Speciale Ozzy Osbourne: i dischi della sua carriera solista – Part 2

La discografia solista di Ozzy Osbourne subisce, fra gli anni 90 e 2000, una diminuzione per quanto riguarda la frequenza di uscita degli album. Aumentano inoltre, dall’altra parte, i lavori live, e si arriva anche a quell’album di cover che tanti artisti realizzano e che, a volte, è sinonimo di una mancanza di idee generale. Nonostante questo, però, gli echi di lavori importanti come “No More Tears” e una serie di buone idee si riscontrano anche in questo periodo, che quindi non è del tutto da buttare via, per quanto sofferente a volte dell’età del Madman che avanza e lascia, suo malgrado, i segni. 

LIVE & LOUD

Una formazione importante, che comprende il giovane astro nascente della chitarra Zakk Wylde e il compianto Randy Castillo alla batteria, accompagnano Ozzy in questo doppio album dal vivo, registrato fra il 1991 e il 1992 in giro per il mondo, come scritto sul booklet. Si tratta di un live in cui viene dato il meglio, anche perchè nel 1992 parte il “No More Tours” e questo doppio album sarebbe dovuto essere il canto del cigno per l’artista. Oltre a una raccolta del meglio della produzione da solista degli anni 80, si acquista la consapevolezza che i brani estratti da “No More Tears” reggono bene il confronto con il passato. Uno dei momenti più importanti, però, è senza dubbio l’esecuzione di “Black Sabbath“, che vede Ozzy riunirsi a Iommi, Butler e Ward, appunto i Black Sabbath nella loro formazione originale. Basterebbe solo questo per far gridare al miracolo, negli anni in cui il live viene pubblicato. Ne esiste anche una versione su DVD, preziosa a sua volta perchè ci restituisce un Osbourne in forma splendida nei vari concerti che sono ripresi, un performer coinvolgente e inarrestabile. Tutti elementi che, col senno di poi, ci permetterebbero di definire “Live & Loud” come un apripista clamoroso per il secondo periodo di attività solista del Madman. (Anna Minguzzi)

OZZMOSIS

Trainato da qualche video azzeccato, su tutti “Perry Mason”“Ozzmosis” è stato un album di successo soprattutto negli Stati Uniti, e se è vero che non rappresenta nulla di particolarmente nuovo dal punto di vista dell’evoluzione musicale nella carriera di Ozzy è altrettanto vero che è stato sottovalutato, forse semplicemente interpretato da un punto di vista sbagliato. Meno album e più raccolta di canzoni, ne contiene alcune che ben resistono ai venticinque anni che sono passati. In particolare la più tranquilla “See You On The Other Side”, scritta con il contributo di Lemmy, e la splendida ballad “Old L.A. Tonight”, impreziosita dalle tastiere di Rick Wakeman, sono pezzi in cui Ozzy mette in mostra una straordinaria vena melodica. Ma anche quando c’è da graffiare, come nella cupa tempesta di “Thunder Underground” o nelle laceranti sferzate di “Tomorrow”, conferma di avere carisma e personalità insuperabili. La line-up che lo accompagna è come sempre stellare, dal fido Zakk Wylde che si guadagna in più di qualche passaggio la ribalta del primo piano al fondamentale contributo di Geezer Butler al basso, che forma assieme a Deen Castronovo una sezione ritmica dal peso specifico pazzesco. (Giovanni Barbo)

DOWN TO EARTH

Ascoltando il disco più volte (e spesso controvoglia) mi sono chiesto cosa non abbia funzionato, in “Down to Earth”. Ovviamente il seguire ad un capolavoro assoluto (“No More Tears”) e ad un più che dignitoso seguito (le belle sperimentazioni di “Ozzmosis”) non ha facilitato le cose, ma il percorso compiuto da Mr. Osbourne fino a quel momento non lasciava certo presagire un tale disastro. Inoltre, gli innesti nella line-up di Mike Bordin (reduce dallo split dei Faith No More) e Tim Palmer (responsabile, fra le tante altre cose, del missaggio di “Ten” dei Pearl Jam e qui coautore di quasi tutti i brani) apparivano come scelte innovative. Tutto sommato, persino le canzoni prese singolarmente non sono affatto disprezzabili, se si pensa alla strofa innodica di “Facing Hell”, cui spetta l’onere di aprire le danze o al divincolarsi della sezione ritmica nell’assalto nu-metal di “That I Never Had” e, ad essere sinceri, non mancano neppure i potenziali singoli (“Junkie”). L’arrendersi del songwriting al mestiere è evidente in quella stanca rielaborazione di “No More Tears” intitolata “No Easy Way Out”, oppure in “Black Illusion” e “Alive”, brani che l’ex Black Sabbath potrebbe scrivere in dieci minuti (cosa che probabilmente ha fatto), tuttavia non è neppure questo, a mio avviso, il vero problema dell’album.

