perfetti, significativi e iconici in assoluto. Proprio oggi, il 12 febbraio, “Moving Pictures” compie quarant’anni, e non ci sono modi migliori per ricordarlo se non questo ascolto guidato.

TOM SAYWER

Forse il pezzo più noto in assoluto della band, “Tom Sawyer” apre l’album e segna in realtà una direzione nuova per i Rush: accanto all’inconfondibile incedere sincopato di Neil Peart, che contrassegna un’intro entrata nella leggenda, il brano mette subito in luce il rilievo che viene dato in questo nuovo corso al sintetizzatore, suonato da Geddy Lee. Un sound unico che sembra provenire direttamente dallo spazio, realizzato a Le Studio a Morin Heights, in Québec – il video della canzone è girato proprio lì – e da alcuni giudicato frettolosamente più commerciale, ma che invece aggiunge modernità e suggestioni alla sempre inconfondibile e inarrivabile proposta musicale della band canadese. Le parole della canzone sono di Peart e di Pye Dubois dei Max Webster, e sono una rivisitazione molto libera e in chiave contemporanea del personaggio creato da Mark Twain. (Giovanni Barbo)

RED BARCHETTA

Gli armonici iniziali introducono uno dei brani più scorrevoli e gioiosi del disco, paradossalmente con uno dei testi distopici (ma stavolta a lieto fine) tanto cari a Neil Peart. Il sound aperto da cavalcata libera, accompagna il viaggio clandestino del protagonista che, in un’era in cui le auto a benzina sono vietate, corre per le strade con la vecchia Ferrari Barchetta rossa che lo zio tiene nascosta nella sua tenuta di campagna, eludendo gli inseguimenti di gigantesche auto volanti. I riff zeppeliniani, le linee vocali leggere e melodiche ed un ritmo sempre sostenuto trasmettono la gioia del viaggio e della trasgressione di leggi coercitive ritenute evidentemente assurde, per un brano gioiello, che è essenzialmente un inno alla libertà. (Daniele Zago)

YYZ

In poco più di quattro minuti di traccia strumentale i Rush condensano il meglio delle loro capacità esecutive. Non a caso “YYZ” è stato per molti anni uno dei cavalli di battaglia della band in sede live, è stata riproposta in molte versioni ed è uno dei brani iconici della loro carriera. I molti cambi di tempo e, in modo particolare, le tessiture del basso, che sarebbe riduttivo definire stratosferiche, hanno un tema portante che si ripropone più volte, mentre la ritmica di base riprende le lettere che compongono il titolo trasmesse in alfabeto Morse. YYZ, a sua volta, è la sigla internazionale che identifica l’aeroporto di Toronto e diventa, in questo modo, un omaggio dei Rush alle proprie origini. Una sintesi perfetta di cosa i Rush siano stati capaci di fare nel corso della loro carriera.

LIMELIGHT

Apparentemente un pezzo leggero e quasi pop, con una leggerezza malinconica bel sostenuta dal tono pacato della voce di Geddy Lee, e da una fruibilità immediata che lo ha portato ad essere utilizzato dalla band stessa come singolo e video, nel 1981, e successivamente in diverse colonne sonore di films hollywoodiani. In realtà i Rush sono esemplari a far percepire come “semplice” un brano che cambia continuamente ritmo e che si trasforma con una fluidità assolutamente “da maestri”. Un piccolo esempio di capolavoro minimalista raccolto in quattro minuti e ventisei secondi di durata, che narra il disagio di Neil Peart a gestire il lato negativo di essere un musicista famoso, a cui venivano logicamente ridotti i propri spazi sociali più “intimi”, come se tutta la sua vita dovesse essere rappresentata su un palcoscenico, osservato da tutti. Un brano profondo, intelligente ed indefinibile. (Antonino Blesi)

THE CAMERA EYE

Uno dei pezzi meno sotto i riflettori dell’album (ma anche della discografia dei Rush visto che non venne quasi mai replicata dal vivo) “The Camera Eye” è l’ultimo excursus del trio nei meandri delle suite dal lungo minutaggio prima di una totale concentrazione in composizioni più contenute.

Se liricamente fotografa l’ipotetico punto di vista di una città rispetto a quello che le accade intorno, musicalmente i sintetizzatori cominciano qui a prendere piede in maniera sostanziale già dal crescendo iniziale, accompagnando delle chitarre sinistre e donando un mood da colonna sonora al pezzo; il riff di Alex Lifeson al terzo minuto fa ufficialmente partire una canzone dal groove intenso, dalla parte solistica ultra tecnica, dalla metrica multiforme e da stop and go magistrali dettati da un Neil Peart che seppur a modo suo aveva già dimostrato dal 1975 di essere fuori categoria. Da riscoprire! (Alberto Capettini)

WITCH HUNT

Uno dei brani più cupi del disco, Witch Hunt tratta del periodo buio della caccia e dei processi alle streghe. Introdotto dalle voci di una folla pronta a vedere eseguita una condanna già scritta, parte con un riff leggermente dissonante e una linea vocale che rende al meglio la drammaticità del tema. Ovviamente non mancano le grandiose aperture che hanno sempre caratterizzato la band canadese, il tutto però in un’atmosfera che, relativamente allo stile dei Rush, si potrebbe definire quasi il loro brano più “doom”. Particolarmente significativo il testo, che nel descrivere questi terribili episodi storici, tratta gli inquisitori e i loro seguaci come sicuri di idee che non si sognano neanche di mettere in discussione, dove l’ignoranza è una certezza rassicurante e la cultura e i libri sono qualcosa di temibile. Un testo dove il timore del diverso, l’ignoranza e i pregiudizi si traducono in violenza insensata e pretesto per alimentare paure che sono il mezzo per cancellare il dubbio creando un nemico esterno. Concetti di un’attualità sconcertante.

Il brano è ripreso nel disco dal vivo “A Show Of Hands” del 1989, unico, assieme a “Closer To The Heart”, di un periodo antecedente agli ultimi quattro dischi in studio a cui si rivolge il live. (Daniele Zago)

VITAL SIGNS

Ha l’arduo compito di chiudere un disco epocale, e tra mille classici è probabilmente il brano meno citato e celebrato. In realtà è un chiaro esempio della genialità senza limiti della band canadese, qui molto interessata a sperimentare sonorità quasi sintetiche ed elettroniche, fuse con un riff di chitarra tipicamente reggae e decisamente ispirato allo stile di Andy Summers e dei Police, anche se sviluppato in modo del tutto personale ed unico. Una influenza che sarà esplorata ulteriormente nei successivi album degli anni ottanta. Da brividi la parte di basso, che suona mutevole e vibrante nel suo procedere sinuosa e quasi sotterranea e sottolinea dei testi che sono un vero inno alla vita ed all’autodeterminazione personale. Un piccolo capolavoro nascosto. (Antonino Blesi)

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

Antonino Blesi

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Ascolta metal dal 1983, ha 46 anni e non vuole certo smettere. La passione vince su tutto, e sarà anche scontato, ma la buona musica non morirà mai, finchè qualcuno continuerà a parlarne ed a canticchiare un vecchio refrain....

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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