Speciale Metallica: “Ride The Lightning” – 35 anniversary track by track

Per molti di noi, “Ride The Lightning” rappresenta un mondo di ricordi e di grande nostalgia, di un’epoca dove rabbia e creatività hanno contribuito a creare svariati generi nel metal, ispirando migliaia di band e di giovani metallari, compreso il me stesso di trentacinque anni fa, orgoglioso di aver acquistato il picture disc del secondo album dei promettenti Metallica, aspettandomi una cannonata di violenza spietata e nichilista, e sorprendendomi, durante quel primo ascolto, almeno mille volte.

Mentre il logo immerso nel blu scuro e ricoperto di fulmini bianchissimi girava sul giradischi di mia nonna (che ha molto sopportato, con grande pazienza..), gli arpeggi iniziali di “Fight Fire With Fire” mi spiazzavano con la loro inconsueta dolcezza, e quello era solo l’inizio! I Metallica dimostravano, seppur ancora acerbi e giovanissimi, di poter dare una mente, un’anima ed un cuore ad una musica diretta ed istintiva come il Thrash Metal, portandolo in una nuova dimensione e creando un mondo musicale che sarà abitato ed amato da milioni di persone che, come me hanno consumato quel vinile, che purtroppo oggi è andato perduto dopo una vita di mille traslochi ed avventure. Ma “Ride The Lightning” non ha nulla a che fare con l’età o la nostalgia.

Ieri come oggi, il disco suona come se il tempo non lo avesse mai scalfito, figlio di una “rabbia controllata”, con le sue chitarre cupe e possenti (dono di Fleming Rasmussen, placido produttore danese che fu per la band decisivo, sia qui che nel Capolavoro Assoluto “Master Of Puppets”), il basso geniale e pulsante del grande ed unico Cliff Burton, che ci manca, ieri come oggi. Chissà dove sarebbe andata la musica dei Metallica se il loro bassista (e mente creativa) originale fosse ancora qui, con noi, questa è la domanda che tanti si fanno e che non avrà mai risposta.

Rimangono a noi questi solchi gloriosi e storici, che oggi Metallus riporterà a voi grazie ad un track by track che vuole celebrare questo anniversario e quelle otto canzoni, tutte ugualmente preziose, anche quelle considerate “minori” o dimenticate. “Ride The LIghtning” è una esperienza sonora da vivere in toto, ed il 1984 è solo l’anno di partenza, di una storia che non finirà mai. (Antonino Blesi)

FIGHT FIRE WITH FIRE

A distanza di un solo anno dalla pubblicazione del disco d’esordio “Kill ‘Em All”, i Metallica tornano con “Ride The Lightning”, album che già fa registrare i primi importanti cambiamenti nel sound della band di San Francisco. Il compito di introdurci in questo esplosivo platter spetta a “Fight Fire With Fire”, brano fortemente influenzato dagli scenari politici del periodo, in particolare la minaccia di una guerra nucleare. Questo clima di tensione si respira sin dalle prime note: dopo un arpeggio introduttivo, i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse iniziano a pestare duro con un robusto muro di chitarre e una sezione ritmica terremotante, su cui si staglia la voce aggressiva di James Hetfield. La furia iconoclasta degli esordi viene sostituita da una potenza devastante, un suono più corposo che esalta l’approccio della band. Ed è solo l’inizio. (Pasquale Gennarelli)

RIDE THE LIGHTNING

Ride The Lightning” è la seconda traccia del full length ed è quella che dà il nome all’album. Si apre con un riff diretto e a tratti dimezzato, considerato da alcuni progressive metal, che sicuramente ai tempi suonò come totalmente innovativo, grazie anche al tocco speciale di James. A trent’anni dalla sua composizione, Kirk si stupisce ancora della complessità delle armonie nell’assolo. Nonostante non sia chiaro se il protagonista abbia compiuto o no il crimine di cui si parla nel testo, il brano è contro la pena di morte, che viene descritta con molto realismo e intensità “Burning in my brain / I can feel the flames”. I Metallica la eseguono spesso dal vivo, come ad esempio a Milano lo scorso maggio. (Roberta Rustico)

