Speciale Mötley Crüe: il film “The Dirt” commentato dalla redazione

Da quando, venerdi scorso, Netflix ha diffuso online in tutto il mondo la trasposizione cinematografica del libro “The Dirt”, molti di noi hanno già avuto modo di farsi un’idea del film, sia tramite una visione diretta, sia tramite gli infiniti commenti, positivi o negativi, apparsi un po’ dappertutto sui social. Noi della redazione di Metallus non ci siamo fatti scappare questa opportunità e abbiamo detto la nostra su quello che si può definire tranquillamente come uno degli episodi più attesi della cinematografia in ambito musicale per quest’anno.

Il 31 dicembre del 2015 c’è stato il Final Tour dei Motley Crue in cui si è chiusa la lunga carriera della formazione di Los Angeles nata nel lontano 1981. Per molti di noi la musica della ciurma variopinta ha accompagnato l’adolescenza  e ha segnato un’ epoca ed attraverso le loro canzoni si è scoperto un genere che per tanti è diventato anche uno stile di vita. Un punto molto importante nella storia della band si ha quando nel maggio del 2001 esce la loro autobiografia “The Dirt” scritta insieme a Neil Strauss dove il gruppo si mette a nudo e svela al pubblico tutti i vari retroscena senza filtri e censure varie. E proprio da questo libro che ora è tratto l’omonimo film uscito in esclusiva su Netflix e diretto da Jeff Tremaine, uno degli autori dell’irriverente Jackass. E’ sbagliato pensare che questo film sia la risposta a Bohemian Rhapsody o sia stato costruito a tavolino in tempo per seguire il successo che ha riscosso la pellicola sui Queen in quanto l’uscita di “The Dirt” era inizialmente prevista per il 2013, fino allo slittamento attuale dovuto all’acquisto dei diritti da parte di Netflix circa un anno fa. In poco più di un’ora e mezza si cerca di riassumere la carriera di questi quattro scapestrati partendo dagli esordi in cui volevano farsi chiamare XMas fino al raggiungimento del successo e di tutti gli eccessi vissuti in nome del rock n roll. Il racconto della storia è affidato proprio alla voce dei protagonisti che con la giusta ironia raccontano sia di argomenti spinosi come l’infanzia travagliata vissuta da Nikki Sixx, i problemi di salute di Mick Mars derivati dalla spondilite anchilosante, sia di party sfrenati o anche di quando supporter del “Bark Of The Moon” tour di Ozzy Osbourne si ritrovano a bere pipì ai bordi di una piscina. Un racconto dettagliato e crudo quello narrato in “The Dirt” che affronta anche i temi della dipendenza dalle droghe e dall’alcol che nel primo caso quasi costano la vita al bassista, mentre nel secondo con al volante Neil in pieno stato d’ebbrezza sono artefici della morte di Razzle dei seminali Hanoi Rocks. Purtroppo in così poco tempo mancano molti fatti e retroscena della vita dei famigerati quattro, ma quello che si coglie è lo spirito e l’irriverenza dell’epoca, il loro essere pionieri di un genere e di aver dato vita ad un movimento che da li a poco sarebbe esploso sul Sunset Strip. Riascoltare queste mitiche composizioni, rivederne le riproposizioni live molto ben costruite fa sicuramente scendere una lacrimuccia ai nostalgici, ma soprattutto fa rimpiangere un’epoca che purtroppo non tornerà più. Come nota positiva bisogna ringraziare la realizzazione di questo film in quanto è proprio grazie ad esso che i Crue si sono ritrovati in studio per dar vita a quattro nuovi brani: “Crash And Burn”, “The Dirt (Est.1981)” con il rapper Machine Gun Kelly che interpreta Lee nel film, “Ride With The Devil” e la cover di “Like A Virgin” di Madonna. (Eva Cociani)

Ero ancora (quasi) giovane quando i Mötley Crüe hanno iniziato a parlare della possibilità di trarre un film dal capolavoro letterario “The Dirt” e quando finalmente questo Messia cinematografico è approdato su Netflix dopo una gestazione degna di “Chinese Democracy”, l’hype è arrivato alle stelle.

Ed eccomi qui, in un meraviglioso venerdì sera in pieno stile 30, tra divano, pizza, birra, Netflix e niente copertina solo perché inizia a fare caldo: “The Dirt” è tra noi.

