Speciale Ozzy Osbourne: i dischi della sua carriera solista – part 1

Negli ultimi mesi il nome di Ozzy Osbourne, inutile negarlo, è stato spesso al centro dell’attenzione, per i motivi più disparati: dagli annunci (purtroppo) delle cancellazioni del tour europeo, posticipato una prima e una seconda volta, ai comunicati sulle sue condizioni di salute, per arrivare finalmente alle prime notizie su un album solista, pare, di prossima pubblicazione. Il fatto di ripercorrere, quindi, gli episodi della sua carriera da solista, che ormai si dipana lungo quattro decenni, ci è sembrato importante, in una fase in cui siamo ancora relativamente “a bocce ferme” e, per quanto riguarda la nuova produzione musicale, per ora possiamo avvalerci solo di un singolo (uscito pochi giorni fa), ovvero “Under The Graveyard“. Il Madman ha sempre avuto molte doti, tra le quali quella di attorniarsi di chitarrista che, nonostante stili musicali diversi fra loro, hanno sempre dimostrato doti al di sopra della media, nonchè quella di avere realizzato una serie di brani che, ancora oggi, a distanza di anni, sono considerate delle vere e proprie hit nel panorama metal. Ecco quindi la prima parte di questa carrellata nel passato di un artista che occupa un posto speciale nel nostro cuore. (Anna Minguzzi)

BLIZZARD OF OZZ (Epic, 1980)

Blizzard Of Ozz”, primo album solista di Ozzy Osbourne, è un concentrato di brani straordinari, partorito dopo un periodo che sembrava non lasciare speranze alla rinascita della fenice dalle proprie ceneri. Nel 1978, dopo l’estromissione dai SabbathOzzy entra in un profondo stato depressivo. Isolato in una camera d’albergo, stordito da alcol e droghe, il Madman sarà “soccorso” dalla futura moglie e manager Sharon Arden, che lo spingerà a fondare una nuova band. Il fortunato incontro con il talentuoso Randy Rhoads pone Ozzy sulla buona strada per mettere un freno alla corsa verso il baratro e a trovare una cura nella miglior medicina di sempre: la musica. Grazie ai contributi di Bob Daisley (Rainbow) al basso, Lee Kerslake (Uriah Heep) alla batteria e Don Airey (Gary Moore, Black Sabbath, Rainbow…) alle tastiere, prende vita “Blizzard Of Ozz”, emblema del carisma vocale di Ozzy. Con quattro dischi di platino, in America, nel 1980, il full lenght in questione è, per il Madman, uno dei maggiori successi commerciali, in termini di vendite, insieme a “ No More Tears” (1991).
Si parte subito alla grande con “ I Don’t Know”, un up-tempo dal forte appeal live, caratterizzato da un riffone catchy e da un ottimo groove sostenuto dal basso pulsante di Daisley. Un anthem che non può mancare nelle scalette dei concerti del Madman. A seguire, il brano che rappresenta al meglio la “follia” dell’uomo/personaggio Ozzy Osbourne: “Crazy Train”. Rhoads crea un riff immortale e paradigmatico; la sezione ritmica pulsa come il cuore del folle treno in corsa. Con “Goodbye to Romance” si cambia registro e ci si trova davanti ad una ballad in cui Ozzy dice addio al passato e ai vecchi amici con un briciolo di malinconia e nostalgia, magari con l’augurio di poterli rivedere di nuovo in futuro. Dopo la breve strumentale “Dee”, un componimento delicato e dal sapore classicheggiante, arriva “Suicide Solution”, un mid-tempo hard ‘n’ heavy. A causa di un presunto messaggio subliminale contenuto nel brano in questione, Ozzy è finito in tribunale, accusato di aver istigato al suicidio tre ragazzi. La canzone, dedicata in realtà a Bon Scott, morto proprio nel 1980, ha un che di autobiografico, per ammissione dello stesso Osbourne. La successiva “Mr. Crowley” è l’altra punta di diamante del platter in questione. La tastiera di Airey, finora pressoché assente, eccetto che nel finale di “Goodbye to Romance”, crea un’intro magistrale dai toni drammatici e orrorifici, una partenza perfetta per un brano che parla della figura controversa dell’occultista britannico Aleister Crowley. Di grande rilievo, oltre alla magnetica performance di Ozzy, il riff portante di Rhoads, a tratti dal sapore doomeggiante; ad esso fa eco la sezione ritmica, con dei sinistri rallentati all’incipit del ritornello. Il chitarrista si scatena nel finale con una cascata di assoli memorabili, da brivido. Fra i tre brani che chiudono il disco emerge senza alcun dubbio “Revelation (Mother Earth)”, un pezzo dall’incedere epicheggiante, che alterna toni più gravi ad altri più mesti, parti acustiche ed elettriche e conferma un Ozzy sempre ispirato. “No Bone Movies” e “Steal Away (The Night)” sono due buoni pezzi (il primo più legato al rock anni ’70; il secondo è un up-tempo heavy rock scoppiettante) che, tuttavia, non mantengono la stessa freschezza del resto del platter.
Blizzard Of Ozz” oltre ad essere il titolo del disco e un gioco di parole che richiama The Wizard of Oz, il ” Mago di Oz” di Lyman Frank Baum, era stato inizialmente scelto come monicker della band; l’idea fu ben presto accantonata. Nella ristampa del 2002, oltre alla presenza della bonus track “You Lookin’ at Me Lookin’ at You”, le parti di basso e batteria originarie sono state registrate nuovamente da Robert Trujillo e da Mike Bordin, in seguito a diatribe legali che avevano coinvolto Lee Kerslake e Bob Daisley per il mancato riconoscimento dei diritti d’autore. (Carmelo Sturniolo)

