Speciale Pantera: “Far Beyond Driven” – 25th Anniversary track by track

Da una band dalla storia travagliata e molto variegata come quella dei Pantera, viene spontaneo concentrarsi su specifici album. “Far Beyond Driven“, la settima fatica del gruppo, classe 1994, fu l’ultimo enorme successo del gruppo, raggiungendo la posizione numero 1 della Billiboard statunitense e rimanendoci per ben 7 mesi. In un tempo il cui un tipo di metal più aggressivo stava cominciando a farsi conoscere fra il mercato statunitense (che si trattasse di groove, death o dei nascenti metalcore e nu), il successo dell’album era assicurato, a partire dalla copertina: una testa umana trapassata da un trapano (il soggetto originale della copertina, comunque, era… un sedere). Come tutti gli album post “Vulgar Display Of Power“, l’album fu registrato durante un periodaccio per il gruppo. Escludendo l’onnipresente alcolismo di tutti i membri, inclusi i fratelli Abbott (mai stati stinchi di santo, nonostante la fama ottenuta), durante una visita medica, Phil Anselmo  scoprì di avere una degenerazione dei dischi delle vertebre, un problema medico abbastanza doloroso ed invalidante: per ovviare a questo problema, cominciò a fare uso di eroina, analgesici e rilassa-muscoli, entrando in un circolo vizioso di dipendenza che sarebbe culminato con un arresto cardiaco temporaneo nel 1996. Quest’album in particolare è speciale, considerando la carriera del gruppo, poiché a partire da qui i Pantera cominciarono essenzialmente a fare metal estremo con qualche possibile influenza death e sludge metal, oltre al thrash degli album precedenti. A partire dall’uso molto più comune del Re standard e, nella più lunga di tutte, in Do# (usata in precedenza da Venom, Napalm Death, Bolt Thrower, Godflesh, My Dying Bride e altre band similmente rocciose, per intenderci) dalla produzione notevolmente più sporca, quasi surreale, una maggiore e più marcata alternanza tra veloci passaggi hardcore e altri più lenti e perfetti per il mosh e soprattutto per la progressiva abitudine di Phil Anselmo di abbandonare il canto pulito a favore di una voce sporca ben più vicina al growl/scream del metal estremo, l’album in questione è ben più che un semplice “Pantera più arrabiati”: sembra quasi di sentire un altro gruppo, a tratti. Per farci capire maggiormente, presentiamo quindi un track-by-track di tutte le tracce dell’album, con la speranza che il nostro sforzo vi aiuterà a svelare l’arcano riguardo a un periodo della musica metal che non corrisponde esattamente a quello che molti ascoltatori hanno in testa: forse non il migliore del gruppo o del proprio genere di appartenenza, ma senz’altro fondamentale. (Simone Appolloni)

STRENGHT BEYOND STRENGTH

Un attacco brusco, improvviso e violentissimo, al limite dell’hardcore più intransigente, ci dà il benvenuto all’album. Il riffing abrasivo di Dimebag Darrell, il cantato straziante di Phil Anselmo e il drumming forsennato di Vinnie Paul sono i principali ingredienti di “Strength Beyond Strength”, opener ideale per un disco duro e cattivo come “Far Beyond Driven”: la dichiarazione di guerra è stata ora consegnata e questa scheggia impazzita di canzone non rappresenta che l’inizio delle ostilità. (Matteo Roversi)

BECOMING

Dopo la furia devastatrice e malata dell’opener, i Pantera rallentano un po’ la loro folle corsa, come se volessero far riprendere fiato all’ascoltatore, pur senza ammorbidire di un grammo il loro sound. Rabbia e cattiveria restano sempre e comunque gli elementi fondanti di questo album e “Becoming” incanala e convoglia questi ingredienti in maniera più “ragionata”. La voglia di riscatto, la volontà di riprendersi la propria vita dopo aver subìto angherie e soprusi, reagendo alla violenza con la violenza; tutte queste componenti danno vita (non solo dal punto di vista dei contenuti) a un brano che cova vendetta, trasuda “una volontà di potenza”, un desiderio di risorgere e andare oltre Dio, oltre la morte, per non dover più sottostare a niente e a nessuno. Non si può non notare una certa assonanza con un altro dei brani simbolo del combo texano: “Walk”. “Becoming” ha un groove dannatamente coinvolgente: l’incedere della batteria è caratterizzato da un incredibile pattern di doppia cassa, tutt’altro che scontato e banale, e un riffone arcigno e pesante procede come un autoarticolato diesel puntellato da armonici artificiali. Da urlo l’assolo di Dimebag: stoppato, schizzato e distortissimo, dal sapore sludge, che fa emergere i giri di basso di Rex Brown. Il finale è affidato ad un tripudio di doppia cassa di Vinnie Paul. Impossibile resistere a un brano così trascinante, che innesca subito un furioso headbanging. (Carmelo Sturniolo)

