Speciale Judas Priest: “Painkiller” 25th Anniversary – Track By Track

Judas Priest - PainkillerPainkiller” non è solo un grande album dei Judas Priest. “Painkiller è L’album dei Judas Priest. “Painkiller” è anche, per molti, l’album metal per eccellenza. In 46 minuti e poco più i Judas Priest sono in grado di distillare l’essenza di tutto ciò che era accaduto fino a quel momento, creando un manifesto, una dichiarazione d’intenti, una sorta di tavola dei dieci comandamenti. In “Painkiller” c’è tutto.

La cosa buffa è che “Painkiller” è il dodicesimo album dei Judas Priest; la regola del terzo album va a farsi fottere. Ancora più buffo è il fatto che un album così iconico per l’intero genere metal esca proprio nel 1990, inizio di quegli anni ’90 tanto detestati e bistrattati quanto introdotti da dei capolavori del genere (“Cowboys From Hell” e “Rust In Peace“, per citarne un paio). Ancora più curioso il fatto che “Painkiller” fosse il primo album con un nuovo drummer, Scott Travis, in grado di irrobustire in modo potente il sound della band, nonché l’ultimo, per molti anni, con Rob Halford alla voce, che lascerà la band meno di due anni dopo. A tutto ciò aggiungiamo che i Priest uscivano da una doppietta discussa come quella del danzereccio “Turbo Lover” e del debole “Ram It Down” (creato con gli scarti del primo). Uno zenith, un raggio di luce improvviso, un picco mai più raggiunto dopo la tempesta ma prima del definitivo naufragio. Ascoltato oggi, l’album sembra uscito da pochi giorni, tanta è la potenza del suono. Impossibile rimanere impassibili di fronte all’opener nonché titletrack dell’album: un muro micidiale e tagliente, ulteriore conferma di come per fare male davvero, non servisse suonare metal estremo.

In attesa di un’edizione deluxe, che però forse arriverà per i 30 anni dalla release, noi celebriamo il 25esimo anniversario di “Painkiller”, uscito il 3 settembre 1990, con un epico track by track, all’insegna del metallo più puro.

01. Painkiller

Nel corso di questi 25 anni la title track di quest’album imprescindibile è diventata UNO se non IL pezzo metal per antonomasia, andando a rivaleggiare senza paura con i grandi classici del genere. Dopo un album discusso come “Ram It Down” e il successivo abbandono di Rob Halford i Judas Priest pubblicarono un lavoro pressoché perfetto per ogni defender sospinti anche dal drumming tellurico di Scott Travis (proveniente dai Racer X) che solo con questa traccia mette in ombra l’operato del buon Dave Holland; proprio una serie di drum fills dell’indemoniato Travis danno il via alle danze in un tripudio di ritmiche e licks che raggiungono l’apice nella fase solistica dove Tipton e Downing battagliano a suon di colpi magistrali. Di par suo il Metal God è in forma smagliante toccando acuti altissimi fino all’esplosione finale per un pezzo che negli anni verrà coverizzato anche da nomi illustri come Death e Angra segno del riconoscimento che ruota intorno ad una composizione davvero pregevole. (Alberto Capettini)

02. Hell Patrol

Il nuovo, quadratissimo batterista Scott Travis si mette ancora una volta in luce dopo averci impressionato con il folgorante attacco della title track: i secchi e poderosi colpi di bacchetta dell’intro di questa Hell Patrol lasciano ancora una volta l’ascoltatore a bocca aperta per la potenza espressa. Un riff taglientissimo e i consueti lancinanti acuti di Rob Halford fanno il resto, consegnandoci uno dei brani più crudi e spietati che i Priest abbiano mai composto. (Matteo Roversi)

03. All Guns Blazing

Un Rob Halford demoniaco introduce “All Guns Blazing” che in meno di 4 minuti condensa tutta la qualità di cui è permeato “Painkiller”. Il pezzo è quadrato e spinge senza sosta fino alla solita dimostrazione di tecnica della coppia d’asce Tipton e Downing con un rallentamento solo nel finale per esaltare anche il lato epico di questa composizione; non il top dell’album ma una canzone assolutamente azzeccata. (Alberto Capettini)