DIARY OF A MADMAN (Epic, 1981)

Dopo un esordio come “Blizzard of Ozz”, che contiene alcuni dei brani tutt’ora più classici dell’Osbourne solista, non era facile replicare con un disco a quel livello. Con l’uscita, nel 1981, di “Diary of a Madman”, l’operazione si poteva dire riuscita con successo. Anche se forse la media dei brani più famosi e suonati dal vivo è nel debutto, il livello compositivo di questo secondo disco non è certo da meno. L’opener “Over The Mountain”, con delle strepitose parti soliste di Rhoads, è da antologia, come d’altronde le aperture melodiche di “Flying High Again” e la splendida “You Can’t Kill Rock And Roll”, un vero atto d’amore vero un genere musicale. “Believer” e “Little Dolls” riprendono a tratti qualche atmosfera più cupa propria del passato di Ozzy, senza però citare i Black Sabbath. Dopo la ballata “Tonight” e la tirata “S.A.T.O.” il disco si conclude con la magnifica, oscura title track, che si svolge in un articolato crescendo di tensione.

Un disco vario nelle atmosfere, suonato ed arrangiato con grande intensità, che tocca alcuni vertici che rimarranno ineguagliati nella discografia di Ozzy. Forse il suo ultimo vero capolavoro.

Basso e batteria sono sempre suonati da Bob Daisley e Lee Kerslake, anche se nella foto interna sono accreditati Rudy Sarzo e Tommy Aldrige (che faranno il tour) per contrasti legati ai diritti d’autore, che porteranno a far riregistrare quelle parti da Robert Trujillo e Mike Bordin nella ristampa del 2002.