5 MINUTES ALONE

5 Minutes Alone” è uno dei pezzi più iconici di “Far Beyond Driven”. Il suo incedere trascinante e carico di groove ha fatto scuola e Dimebag Darrell è come al solito un maestro nel creare riff di un’efficacia unica; la solida sezione ritmica ad opera di Rex Brown e Vinnie Paul sostiene dal canto suo in maniera egregia la rabbiosa interpretazione di Phil Anselmo, regalandoci nel complesso un brano magistralmente aggressivo e diretto. Siamo insomma al cospetto di uno degli highlight del disco. (Matteo Roversi)

I’M BROKEN

In questa canzone possiamo vedere il vero volto della band, ossia il groove metal. Il potente riff di chitarra è un marchio per i Pantera. Ciò è confermato dal modo in cui Dimebag Darrell suona in questo brano, dove non è importante solo il riff principale. Facciamo attenzione al guitar solo, suonato con un grande impeto, in modo naturale e leggero. Solo un chitarrista eccezionale come era Darrell è in grado di suonare in modo cosi naturale. Inoltre, è difficile non menzionare Vinnie Paul alla batteria, il maestro del ritmo. Phil Anselmo vuole ricordare a tutti noi che stiamo crescendo, con la fiducia di riuscire a conquistare tutto nella vita, al punto che in un’ età maggiore ci rendiamo conto che siamo distrutti e tutto quello che abbiamo fatto da giovani avrà delle conseguenze più in là e non potremmo farci niente. Meglio quindi non illudersi di essere capaci di fare tutto, perchè ogni decisione che prendiamo ci torna indietro (Katerina Paisoglou).

GOOD FRIENDS AND A BOTTLE OF PILLS

Che i Pantera fossero un gruppo pericoloso non tanto musicalmente, quanto proprio come persone, era già comprensibile leggendo i testi di alcune canzoni di questo album, specialmente questa. A detta di Anselmo autobiografico, il testo è praticamente la confessione di uno stupro dalle tinte pedofile (“I fucked your girlfriend last night / While you snored and drooled, I fucked your love / She called me Daddy, and I called her baby when I / Smacked her ass, I called her sugar when I ate / Her alive till daylight)”, per giunta di una ragazza già impegnata, spostando le colpe al proprio fidanzato che minaccia di averli scoperti durante il fatto (“We didn’t know you’d break the bottle that the magic / Came in to use those jagged shards to slit our wrists and neck / And you’d do it too, you’re that kind of dude / But you wouldn’t know what you were doing because I didn’t / Your girlfriend could have been a burn / Victim, an amputee, a dead body”). La spavalda minaccia è recitata da Anselmo con tono strafottente, a tratti urlata, sotto una base ritmica instabile in 12/4, palm-muted in Re# completamente privi di melodia, basso ripetitivo fino allo sfinimento, improvvise pause, armonici di chitarra e la vaga sensazione di sentire un’improvvisazione in studio. In poche parole, se c’è una canzone che riassume alla perfezione la repulsiva arroganza di Anselmo  la mentalità da gang di strada del gruppo, è sicuramente questa: per più di un ascoltatore di musica metal, un’esperienza (quasi) agghiacciante. (Simone Appolloni)

HARD LINES, SUNKEN CHEEKS

Un arpeggio sudista ed un riff dalle sembianze doom aprono un pezzo che invece è poi spinto dal doppio pedale di Vinnie Paul sempre messo in evidenza dal mix del fidato Terry Date. Ritroveremo in maniera più compiuta gli effetti di chitarra usati da Dimebag in questo pezzo su “The Great Southern Trendkill” così come lo stile applicato all’assolo decisamente meno power/thrash rispetto al passato. “Hard Lines, Sunken Cheeks” funge da spartiacque anche per la tracklist di “Far Beyond Driven” che ha altrove i propri highlight ma necessitava di un pezzo così per rallentare l’aggressione sonora che i quattro texani riversarono sul loro seguito nel 1994. Diretto e senza fronzoli invece il testo del pezzo, sorta di sublimazione degli eccessi in cui Anselmo si tuffava a braccia aperte in quegli anni e che gli procurava segni sul volto che secondo lui erano il metro dell’ispirazione ricercata e furiosa reazione a quanto il Cristianesimo voleva inculcare nella mente dei fedeli. (Alberto Capettini)