Dopo cinque secondi siamo già nel pieno di un festino a base di droga e ragazze allegre, dopo due minuti una delle donzelle squirta vistosamente tra l’esaltazione generale. E qui l’immagine si blocca e inizia il racconto, affidato a turno ai primi tre componenti della band: si parte da Nikki Sixx e dalla sua infanzia travagliata, per poi passare a Tommy Lee inguainato in mirabolanti leggins leopardati e approdare infine al seraficamente cinico Mick Mars e ai suoi problemi di salute.

Ebbene sì, in tutto questo trash la narrazione riserva momenti quasi illuminati, tipo interventi in prima persona o addirittura casi di abbattimento della quarta parete, con i personaggi che interagiscono direttamente con lo spettatore.

La storia la conosciamo tutti, abbigliati nel miglior stile anni ’80, i Mötley Crüe reclutano il per niente virile Vince Neil, che riesce comunque a farsi qualunque essere di sesso femminile compaia sullo schermo, solitamente in un camerino random.

Oltre alle groupie la band si fa anche strada nei club di Los Angeles e viene notata da uno sfigatello che in realtà lavora per la Elektra Records, e così partono i primi successi, sempre conditi da tette, culi e tirate di coca.

La fama del gruppo cresce a dismisura e così l’abuso di sostanze stupefacenti, ad un certo punto Ozzy Osbourne sniffa le formiche, mentre Nikki Sixx lecca pipì a bordo piscina.

Cosa sto guardando??? Mi domando incredula mentre tutti precipitano in una spirale discendente, eppure è tutto talmente ipnotico che non riesco a smettere, anche perché, diciamocelo, la colonna sonora è una gioia per le orecchie. Nikki Sixx passa all’eroina e si buca quasi fino alla morte, anzi, muore davvero, ed ecco la celebre parte delle due siringhe di adrenalina sparate direttamente nel cuore da un paramedico fan dei Crüe. E qui le cose prendono una piega più all’insegna dell’amicizia e del volemose bbbene, con anche un “We all fall off the wagon” detto dallo stesso Nikki, che mi fa quasi commuovere da tanto mi fa partire in testa “Accidents Can Happen” dei Sixx:A.M.

Eh sì, gli incidenti succedono, lo dimostra il fatto che sono ancora qui a guardare questo film, anzi, mi sto asciugando le lacrime quando Vince deve dire addio alla piccola Skylar, dopo aver già ucciso Razzle degli Hanoi Rocks un po’ di minuti prima.

Ed è una storia vera, holy shit!

C’è da dire che gli attori non sono male, Iwan Rheon è Iwan Rheon e Douglas Booth è una delle cose più belle che ho visto negli ultimi tempi, si ride e si piange (o forse questo vale solo per me) e vi ho già detto della colonna sonora, no?

Mentre scorrono i titoli di coda, non ho ancora capito se ho appena buttato nel cesso quasi 2 ore della mia vita o se voglio riguardare tutto dall’inizio.

Ma chissenefrega, fatemi riascoltare “Home Sweet Home” e nessuno si farà male (Ilaria Marra).

“The Dirt” è un adattamento filmico sontuoso ed assolutamente onesto, che riesce a rimanere coerente con quel libro scandaloso che nel 2001 sconvolse il mondo del rock’nroll. Non ci sono filtri, grazie al patrocinio di Netflix, che permette la visione del film in contemporanea in almeno 120 nazioni, senza passare dai cinema classici e dalla mannaia della censura degli studi di produzione “normali”. Jeff Tremaine (Jackass) dirige un racconto veloce in cui però vengono mantenuti tutti gli aneddoti peculiari che non possono mancare, e nemmeno i più sconci e personali. La band non si fa sconti, e sicuramente la trovata geniale rimane quella di una narrazione che passa continuamente di mano da un personaggio all’altro, spesso smentendo le dichiarazioni di quello precedente, mantenendo una freschezza ed una spudoratezza esemplari. Ognuno dei 4 componenti dei Mötley emerge con tutte le sue particolarità e con punti di forza e soprattutto debolezze, e fortunatamente il film non è solo un elenco delle (numerosissime) bravate della band ma riesce a restituire emozioni forti e veritiere. La musica c’è anche se non è la protagonista assoluta, ma le scene sul palco rimangono grandiose e molto ben costruite. Se vogliamo fare un paragone azzardato, “The Dirt” è un’opera più diretta e sincera rispetto all’edulcorato “Bohemian Rhapsody”, e cerca di scavare oltre la superficie per restituirci il ritratto di un tempo forse unico ed irripetibile, nel bene e nel male (Antonino Blesi).