FOR WHOM THE BELL TOLLS

Una canzone come un marchio di fabbrica, come una cicatrice sulla pelle. “For Whom The Bell Tolls” è uno dei simboli di “Ride The Lightning”, d’impatto e con quel “killer instinct” di Cliff pronto a colpire. Ispirazione nobile, Hemingway dal romanzo “Per Chi suona la campana”, e intensità che ancora oggi fa rabbrividire nonostante gli anni. Un cambio di passo anche rispetto le prime due tracce dell’album, dove l’aggressività estrema (seppur meditata rispetto all’iconico debut album) è quella ispirata dalle parole dello scrittore di Oak Park, Illinois. Una frustata per chi aspettava una band “conservatrice” e pronta a ripetere in maniera pedissequa il fiume di “Kill ‘Em All”. L’evoluzione costante dei ‘Tallica passa per questi 5 minuti  e 10 secondi circa. (Saverio Spadavecchia)

FADE TO BLACK

La prima canzone dei ‘Tallica a sparigliare davvero le carte. A 12 mesi – 367 giorni dopo, per l’esattezza – dall’esordio brutale di “Kill ‘Em All”, Lars, Kirk, James e Cliff sconvolgono letteralmente il mondo metal. Ancora una canzone simbolo per una band incapace di rimanere al palo dell’ispirazione. Cresce, si trasforma, assume i contorni di una piccola rock-opera (passatemi il termine) che cambia pelle continuamente nei soli 7 minuti a sua disposizione. Retaggi folk, la voce ancora acerba di Hetfield e quell’esplosione elettrica che aumenta la componente drammatica di una canzone che ha fatto innamorare milioni di chitarristi. Come nelle migliori sceneggiature, ecco il colpo di scena con le chitarre che armonizzano verso l’accelerazione finale ed un solo che tra i migliori usciti dal pennino di Hammett. Capolavoro? Sì, come tutto l’album. (Saverio Spadavecchia)

TRAPPED UNDER ICE

Trapped Under Ice” è probabilmente il brano meno noto ed emblematico di “Ride The Lightning”, ma quando si ha a che fare con dischi capolavoro come questo il concetto di filler non fa nemmeno capolino. Il pezzo è infatti una folgorante saetta di puro e diretto thrash e rappresenta l’episodio più in linea col precedente capitolo della carriera della band (stiamo parlando del seminale “Kill’Em All”, ovviamente!). Ecco allora che nella presente canzone, che non va affatto sottovalutata, menzioniamo come degni di nota non solo la robustissima sezione ritmica, ma anche i pregevoli solos di chitarra al fulmicotone che la costellano dall’inizio alla fine. Poco famosa ed eseguita dal vivo sì, ma nient’affatto di qualità inferiore rispetto al resto del lotto. (Matteo Roversi)

 ESCAPE

Odiata, vituperata o più semplicemente ignorata perfino dai metallari doc, “Escape” è il brano più insolito dell’album, nonché fra i più insoliti della prima incarnazione dei Metallica. Mentre il resto delle canzoni di “Ride the Lightning” è una sequela di note epiche, pesanti e tecniche all’inverosimile, “Escape” è l’esatto opposto: sporca, semplice e sgraziatamente melodica, di estrazione punk (non per niente coverizzata dagli Hatebreed qualche decade dopo). Strofa e ritornello sono opposte in equal misura: le strofe si basano su power-chord in palm-muting e il cantato è energico, borioso e vagamente blues, mentre i ritornelli sono basati su melodie con una linea vocale che segue la chitarra notevolmente meno energica e, a detta di qualcuno, “moscia”. In entrambi i casi, le trame della batteria sono prive di cambi di tempo particolari, solo interruzioni con giochi di snare. Il bridge si basa su accordi più lenti e arpeggi spezzati, ma dopo un assolo di chitarra in stile rock, la coda della canzone tronca l’entusiasmo di un brano tutt’altro che facilmente comprensibile a primo ascolto, con un verso del ritornello (“Life’s for my own to live my own way”) ripetuto all’infinito e una lontana sirena. Il finale invece cozza enormemente con i testi pro-libertà della canzone (“Feel no pain, but my life ain’t easy, I know I’m my best friend / No one cares, but I’m so much stronger, I’ll fight until the end / To escape from the true false world, undamaged destiny / Can’t get caught in the endless circle, ring of stupidity”), quasi a sottolineare la rassegnazione nei confronti dei poteri forti, in questo caso della polizia. Anche i Metallica sapevano essere metaforici. (Simone Appolloni)