04. Leather Rebel

“Leather Rebel” rappresenta l’apoteosi compositiva di questo periodo firmata Judas Priest. Tre minuti e mezzo di devastante potenza power metal sostenuti dal bulldozer Scott Travis e infarciti dalle chitarre taglienti e superlative della coppia Tipton/Downing. Il bridge e il chorus del brano emozionano talmente che fin dal primo ascolto non si può far a meno di cercare di imitare Halford in una delle sue prove più convincenti, cantando a squarciagola. (Leonardo Cammi)

05. Metal Meltdown

Non ci sono dubbi fin dall’incipit stridente e dall’attacco ritmo furioso che il titolo della song sia perfettamente azzeccato. Quello che ci attende è una colata di metallo senza soluzione di continuità, quasi 5 minuti di speed metal aggressivo, in cui la batteria di Scott Travis diventa martellante fino al parossismo. Lo stacco centrale più lento serve esclusivamente a riprendere il fiato per lo sprint finale. Forse non uno dei pezzi di “Painkiller” che ha avuto maggior fama, ma sicuramente uno degli esempi più evidenti di come questo disco abbia pesantemente influenzato la scena power metal. (Riccardo Manazza)

06. Night Crawler

“Night Crawler” è l’ideale colonna sonora di un racconto horror. I brividi corrono lungo la schiena fin dall’arpeggio che esplode in un riff tritasassi ed un drumming terremotante su cui si staglia l’inconfondibile voce effettata di un Halford mai così rabbioso, che solo nel bridge apre alla melodia. Il refrain è trascinante e caratterizzato dalle inconfondibili risposte di chitarra al coro, in una soluzione compositiva che ha ormai fatto scuola. I Judas non ci lasciano un attimo di respiro nel corso del brano, un proiettile metallico, che rifiata solo nello special centrale, richiamando l’arpeggio in iniziale, stavolta recitato. Ma è solo la quiete prima della tempesta, perché la song riprende dal riff, per regalarci un nuovo giro sulla giostra demoniaca. (Alessandro Battini)

07. Between The Hammer and the Anvil

Se “Painkiller” è un disco perfetto lo si deve al fatto che nessuna traccia può essere minimamente definita un riempitivo. Prendete proprio “Between The Hammer And The Anvil”. Quasi snobbata all’epoca, anche alla band che la propose inizialmente molto raramente dal vivo, la song in questione è tutto fuorché anonima. Si tratta del tipico brano dei Judas più anthemici, che vive di un riff perfetto, di assoli riusciti e di una parte vocale azzeccata e battagliera. Ci sono band che pagherebbero per aver composto anche solo un brano di questo valore in tutta la carriera. (Riccardo Manazza)

08. A Touch Of Evil

Un incipit tenebroso ci spalanca le porte dell’inferno. “A Touch Of Evil” è una possente marcia metallica, sorretta da un riffing pulsante, in cui si insinua, come un serpente a sonagli, Rob Halford e la sua linea vocale conturbante. Il guitar riff spezzato, si fa via via più incalzante ed avvolgente, mentre il solo di Tipton stupisce per gusto melodico, nonostante sia tagliente come un rasoio.
Le tastiere di Don Airey hanno la capacità di amplificare le atmosfere lugubri ed oscure di un brano che ha fatto la storia dell’heavy metal, grazie ad un ritornello epico ed emozionante, che ha l’effetto di una possessione sulla nostra mente: un pezzo che ti entra dentro e non vuole più uscire. (Alessandro Battini)

La traccia più struggente e d’atmosfera del lotto, capace di passare nell’arco di poche battute da una quieta malinconia al clima di ferocia che anima e domina l’intero album. Su di un’indimenticabile intro di sintetizzatori si innesta un riff altrettanto memorabile che ci conduce a un mid-tempo roccioso, ma contemporaneamente emozionante ed evocativo. La magistrale interpretazione da brivido di Rob Halford rappresenta l’ultimo tassello per completare un pezzo perfetto. (Matteo Roversi)

09. Battle Hymn
Introduzione altisonante e maestosa che, grazie da un indovinato incrocio di tastiere e chitarre, permette di intravedere l’ammasso epico che sta per scoppiare. (Leonardo Cammi)

10. One Shot At Glory
E’ il pezzo più epico del disco e rappresenta la miglior conclusione possibile per questo capolavoro incredibile. Il brano è un cadenzato che fa letteralmente esplodere il cuore di tutti i fan e nell’ascoltarlo non è possibile non immaginare schiere di supporter infervorati ed ipnotizzati dalla prestazione stratosferica di Rob Halford e dal riffing ispiratissimo di Tipton/Downing. (Leonardo Cammi)

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