L’impressione è che “Down To Earth” avrebbe potuto essere un disco dignitoso se solo Ozzy ci avesse veramente creduto. Mai come tra queste note la sua voce appare distante, annoiata, in una parola sola, triste.  Nessuno si diverte ad una festa, se il brillante padrone di casa se ne sta in disparte sul divano a guardare la finale di Sanremo, anzi, tutti se ne vanno alla spicciolata, con un po’ di imbarazzo nel confronto con gli anni passati. Di “Down To Earth” rimane traccia, guarda caso, solo con le ballate, una “Dreamer” consumata da troppi accendini accesi nei palasport che ha almeno il merito di regalare il retrogusto amarognolo di un pomeriggio natalizio e una più spigliata “Running Out of Time” il cui refrain avrebbe meritato maggior fortuna in radio. Poco, troppo poco, per gli standard del nostro eroe. (Stefano Protti)

LIVE AT THE BUDOKAN

A quasi dieci anni di distanza, Ozzy ci riprova e torna a pubblicare un album live. Molto meno corposo del precedente, “Live At Budokan” comprende solo tredici brani, in una selezione che mescola i classici immortali e immancabili a qualche estratto del nuovo repertorio. La brevità del set diventa comunque un vantaggio e permette di non annoiarsi, il concerto è molto piacevole e, anche se qualche ritmica è rallentata, il Madman è sempre il mattatore autentico e il dominatore di tutto il disco. I brani storici, come è ormai prevedibile, dominano su tutti gli altri, anche se l’esecuzione vocale non è sempre perfetta; del resto, non si ama Ozzy perchè ha la voce di un virtuoso. Torna fuori, a sorpresa, “Believer“, che si affianca ad altri immancabili come “Crazy Train” e “Bark At The Moon“; anche l’album “No More Tears“, rappresentato con tre brani, viene ricordato largamente. Il dialogo tra Ozzy e la folla durante l’introduzione di “Mr. Crowley” esprime in pieno la capacità inimitabile di trascinare le folle da parte del frontman e trasuda rock da ogni singola voce del pubblico giapponese. Un bel live, non epocale come il precedente, ma apprezzabile. (Anna Minguzzi)

UNDER COVER

Non c’è molto da attendersi da una raccolta di sentiti omaggi, lo sanno anche i fan più affezionati. Uscito poco prima in versione ridotta come quarto volume della bella raccolta “Prince of Darkness”, “Under Cover” vede Ozzy cimentarsi in tredici rifacimenti del ventennio 1960-1970 più un autocover (“Changes”) e suona come la testimonianza di una convalescenza passata, dopo il mezzo disastro di “Down To Earth”, a riappacificarsi con le proprie radici musical. Bizzarro allora che, con un tale proposito, la chitarra passi da Zakk Wylde a Jerry Cantrell (Alice In Chains), il cui stile innerva, in modo anche invasivo, l’intero lavoro.

Il disco è discretamente riuscito, anche se va premesso che, nella parata di nomi famosi (da David Bowie ai Rolling Stones, passando per un doppio omaggio all’idolatrato Lennon) non c’è un brano che sfiori neppure lontanamente la qualità delle versioni originali. Capita comunque che ad una “21st Century Schizoid Man” (King Crimson) circense che pare scritta apposta per Osbourne, rispondano il bel ruggito rock blues di “Mississippi Queen” (Mountain) e “Rocky Mountain Way” (Eagles), l’assalto garage di “Fire” (The Crazy World of Arthur Brown)  e “All The Young Dudes” (Bowie), ovvero l’archetipo di pop barocco che l’artista insegue da una vita (“Goodbye to Romance“).

Non tutte le scelte sono nelle corde di Ozzy, perchè nessuna “Sympathy For The Devil” (qui in una versione piuttosto caciarona) suonerà mai più luciferina dell’originale, mentre il disagio che si prova tra gli archi di “In My Life” (Beatles) è palpabile; e si avrebbe gioco facile nello sparare sulla “Changes” riproposta in duetto padre/figlia, ma va ricordato che il pezzo era un corpo estraneo in “Volume 4”, mentre qui, una voce femminile regala al brano la dignità pop che in precedenza mancava.

In definitiva, un disco piacevole, semplice, dimenticabile. (Stefano Protti)

BLACK RAIN

Il decimo disco in studio di Ozzy Osbourne, secondo il leggendario madman è il primo registrato da sobrio! “Black Rain” ha titolo e copertina cupi e minacciosi, e certamente fa parte della parte della carriera del vocalist inglese “discentente” ma, se ascoltato con attenzione e pazienza potrebbe risultare quasi sorprendente.