CREEPING DEATH

“ Creeping Death” è uno dei brani più iconici non solo del platter in questione, ma dell’intera carriera discografica dei Four Horsemen. Dopo un’intro dal flavour epico, in cui gli strumenti si alternano in brevi stop and go, un riffone tosto e crunchy, in pieno Metallica style, innesca un up-tempo catchy. Il pezzo, pur avendo una velocità ridotta rispetto allo standard thrash, si caratterizza, oltre che per la potenza e gli hook melodici disseminati dall’inizio alla fine, anche per il break centrale, in cui la ritmica rallentata e a tratti tribale della batteria, insieme alle progressioni delle chitarre e al ritornello “ Die!”, si configura come uno dei passaggi più epici e trascinanti della storia del metal. Il testo non ha nulla a che vedere con i contenuti tipici del metal estremo: il tema trattato è, infatti, il racconto biblico delle piaghe inviate da Dio per liberare gli Ebrei dalla schiavitù dell’Egitto. Lars Ulrich, in un’intervista rilasciata qualche anno fa a LouderSound, racconta come, da ragazzino, fosse ossessionato dal film “I Dieci Comandamenti”, visto insieme ad Hetfield a casa dei genitori di Cliff Burton. Il titolo del brano deriva da un’esclamazione dello stesso Burton alla vista della nebbiolina che, nella pellicola di DeMille, rappresenta la Decima Piaga, fatale per tutti i primogeniti d’Egitto (compreso, ovviamente, il figlio del Faraone). Dal punto di vista musicale, il riff mediano di “ Creeping Death” era stato originariamente composto da Hammett a soli 16 anni e, successivamente, inserito in un demo degli Exodus intitolato “Die by His Hand”. “ Creeping Death” diventa fin da subito uno dei tanti must dei live show di Hetfield & soci; sul palco il brano è eseguito con una furia e una velocità maggiori rispetto alla versione in studio e l’intervento del pubblico compatto che partecipa con l’urlo ipnotico di “ Die!” è uno dei momenti più coinvolgenti ed esaltanti dei concerti della band. (Carmelo Sturniolo)

THE CALL OF KTULU

Dopo le bordate di “Kill’Em All” e di buona parte del presente album, i Metallica cominciano a dimostrare al mondo di essere anche raffinatissimi compositori ed esecutori, chiudendo il platter con la lunga ed evocativa strumentale “The Call Of Ktulu”. Pezzo di chiara ispirazione lovecraftiana, dal momento che cita uno dei più famosi racconti del maestro di Providence, il brano è un crescendo di tensione che si apre con un malinconico arpeggio per poi incattivirsi progressivamente con riff sempre più aggressivi. La narrazione in musica di questo racconto per note è perfetta in ogni suo secondo, conducendoci attraverso la propria durata sostenuta senza il minimo momento di stanca. Capolavoro nel capolavoro! (Matteo Roversi)

Antonino Blesi

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Ascolta metal dal 1983, ha 46 anni e non vuole certo smettere. La passione vince su tutto, e sarà anche scontato, ma la buona musica non morirà mai, finchè qualcuno continuerà a parlarne ed a canticchiare un vecchio refrain....

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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