Si tratta anche dell’ultima gigantesca prova in studio di Randy Rhoads prima del tragico incidente, una di quelle prestazioni musicali che lo consegnerà alla leggenda. (Daniele Zago)

SPEAK OF THE DEVIL (Epic, 1983)

Eccolo qui il figlio rinnegato, capitato in un momento di debolezza, per reagire ad una tragedia o semplicemente per dispetto, il bastardo che nessun albero genealogico cita ma che non può mai mancare nei pettegolezzi su una dinastia reale. “Speak of The Devil” è la testimonianza di due serate live al Ritz di New York,  pochi mesi dopo (1982) la tragica morte di Randy Rhoads, con una backing band di tutto rispetto comprendente Brad Gillis dei Night Rangers alla chitarra (di cui il disco testimonia il breve passaggio alla corte di re Ozzy ), Rudy Sarzo (Quiet Riot) al basso ed il batterista Tommy Aldridge (poi nei Whitesnake) ed un repertorio esclusivamente dedicato all’esperienza Black Sabbath. Il risultato sarebbe (almeno sulla carta) appetitoso, la qualità delle canzoni non si discute, ma durante l’ascolto affiora un disagio che rende l’esperienza ardua, a partire dalla copertina (in assoluto la più ridicola della sua carriera, e non si parla di un artista noto per i gusti raffinati). Non c’è un brano che sia paragonabile per intensità all’esecuzione originale (basta la risata farlocca di “Black Sabbath” a rendere l’idea), ci sono versioni imperfette o almeno addomesticate (“N.I.B.”), pezzi che avrebbero meritato più attenzione (“Children of the Grave“, in medley con “Iron Man“) persino (sacrilegio!) chitarre distratte proprio quando dovrebbero prendersi la scena (“Sweet Leaf“). Rinnegato poco dopo l’uscita ed escluso dalle discografie ufficiali, “Speak of the Devil” merita un ascolto, se non per le qualità musicali, almeno come testimonianza di uno dei periodi più cupi dell’artista. (Stefano Protti)

BARK AT THE MOON (Epic, 1983)

Per Ozzy, l’unico modo di convivere con la tragica morte di Randy Rhoads è continuare a tenersi occupato, con la musica, a costo di apparire cinico e interessato al successo. E quindi ecco i concerti con Brad Gillis alla chitarra e successivamente l’assunzione del giovane, alla moda e talentuoso Jake E. Lee, ed una aggiunta molto rilevante con le tastiere dello straordinario Don Airey (futuro Deep Purple e molto altro).

Il suono cambia dunque, perdendo un po’ di genialità neoclassica tipicamente Rhoadsiana, acquistando un pizzico di aggressività in più, una immediatezza molto americana, anche se il bassista Bob Daisley mantiene salde le redini del songwriting, coadiuvato dal nuovo chitarrista. Alla batteria il nuovo martello Tommy Aldridge non ha certamente bisogno di presentazioni, fornendo grande solidità all’impatto granitico della sezione ritmica. Ozzy c’è, non propriamente lucido, appare ogni tanto in studio, suggerisce il titolo dell’album, canta da par suo, appare come stranito lupo mannaro nella grottesca copertina, e cerca di sopravvivere al suo dolore anestetizzandosi con i peggiori veleni disponibili sul mercato.

Il disco però viene fuori decisamente solido, a partire dalla title track roboante, ai chiaroscuri della sottovalutata “You’re No Different”, e “Now You See It”, dotata di un riff Iommiano, ma molto meno cupa e massiccia grazie alle tastiere di Airey. “Rock‘n’Roll Rebel” ha un andamento arrembante ed un ritornello di tutto rispetto, ma ancora meglio fa “Center Of Eternity” (o “Forever”, a seconda delle versioni), track molto emozionante e ben strutturata, che la fa posizionare tra i dieci brani migliori dell’Ozzy solista. “So Tired”, ipermelodica e quasi orchestrale, fonde i Beatles a Meat Loaf, spazzando completamente i fans. Un finale di album leggermente in calando non rovina un disco che si difende bene anche nelle vendite. I primi due album sono e rimangono inarrivabili, ma Ozzy supera anche questa, anche se Randy rimane e rimarrà sempre il suo chitarrista del cuore. (Antonino Blesi)

THE ULTIMATE SIN (Epic, 1986)

Era stato difficilissimo riprendersi dopo la morte di Randy Rhoads e, dopo “Bark At The Moon”, nel 1986 Ozzy decide di puntare ancora sul cavallo di razza Jake E. Lee vero e proprio protagonista di questo “The Ultimate Sin”.

