Speciale Iron Maiden: “Senjutsu” due mesi dopo l’uscita

Siamo onesti: quando ci viene chiesto di scrivere una recensione per un album in uscita, spesso abbiamo modo di ascoltare il suddetto album molto a ridosso della sua data di uscita. Questo fa sì che, a volte, non per cattiva volontà ma per mancanza di tempo, non si riesca a cogliere tutte le sfumature e le sfaccettature che costituiscono gli aspetti significativi di quel determinato album. Questa è la motivazione che ha spinto alcuni della redazione di Metallus.it a tornare a parlare di “Senjutsu”, per così dire, a bocce ferme, cioè due mesi dopo dalla sua pubblicazione. I pareri che leggete di seguito sono, quindi, frutto di un ascolto più a posteriori e potrebbero, quindi, confermare o sovvertire le impressioni della prima recensione. Se volete fare dei confronti con i primi pareri, qui trovate la recensione multipla uscita a settembre: http://www.metallus.it/recensioni/iron-maiden-recensione-senjutsu/

I PARERI DELLA REDAZIONE:

C’è chi non apprezza il “corso” dei Maiden post reunion, ma bisognerebbe sempre valutare la qualità artistica di qualsiasi album senza pregiudizi, anche quando il nome preso in esame risulta ingombrante come in questo caso. La band è sempre la stessa da diversi anni, ma ha voglia di nuove soluzioni che, con buona pace dei fan vecchi e nuovi, in questo “Senjutsu” risultano notevolmente migliori rispetto al precedente “The Book Of Souls”. Qualche parola per descrivere la troppo spesso criticata produzione di Shirley: chitarre meno impastate rispetto al predecessore, basso sugli scudi e un Dickinson volutamente più teatrale e meno in evidenza rispetto ai compagni di avventure; una leggera critica nei confronti del suono del rullante di Nicko, meno impattante del solito. Le canzoni? Quelle ci sono, eccome! “The Writing On The Wall” è atipica, ma anthemica e con un chorus da tramandare ai posteri. “Darkest Hour” è meravigliosa, la naturale prosecuzione del capolavoro “Blood Brothers”, ma il gioiello assoluto risulta “Hell On Earth”, una suite di oltre 11 minuti che ci regala una band coesa e ispirata al massimo. Ciò che apprezziamo meno dopo 2 mesi di ascolti, siamo molto sinceri, sono i piccoli richiami al passato, quelli che sembrano creati apposta per il fan medio degli ’80, quello che “dopo Seventh Son… i Maiden sono finiti”, quindi la cavalcata mid tempo di “Stratego” e “Days Of Future Past” (quest’ultima comunque valida). Cosa dire in conclusione, solo un “bentornati Iron Maiden, ce ne fossero molti come voi…”. (Manuel Andreotti)

Tornare su “Senjutsu” è una operazione piacevole, perchè rimane un disco che ho ascoltato con grande e ripetuto piacere più volte nel momento della sua uscita settembrina, e che non mi ha mai lasciato, nei miei ascolti in questi cinquanta giorni di vita. Posso certamente dire che non è diventata una mia ossessione quotidiana, ma è anche vero che dipende anche dal fatto, che ultimamente io abbia avuto poco tempo per ascoltare musica seriamente. Tornano spesso nelle mie orecchie e nella mia mente, il ricordo e le melodie di “Death of The Celts”, per molti una riproposizione sbiadita di “The Clansman”, ma per qualche oscuro motivo mi risultano suggestive ed attraenti come e forse di più di quel classico dell’era Blaze Bayley. Rimettendo oggi  “Senjutsu” sul piatto, confermerei quasi tutto di quanto da me scritto in sede di recensione. Rimane un platter valido e creativo, certamente superiore al suo predecessore, con una produzione strutturata ma ritmicamente debole, ma pieno di passaggi sonori molto interessanti, con una voce che pensa più ad interpretare che a fare la sirena dei tempi leggendari, ed una propensione verso “il racconto musicale” e non verso la costruzione di inni da stadio, che agli Iron di certo non mancano. Infatti, i cosiddetti “singoli”, o brani più brevi, come l’ennesima cavalcata ripetitiva di  “Stratego” oppure l’abbozzata “Days of Future Past”, ora più di prima mi appaiono effimere e fragili, mentre “The Writing on the Wall” continua a suonarmi piacevolmente, fosse per la sua struttura un pò diversa rispetto agli stilemi consueti della band, che per gli struggenti assoli di Adrian Smith. Composizioni come la controversa title track, “The Time Machine”, la dolente ballata di guerra “Darkest Hour” e l’articolata suite finale “Hell on Earth”, per me sono piccole gemme, destinate a rimanere impresse nella lunga storia di questa gloriosa band inglese. (Antonino Blesi)