La premiere del film basato sull’autobiografia dei Mötley Crüe è forse l’evento più atteso in questo periodo, dato che la band ci ha lavorato sopra per un lunghissimo periodo e oggi il film è finalmente disponibile su Netflix. Chi non si ricorda l’esplosione del fenomeno glam, con la band più rappresentativa del genere nel Sunset Strip di California? Sono tantissimi gli amanti dell’Heavy Metal che sono stati introdotti ad esso con il quartetto di Los Angeles, un gruppo famosissimo sia per le canzoni bellissime e travolgenti, ma anche per gli abusi e la vita da vere rock star. E all’improvviso la band decide di non fare più nessun tour e firma un contratto che decreta la fine dopo il tour “The End”, terminato il 31 dicembre del 2015. Questo è stato un fatto davvero triste per il pubblico del gruppo nato nel gennaio del 1981, che dal vivo ha sempre dato il massimo del suo potenziale. A parte le biografie individuali di ogni membro, nel 2001 è uscito “The Dirt”, un libro complessivo della vita della band fino a quell’anno, che ha scosso tutti i social media con il modo diretto in cui i quattro famosi musicisti hanno raccontato i fatti della loro vita sia fuori che dentro il music business. Chi è cresciuto con questa band sicuramente ha poco di nuovo da vedere da questa rappresentazione cinematografica dei fatti, ma vale la pena sempre valutare in maniera diretta.