Le atmosfere iniziavano a farsi più patinate e risentivano dell’ondata hair metal (mondo di provenienza di Lee) sviluppatosi nell’area di Los Angeles; e anche Mr. Osbourne, nonostante fosse un prime mover del genere, non rimase immune a tale new wave dell’universo heavy. “Secret Loser” è un pezzo tipicamente anni ‘80, “Killer Of Giants” uno dei più famosi e “Shot In The Dark” uno dei migliori ma “The Ultimate Sin” non è certo da annoverare tra le opere più riuscite del Madman; diciamo che è un album dove i mid tempo risaltano rispetto agli altri pezzi e dove Lee mette in scena davvero una gran prova alla chitarra ma non viene spontaneo sbilanciarsi oltre.

Tre quinti della band erano composti da nuovi musicisti, di cui ricordiamo il compianto batterista Randy Castillo e il bassista Phil Soussan, e nonostante ciò le vendite furono notevoli tanto da ricevere due dischi di platino negli Stati Uniti. Stilisticamente parlando però i fan si sentirono un po’ traditi per lo stile intrapreso da Ozzy che fortunatamente sappiamo riuscirà a rimediare negli anni successivi nonostante le sue vicissitudini personali. (Alberto Capettini)

TRIBUTE (Epic, 1987)

Un doppio album uscito soltanto nel 1987, ben cinque anni dopo la tragica e improvvisa scomparsa del guitar Maestro Randy Rhoads. Questo disco è tutto per lui, con Ozzy Osbourne che decide di non lucrare in alcun modo sul suo grande amico e aspettare pazientemente che arrivi il momento giusto per farlo pubblicare. “Tribute” contiene undici canzoni presi dal concerto di Cleveland (Ohio) dell’11 maggio 1981, con una band formata da Ozzy, Randy, Don Airey alle tastiere, Rudy Sarzo al basso e Tommy Aldridge alla batteria. Altre due songs (“Goodbye To Romance” “No Bone Movies”) dovrebbero arrivare da uno dei primi concerti di Ozzy solista durante il Blizzard tour, a Southampton il 2 settembre 1980, con Bob Daisley al basso e Lee Kerslake alla batteria. La finale gemma acustica “Dee” (dedicata alla madre di Randy) è una improvvisazione in studio breve quanto struggente.

Il Capolavoro “Blizzard Of Oz” è il protagonista del live, infatti tutte le canzoni del disco sono qui contenute, più “Believer” e “Flying High Again” tratte da “Diary of a Madman” e le restanti dei Black Sabbath, “Paranoid”, “Children of The Grave” e “Iron Man”.

Che dire del disco? “Tribute” non è perfetto nei suoni, molto “live”, spesso un po’ sporchi, non manca qualche piccolo errore di Ozzy ed il basso è mixato molto “sotto” gli altri strumenti. E’ in definitiva, un buon bootleg e questa è la sua maggiore qualità perché permette di sentire, senza filtri o produzioni laccate, una band in grande forma, con un Ozzy super motivato ed esaltato, e soprattutto possiamo ascoltare un Randy Rhoads in assoluto stato di grazia, mentre riesce a rubare a tutti la scena senza nessuna difficoltà, facendo suoi anche i pezzi dei Sabbath, e mostrando tutta la sua straripante tecnica in assoli memorabili, come in “Mr. Crowley”, apice assoluto della genialità del virtuoso americano.