SLAUGHTERED

Pezzo breve e violentissimo non tanto per la velocità ma per l’approccio vocale di Phil Anselmo che porta alle estreme conseguenze quanto imbastito su “Vulgar Display Of Power”. Molto tecnica, ritmicamente parlando, la porzione centrale con i compianti fratelli Abbott sugli scudi anche se forse ci sarebbe stato a pennello uno dei magici solo di Dimebag. Anche qui il testo si scaglia contro i culti religiosi e riguarda in particolare il modo in cui i cristiani considerano il sacrificio come lo strumento del Diavolo; ma è pur vero che gli animali vengono sacrificati ogni giorno per il nostro nutrimento… quindi il messaggio è: usiamo la nostra coscienza per decidere cosa è giusto o sbagliato… “God is in your chest”! (Alberto Capettini)

25 YEARS

Diversi sono i brani in cui Phil Anselmo esorcizza i traumi della sua esistenza riversando nel microfono tutta la sua rabbia. In tal senso, “25 Years” offre al cantante di New Orleans la possibilità di affrontare il complicato rapporto col padre. Il livore accumulato negli anni, unti alla frustrazione per tentavi andati a vuoto, sfociano in un midtempo dal tiro dannatamente cattivo, caratterizzato da continue accelerazioni e repentini rallentamenti. Le chitarre al vetriolo di Dimebag Darrell e da la sezione ritmica di Rex Brown e Vinnie Paul a dir poco terremotante. Come sempre, la grande interpretazione offerta dal frontman è la vera marcia in più per un brano marcio dentro ma che non rappresenta uno degli highlights di “Far Beyond Driven”. (Pasquale Gennarelli)

SHEDDING SKIN

Un altro midtempo cattivo e soffocante segna la seconda parte di “Far Beyond Driven”. Come sempre, a recitare il ruolo di protagonisti sono l’incredibile performance vocale di Anselmo, perfetta per sublimare le suggestioni di questo brano, e la chitarra di Darrell, in grado di prodursi sia in un riff solido, sia in assoli al vetriolo. Rispetto alla precedente “25 Years”, i Pantera offrono una prova più quadrata che prepara il terreno per il finale di un disco estremamente violento e diretto. (Pasquale Gennarelli)

USE MY THIRD ARM

Una delle canzoni più brutali del lotto. Capace di spingersi quasi ai confini con il death metal nei momenti di maggiore ferocia, ma sempre ben piantata nello stile groovy che caratterizza i migliori Pantera. Il break centrale dal mood sabbathiano riprende un vecchio riff del bassista Rex Brown proposto per “Piss“, brano poi scartato dalla session di “Vulgar Display Of Power”. Nel complesso è uno dei pezzi più riusciti del lotto, aggressivo al limite del parossismo, ma ben calibrato in ogni elemento. La voce di Anselmo è pazzesca, inimitabile nel vomitare tutta la rabbia di un testo un poco troppo criptico, ma che di sicuro non esprime tranquillità e rilassatezza. Senza dubbio “Use My Third Arm” è una di quelle canzoni che ha detto la sua nell’ispirare band come Slipknot e simili. (Riccardo Manazza)

THROES OF REJECTION

Un possente riff di basso introduce il pattern ritmico di base, raggiunto poco dopo da una chitarra distorta e dissonante… Ma quando entra la voce e il groove sale abbiamo l’illusione che stia per partire un altro brano trita tutto…  ed invece… niente di tutto ciò. L’intera struttura della canzone rimane ancorata a queste “false” ripartenze, inframezzate da momenti più acidi. “Throes Of Rejection” è un brano atipico e potrebbe sembrare a tratti come un’accozzaglia di riff attaccati con lo sputo, ma non fatevi ingannare. Tra un assolo talmente strambo da far drizzare le orecchie, una parte vocale sussurrata ed urlata con inconfondibile maestria e il devastante breakdown finale, si arriva al termine che tutto assume una logica inappuntabile. Di sicuro è una delle tracce meno immediate in scaletta, ma non sottovalutatene il potere ipnotico. Dopo qualche ascolto potreste ritrovarvi a metterla tra le vostre top song della band. (Riccardo Manazza)

PLANET CARAVAN

Per chiudere un album completamente votato alla rabbia e alla frustrazione i Pantera non potevano scegliere meglio. “Planet Caravan” viene qui riletta in chiave più scura e malinconica, con un mood molto anni novanta che ci mostra ancora una volta tutta la versatilità e la qualità vocale di Phil Anselmo, ma anche il tocco unico di Dimebag Darrel alla chitarra. Non ci sono grandi differenze rispetto al brano originale, ma la personalità degli esecutori riesce comunque a trasformare la canzone in qualcosa di unico. Dote comune solo ai grandi musicisti. (Riccardo Manazza)

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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