Il film inizia con Nikki Sixx in età adolescenziale, che abbandona la famiglia che in realtà non ha mai avuto e si trova nelle strade di Los Angeles, con il proprio nome appena cambiato e incontra Tommy Lee, ragazzo di buona famiglia: la band che sta per dare una grande scossa al Sunset Strip e non solo si sta formando. Aggiunti Mick Mars e Vince Neil, iniziando dai piccoli locali di Los Angeles e incontrando il giovane Tom Zutaut di Elektra Records e Doc McGee, i Mötley Crüe iniziano la loro carriera fuori dai bordi della California, lungo gli Stati Uniti e nel mondo intero. L’album di debutto, “Too Fast For Love”, ha provocato un terremoto nella musica degli anni ottanta ed insieme al loro secondo lavoro, “Shout At The Devil”, li porta in cima alle classifiche e al loro primo tour con Ozzy Osbourne. A parte la loro scenografia, i costumi e il trucco che li hanno reso  subito famosi, i Motley Crue sono diventati molto noti per le feste infinite con gli abusi di alcool, di sostanze stupefacenti, di conquiste interminate di donne, rendendo la loro vita un party che non ha ne inizio ne fine. I Mötley Crüe erano una giovane band con tanto talento e con guadagni economici astronomici, ma che riuscivano a spendere in tempo di record. E chi altro può raccontare meglio queste storie se non il manager che doveva fare i conti con gli alberghi distrutti e con i quattro personaggi difficili da gestire, sia in tour ma anche nello studio. Il biopic racconta la parte divertente della storia, con i quattro attori che imitano alla grande i membri della band e il lavoro fatto dietro le quinte è più che evidente, ma esiste sempre l’altra faccia della medaglia, con le sofferenze personali di ciascuno dei protagonisti. In cima a tutti c’è Nikki Sixx, che ha passato tutta la propria vita cercando dei fantasmi, di riempire il vuoto creato dall’assenza di una famiglia, trovando rifugio all’eroina che è diventata la sua migliore amica, accompagnandolo sia con parestesie ma anche con un decadimento personale culminato con l’arresto cardiaco del 23 dicembre 1987, dal quale si è ripreso miracolosamente dall’iniezione di epinefrina nel miocardio dal paramedico in ambulanza. Che dire poi di Vince Neil, che dopo tantissime conquiste nel campo femminile, il matrimonio e la nascita della figlia Skylar, vive la propria tragedia con l’incidente in macchina e la morte di Razzle Dingley degli Hanoi Rocks, ma anche con lo scioglimento della vita coniugale e l’allontanamento dalla band dopo il “Dr. Feelgood” tour al top del successo, non essendo d’accordo con la nuova versione sobria e senza feste del gruppo imposta da Nikki Sixx. La perdita della figlioletta da un tumore è però stata la più grande sofferenza del frontman. Il giovane batterista Tommy Lee, con la sua buona educazione familiare, si trova anche lui nel mondo del rock and roll e non può non partecipare, ma alla fine trova la sua anima gemella nel viso di Heather Locklear, famosa TV star e in mezzo alle avventure della band si sposa con un testimone non al meglio delle condizioni fisiche. Il matrimonio ha una brutta fine anche per lui, come anche per l’anziano della band, Mick Mars, che entra nella band cercando di pagare gli alimenti giudiziari, soffrendo già di spondilite anchilosante, fatto che gli crea una dipendenza da analgesici, ma anche un’ intervento di protesi d’anca. Lui era quello più ironico, più maturo tra tutti e quattro i membri della band, ma infine erano una famiglia, la cosa che Nikki ha sempre cercato nella propria vita. Inoltre, vediamo il tentativo fallito della band di andare avanti con Jon Corabi nel 1994 e con l’acquisto dei diritti musicali dalla loro ormai ex casa discografica. Tutto ciò ha portato alla ricomposizione del quartetto originale con il ritorno di Vince e la continuazione della carriera dei Mötley Crüe fino al 2015, quando la band ha deciso di non suonare più dal vivo assieme. Ci sono ovviamente delle storie non incluse nel film, che un fan spietato dei Mötley Crüe conosce a memoria, come le divergenze tra Vince e Tommy e la partenza temporanea dell’ultimo, sostituito da Randy Castillo e Samantha Maloney, ma la vita di questi quattro personaggi sia in pubblico che in campo privato è sempre stata turbolenta. Durante il film gli attori hanno eseguito delle performance ispirate sia dai video che dai concerti della band californiana, facendo il massimo per rappresentare il gruppo, anche se ovviamente niente può essere meglio dell’originale. La tendenza a sdrammatizzare le condizioni dei quattro giovani negli anni ottanta è più che evidente, e certi momenti in realtà tragici vengono presentati in una maniera comica, come le allucinazioni di Nikki e la sua chiusura in casa dal mondo esterno, oppure la sua rianimazione in ambulanza, o anche la vita frenetica di una star come Tommy Lee tra tour, droghe, alcool, spogliarelliste e distruzione di camere d’albergo. Qualcuno potrebbe essere invidioso della vita di queste quattro persone, ma dall’altra parte è più che evidente che si tratta di anime con i propri problemi personali e le proprie sofferenze, dalle quali si sono evoluti in persone mature, padri di famiglia e businessmen di successo. Senza il minimo dubbio, i Mötley Crüe erano portati per questo tipo di vita ribelle, spensierata e piena di avventure e sono stati sfruttati dall’industria musicale che ha usato l’innocenza della loro gioventù e  le proprie debolezze per interessi altrui. Chi non ha mai approfondito la storia della band di certo si divertirà tantissimo, mentre forse chi sa tutto della storia di “The Dirt” non avrà delle sorprese, ma comunque il biopic di Netflix rimane eccellente e basato sui fatti raccontati dal libro.

La soundtrack del film comprende una grande varietà dei successi più noti dei Mötley Crüe che si sentono durante tutta la pellicola cinematografica e quattro nuovi brani, inclusa una cover sorprendente di “Like A Virgin” di Madonna, confermando la capacità della band di rifare pezzi di altri mantenendo una certa qualità. Speriamo sempre che tornino a fare musica insieme, e il sentimento più diffuso è la nostalgia di quegli anni spensierati con i brani indimenticabili con cui una grossa parte della nostra generazione è cresciuta e continuerà ad ascoltare con piacere (Katerina Paisoglou).

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

eva.cociani

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Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

Antonino Blesi

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Ascolta metal dal 1983, ha 46 anni e non vuole certo smettere. La passione vince su tutto, e sarà anche scontato, ma la buona musica non morirà mai, finchè qualcuno continuerà a parlarne ed a canticchiare un vecchio refrain....

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