Per questo motivo, “Tribute” è certamente uno dei live più importanti della storia del rock, un disco unico, che non potrà mai essere dimenticato, nemmeno da Ozzy, che dopo una vita folle, sarà in grado di asserire una grande verità: “Non ho rimpianti, tranne quello di non essere stato lì quel giorno per impedire a Randy di salire su quell’aereo.” (Antonino Blesi)

NO REST FOR THE WICKED (Epic, 1988)

Sono passati più di trent’anni dalla pubblicazione di questo disco, eppure, riascoltandolo devo riconoscere con una certa invidia come la musica contenuta in esso sia invecchiata meglio di quanto non abbia fatto il sottoscritto, e merita ogni centesimo guadagnato, dischi di platino compresi.

No Rest For The Wicked” segna l’inizio della collaborazione tra mr. Osbourne e Zakk Wylde, che da una parte sfoggia un’esuberanza giovanile capace di tenerlo ancora lontano dal manierismo che verrà, dall’altra riesce ad infondere un calore hard-blues a tutti i pezzi, canzoni che fra l’altro, insieme quelle del successivo “No More Tears“, vanno a completare il repertorio migliore dell’artista.

Gran parte dell’album è devota al rock’n’roll più feroce; si parte con il vetriolo di “Miracle Man” (dedicato all’odiato telepredicatore Jimmy Swaggart), che potrebbe appartenere al più polemico Neil Young, per poi passare agli anthems di “Devil’s Daughter (Holy War)” e “Crazy Babies” (quest’ultima addolcita appena da cori sixties), al refrain arioso di “Breakin’ All The Rules” (uno dei capolavori chitarristici di Wylde) fino alla controversa (e un po’ gratuita) “Bloodbath in Paradise”. Difficile in ogni caso trovare un solo difetto di scrittura in tutto il lavoro, segno dell’affiatamento raggiunto (in poco tempo) dalla band: “Fire in The Sky”, con il suo arrangiamento elettroacustico, le vocazioni gotiche ed il testo insolitamente intimista suona come un (magnifico) corpo estraneo nella scaletta, “Tattooed Dancer” e “Demon Alcohol”, pur lontani dall’essere potenziali singoli, sfoggiano ritornelli da accademia reale del r’n’r, mentre “The Liar” è la ballata di congedo che nessuno si aspetta più, con Ozzy che si atteggia ad esperto teatrante (cosa che in effetti è).  Pur con tutti questi punti di forza, “No Rest For The Wicked” non sarebbe comunque lo stesso senza “Hero”, apice assoluto del canzoniere dell’artista, una melodia degna del John Lennon solista ed un arrangiamento che si permette il lusso di non abusare del (magnifico) refrain. (Stefano Protti)

NO MORE TEARS (Epic, 1991)

“No More Tears” del 1991 è davvero un album pregno di pezzi notevoli come accadeva spesso in quel periodo e non più così frequentemente al giorno d’oggi.

Il sesto album da solista di Ozzy Osbourne, che si stima abbia venduto circa dieci milioni di copie in tutto il mondo, è senza dubbio uno dei punti più alti della discografia del cantante inglese, che decise di continuare la collaborazione con Zakk Wylde dopo i tumulti post “No Rest For The Wicked”; e il biondo (non ancora nerboruto) chitarrista lo ripaga con una prova davvero sopra le righe, fatta di riff pregni d’intensità e assolo veloci e precisi al millimetro.

“Mr. Tinkertrain”“I Don’t Wanna Change The World” (vincitrice di un Grammy come “Best Metal Performance”), “Desire”, l’oscura title-track e la ballatona “Mama I’m Coming Home” (co-scritta con Lemmy) formano una scaletta da urlo come non ne ritroveremo nella discografia del Madman che anzi andrà incontro ad un intenso declino artistico e personale. Recuperate quello che è di fatto l’ultimo “classico” della discografia di Ozzy con un Wylde che fa il bello e cattivo tempo dalla prima all’ultima traccia. (Alberto Capettini)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

Antonino Blesi

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Ascolta metal dal 1983, ha 46 anni e non vuole certo smettere. La passione vince su tutto, e sarà anche scontato, ma la buona musica non morirà mai, finchè qualcuno continuerà a parlarne ed a canticchiare un vecchio refrain....

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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