La prima parola che può venire in mente è “onesto”. Quattro anni dopo il controverso “Down To Earth”, un disco mancante soprattutto di canzoni valide, la premiata ditta Ozzy-Zakk Wylde ci riprova, supportata nel songwriting e produzione da Kevin Churko, che dona al disco un sound moderno quanto possente. Il fedele Zakk si produce in riffs stentorei ma la novità reale vede un suo contributo tastieristico che rende certamente più corposo il tutto, anche grazie all’affidabile sezione ritmica formata da Mike Bordin (in passato batterista dei Faith No More) e Blasko (ex bassista di Rob Zombie e Cryptic Slaughter tra gli altri).

 A livello lirico Osbourne sfoga tutta la sua rabbia nei confronti del mondo che lentamente si sta autodistruggendo e disgregando. I temi affrontati nelle varie songs sono la guerra, la decadenza del mondo, la droga, ma anche l’amore per la sua famiglia ed i suoi fans. La sua penna sembra in effetti più lucida del consueto, unita ad una prestazione vocale sempre efficace, decisa e dannatamente unica.

Se “Not Going Away” è un prologo cadenzato, malvagio e tracotante, “I Don’t Wanna Stop” ci offre il singolone anthemico che mancava dai tempi di “No More Tears”. Nella fangosa e vivace title track fa capolino una sinistra armonica, mentre Wylde marchia a fuoco la torva ballad di “Lay Your World On Me”. Seppur con qualche piccolo calo fisiologico nella seconda parte, il disco si conclude con un altro pezzo da novanta, la dinamica e ispiratissima “Trap Door”, con ancora Ozzy in veste da vivacissimo mattatore e suoni molto moderni, quasi da colonna sonora di un film apocalittico.

“Black Rain” è l’ennesima zampata ferina di un grande artista metal. (Antonino Blesi)

SCREAM

Scream” ci presenta un Ozzy alle prese con sonorità moderne e taglienti, in una scaletta che non lascia un attimo respiro e ci mostra il cantante in una veste per certi versi nuova: l’elemento che maggiormente colpisce è l’agilità di alcuni brani, su tutti la fulminante “Let Me Hear You Scream” o la torrenziale “Soul Sucker”, che pure alterna alle sfuriate la più consueta andatura doomeggiante. Fondamentale in questa direzione l’apporto del chitarrista greco Gus G, mentre per i pezzi più melodici e la cucitura di atmosfere suggestive è molto efficace l’inserimento del figlio d’arte Adam Wakeman alle tastiere e alla chitarra ritmica. E così quando i giri scendono, Ozzy è capace di ipnotizzare lo spettatore mettendo al centro la propria capacità di emozionare e dar vita a incubi e speranze, come avviene in “Life Won’t Wait”. La produzione è affidata nuovamente a Kevin Churko e si rivela anch’essa elemento prezioso per valorizzare in chiave assolutamente contemporanea i tratti caratteristici della proposta musicale del madman. (Giovanni Barbo)

OZZY LIVE

Che cosa fa un grande artista quando le idee latitano e magari anche la salute sta andando a ramengo? Guarda indietro, con occhio nostalgico, al proprio passato e sforna un album che riprende i momenti migliori della carriera. “Ozzy Live” è questo, in sostanza. Il live esce su doppio vinile in occasione del Record Store Day 2012 e rappresenta un nuovo omaggio alla memoria di Randy Rhoads. Si tratta infatti delle registrazioni live fatte durante il tour di “Blizzard Of Ozz“, che ci consentono ancora unna volta di essere posti di fronte al genio del chitarrista, prima ancora che di un Ozzy giovane e magnifico. Il doppio vinile contiene anche “RR“, un breve frammento strumentale, scartato dalle registrazioni in studio, con un assolo clamoroso (come sempre, del resto) di Randy Rhoads. Il remix di “Goodbye Romance”, per chitarra e voce, invece, lascia un po’ perplessi; forse è una resa troppo delicata, aggraziata, e arriva a perdere quella vena di malinconia profonda che possedeva la versione originale. Operazione nostalgia, certo, che magari ha fatto storcere il naso a coloro che avrebbero preferito un nuovo album di inediti, ma anche una piccola reliquia da conservare per gli anni a venire. (Anna Minguzzi)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

Antonino Blesi

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Ascolta metal dal 1983, ha 46 anni e non vuole certo smettere. La passione vince su tutto, e sarà anche scontato, ma la buona musica non morirà mai, finchè qualcuno continuerà a parlarne ed a canticchiare un vecchio refrain....

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