Speciale Megadeth – “Rust In Peace” 25th Anniversary Track By Track

Megadeth - Rust In PeaceQualche anno fa il sito americano BNR Metal Pages indisse il solito sondaggio inutile con lo scopo di eleggere il miglior album metal di sempre; com’è facile immaginare la soggettività in questi casi la fa da padrone e avremo sempre fazioni schierate in posizioni contrapposte.
Comunque “Rust In Peace” dei Megadeth vinse quel sondaggio e non è raro che il quarto lavoro di Dave Mustaine e soci venga indicato da molti metal fan come uno dei prodotti più rappresentativi della storia del metal.
Il suddetto capolavoro compie ora 25 anni e non potevamo esimerci dallo sviscerare a dovere l’apice della discografia degli americani che arrivarono a partorire un dischetto praticamente perfetto nonostante l’ennesimo stravolgimento di line-up che vide subentrare il guitar hero Marty Friedman (proveniente dai Cacophony) ed il roadie del defezionario Chuck Behler, Nick Menza.
Non che la struttura dei pezzi dei Megadeth si mai stata lineare e superficiale ma in “Rust In Peace” i substrati ritmico/melodici sono davvero da urlo e le tematiche affrontate sempre “impegnate” con strali verso George H. W. Bush (non dimentichiamo che eravamo in piena Guerra del Golfo), industria nucleare e UFO; il tutto ottimamente rappresentato da una delle cover più iconiche del rinomato Ed Repka.
Impossibile non citare la versione ri-masterizzata uscita nel 2004 sempre per Capitol/EMI che donò una nuova profondità sonora a questo capolavoro del thrash metal e contenente una breve bonus track dal titolo “My Creation”, nonché versioni demo di altri 3 pezzi.

Ripercorriamo quindi le nove tracce di “Rust In Peace” con uno speciale track by track, accompagnato da  una particolare playlist contenente tutte le versioni presenti su Spotify dei brani dell’album: versioni originali, remasters, demo e live!
Che il thrash sia con voi…

 

01 Holy Wars… The Punishment Due
Messa in apertura di un disco fondamentale come “Rust In Peace”, “Holy Wars…” è una delle canzoni più importanti, non solo per i Megadeth, ma per l’intera scena metal di quegli anni. Il riff è indimenticabile, l’attacco ritmico da paura, l’incedere incalzante, la voce di Mustaine tagliente, gli assoli fulminanti. Se si dovesse scrivere un manuale sulla perfetta metal song, “Holy Wars” sarebbe tra quelle da prendere ad esempio. Non vi piace? First mistake, last mistake… (Riccardo Manazza)

02. Hangar 18
Con tutta probabilità il brano più leggendario del disco, da allora immancabile nelle setlist della band. Una lunga e trascinante intro strumentale si sviluppa in un pezzo dove ogni singolo segmento è memorabile, dal pungente refrain cantato in maniera aspra da Dave Mustaine ai forsennati solos di chitarra che si susseguono senza tregua. Indimenticabili il cambio di passo a metà traccia e la devastante sfuriata finale: questa canzone è la Storia! (Matteo Roversi)

03. Take No Prisoners
“Take No Prisoners” chiude la prima epica tripletta di “Rust In Peace”. Se RIP viene ricordato per il guitar working di Marty Friedman, in “Take No Prisoners” il protagonista è Dave Ellefson che crea un vero e proprio terremoto sonoro insieme al fidato Menza. Il brano è una cavalcata schizofrenica, un crescendo intervallato da continui break che rendono ancora più frenetico l’avvicinarsi della fine. “Don’t Ask What You Can Do For Your Country / Ask What Your Country Can Do For You / Take No Prisoners, Take No Shit”: arrivati a questo punto si apre il chorus finale, valorizzato ora sì dalle chitarre impazzite di Friedman e Mustaine. Una cannonata, violenta e letale. (Tommaso Dainese)