Ed eccoci qua a parlare nuovamente degli Iron Maiden. Sono passati due mesi dall’uscita di “Senjutsu“, diciassettesima prova in studio della band inglese, e ancora non si è spento l’interesse intorno a un disco che mantiene inalterato il suo fascino nonostante gli ascolti. Molto spesso, infatti, il giudizio di chi ascolta può essere alterato o influenzato dai molteplici aspetti legati a grandi nomi della scena estrema: gli Iron Maiden sono tra i padrini dell’Heavy Metal e ogni loro uscita smuove l’opinione pubblica. Ebbene, una volta spente le luci della ribalta e scemato l’effetto “disco nuovo”, possiamo confermare quanto affermato nella precedente recensione: “Senjutsu” è uno dei migliori dischi prodotti dai Nostri dal 2000 a questa parte, ovvero da quando Bruce Dickinson e Adrian Smith sono tornanti nel gruppo e la Vergine di Ferro ha dato alle stampe “Brand New World“. 

Messo in chiaro quest’aspetto (il valore globale del platter), possiamo continuare sottolineando la freschezza delle composizioni, la presenza di brani articolati che presentano piccole sorprese che un ascolto ripetuto riesce a svelare: è il caso di “Hell on Earth” (il brano che più di altri è rimasto impresso nella mente di chi scrive) con i suoi riff magnetici, o l’incidere epico di brani quali “Lost In A Lost World” e “Death Of The Celts“.

Due mesi fa ci ponevamo la domanda “ma gli Iron Maiden hanno ancora qualcosa da dire?”. In quell’occasione la risposta era stata sì; adesso, lo è ancora di più: passare dalla grinta di “Days of Future Past” alle atmosfere dilatate di “The Parchment” non è da tutti, farlo con credibilità e onorando un passato ingombrante è veramente per pochi. Ma la lista potrebbe continuare ancora, perché ogni brano sembra mostrarci una faccia nascosta, un assolo, un giro di basso che salta fuori senza preavviso a ricordarci chi sono veramente gli Irons.

Se guardiamo agli ultimi 20 anni di carriera, “Senjutsu” è uno dei picchi più alti della produzione del combo britannico e ci restituisce una band ancora ispirata, con tanta voglia di divertirsi, mettersi in gioco e stupire i propri fan. Siamo convinti che l’ascolteremo anche per i prossimi due mesi. E oltre! (Pasquale Gennarelli)

Ammetto la mia colpa. Quando “Senjutsu” è stato pubblicato, l’ho accolto con affetto, come si saluta un amico che non si vede da anni. Gli ultimi due album dei Maiden precedenti a questo, infatti, erano stati per chi scrive una delusione totale, al punto da fare fatica ad ascoltarli fino alla fine. Questa volta non è successo, e questo è stato il primo segnale di un passo in avanti notevole. Poi, però, l’album è stato sommerso dal quotidiano, al punto che la copia fisica dell’album è rimasta lì, ferma e intonsa per un bel pezzo. La magia però è ancora in atto e, nel momento in cui lo si riprende ad ascoltare, “Senjutsu” resta impregnato di un alone magico, difficile da dimenticare. La prova del tempo, quindi, è superata a tutti gli effetti, perchè non capita così spesso che un lavoro susciti le stesse identiche emozioni positive subito dopo la sua uscita e a mesi di distanza. Specie quando si parla di un gruppo importante come i Maiden, non è semplice rimanere obiettivi. Ci sentiamo di dire, però che “Stratego”, “Darkest Hour”, “Death Of The Celts” e compagnia rimangono brani validi, che la prova vocale di Dickinson è eccellente e che la produzione non ha nulla di sbagliato. Non seguite l’esempio di chi scrive, perseverate nei vostri ascolti. (Anna Minguzzi)

A ormai due mesi dall’uscita, “Senjutsu” conferma le mie impressioni dopo i primi, ripetuti ascolti: un disco dal song-writing di livello che poteva puntare molto in alto, ma che purtroppo risente di alcuni difetti non trascurabili. Uno su tutti, e so che qua mi accoderò un po’ al coro, la produzione fiacca e offuscata di Kevin Shirley, che spesso e volentieri non rende giustizia a pezzi che erano potenziali classici. In seconda battuta, dobbiamo ahimè riscontrare una prestazione di Bruce Dickinson non sempre all’altezza, forse per la prima volta in studio. “Stratego” per esempio è un brano straordinario, ma il cantato di Bruce quasi in sottovoce non mi convince proprio.  Detto questo, le grandi canzoni a cui i Maiden ci hanno abituato sono qui ben presenti: la marziale title track, il singolone “The Writing On The Wall” (che dal vivo farà il suo dovere) e le epiche “Darkest Hour” e “Hell On Earth”. “Senjutsu” poteva essere il secondo, inaspettato colpaccio dopo “The Book Of Souls”, lavoro quest’ultimo che reputo eccellente. L’ultimo album degli Iron Maiden si ferma però qualche passo indietro rispetto al suo predecessore. (Matteo Roversi)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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