04. Five Magics
Inizio al fulmicotone e un Ellefson a trainare il carro con Menza prima che entrino in scena le sei corde e prosegua per 2:05 la parte esclusivamente strumentale, lugubre e occulta: sale in cattedra il rosso Mustaine e gioca ad alternarsi fra le chitarre, a nascondersi fra le ritmiche cangianti e gli effetti applicati alla sua ugola. Canzone che è un tour de force continuo, opera di ottimi strumentisti che dimostrano di saperci fare. (Fabio Meschiari)

05. Poison Was The Cure
“Poison Was The Cure” è il brano più breve dell’album, escludendo l’intermezzo “Dawn Patrol”. Dopo l’intro di Ellefson, il brano si apre in uno speed metal apparentemente primitivo che ricorda i primi passi dei Megadeth, quelli di “Killing Is My Business” quelli che coverizzavano una “These Boots Are Made For Walkin”. In realtà il brano mostra ancora una volta una tecnica e un’intelligenza sopraffine, qui più nascoste rispetto ai brani più memorabili dell’album. Forse, insieme alla successiva “Lucretia”, è l’episodio meno importante dell’album ma resto comunque un brano godibilissimo che mostra come le radici più marce (e rock) di Mustaine siano ancora ben presenti anche nel 1990. (Tommaso Dainese)

06. Lucretia
Un ghigno malvagio apre una delle song che più ingannano dell’intera scaletta, rispetto ad altri brani “Lucretia” parrebbe una canzone meno complessa e giocata su un melodia più lineare. In realtà il brano si porta dietro un groove superbo che cambia in continuazione e ci regala una dinamicità incomparabile, e che sfrutta il tema centrale per farci girare attorno assoli sempre azzeccati e variazioni continue. Non la migliore del lotto, ma pur sempre una canzone di gran valore. (Riccardo Manazza)

07. Tornado Of Souls
“Tornado Of Souls” decolla da una base ritmica spezzata per aprirsi nel refrain, tra i più memorabili dell’album caratterizzato da un rallentamento studiato apposta per aumentare l’enfasi del pezzo (che ha un che di maideniano nelle chitarre). Al minuto 3:09 Marty Friedman si lancia in uno degli assolo più belli della sua carriera per varietà, gusto e velocità: impressionante!!! (Alberto Capettini)

08. Dawn Patrol
La penultima traccia dell’album costituisce un breve intermezzo praticamente strumentale, non cantato ma recitato. Il seducente basso di David Ellefson è in primo piano dall’inizio alla fine, regalandoci una danza intrigante e diabolica; nonostante la sua durata ridotta e la sua particolare natura, il pezzo non va insomma sottovalutato. (Matteo Roversi)

09. Rust In Peace… Polaris
Batteria dal suono tribale e ritmiche serratissime introducono un groove blues metal che serve a dare voce a un dialogo fra il missile nucleare Polaris e gli umani; Mustaine alterna il suo cantanto inconfondibile e il suo altrettanto famoso modo di recitare cantando e la traccia si dipana per tre quarti su questo andazzo solido, salvo poi subire un’accelerazione nell’ultima parte e diventando una cavalcata quasi esclusivamente strumentale favolosamente liberatoria che mette la parola “Fine” a questo meraviglioso CD. (Fabio Meschiari)

Megadeth 1990 Line Up

Megadeth - Rust In Peace Line Up
Front Cover

Megadeth - Rust In Peace
Back

megadeth-rust in peace-back
Hangar 18” / “Holy Wars” Artworks

Megadeth - Hangar - Holy Wars
Hangar 18” Video

Holy Wars” Video

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. gianluca 7

    33 giri (che bei tempi!!!!) consumato per quante volte l’ho sentito

    Il lato A del disco magnifico e perfetto per violenza Sonora/Tecnica ,
    del lato B salvo Lucrezia e Tornado, I restanti pezzi non mi hanno mai entusiasmato
    e abbassano secondo me il livello di un disco che rimane cmq Grandissimo

    Reply

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