Header Unit

Speciale Iron Maiden: i 15 brani più lunghi da ogni album

Inutile nasconderlo. Quando abbiamo letto la tracklist del nuovo “The Book Of Souls” a tutti è venuta una mezza sincope. 11 brani per un totale che supera i novanta minuti fanno una lunghezza media impressionante e oggettivamente rischiosa da gestire, con addirittura una punta di 18 minuti che mai la formazione aveva raggiunto nei dischi precedenti.

È pur vero che gli Iron Maiden ci hanno abituato nel corso degli anni a misurarsi con brani di lunghezza anomala per una heavy metal band, ma è altrettanto innegabile che non sempre questa sfida è finita con una netta vittoria della band di Harris.

Se guardiamo al passato quasi ogni album del gruppo contiene infatti almeno una song di lunghezza sopra la media, ma non sempre il risultato è stato all’altezza della grandezza del gruppo.

Abbiamo passato in rassegna il brano più lungo di ognuno dei 15 album degli Iron Maiden. Siete pronti per la carrellata? 

01. Phantom Of The Opera 7:20 – Iron Maiden

Per quanto appartenga ancora all’epoca Di Anno, “Phantom Of The Opera” è un brano che non è stato scalfito neanche in minima parte dai segni del tempo e meriterebbe di essere ripreso di più in sede live. Il suo ritmo selvaggio e soprattutto la sua lunghissima parte strumentale, che si può dividere in due parti con il celebre intermezzo di basso a fare da spartiacque, sono le caratteristiche portanti di un brano ha moltissimo da dire ancora oggi, a più di trent’anni dalla sua uscita. (Anna Minguzzi)

02. Prodigal Son  6:13 – Killers

In questa fase della carriera la band era certamente meno propensa a scrivere canzoni di durata mastodontica e probabilmente “Prodigal Son” è semplicemente venuta fuori con un minutaggio sopra la media a causa della bella introduzione strumentale e per l’approccio più rilassato che collega come forse nessun altro pezzo di quegli anni la band alle proprie influenze primordiali, da ricercare ovviamente nell’hard rock britannico degli anni settanta. Anche per questo la canzone in questione è però una piccola gemma per i veri die-hard fan, capace di un bagliore inalterato a più di trent’anni dalla sua incisione. Peccato solo non abbia mai avuto spazio nelle scalette live della band. (Riccardo Manazza)

03. Hallowed Be Thy Name 7:13 – The Number Of The Beast

“Hallowed Be Thy Name”, posta a chiusura di “The Number Of The Beast”, per molti, compreso il sottoscritto, rappresenta la vetta mai più raggiunta degli Iron Maiden. L’epica cavalcata che si snoda nei suoi 7 minuti, ci racconta le ultime ore di un prigioniero condannato all’impiccagione. Nella sua epicità, il brano ha una vena horror (Hammer-Style) in grado tutt’oggi di far gelare il sangue durante le esibizioni dal vivo della band. Nel suo crescendo, il brano è probabilmente il vero e proprio primo brano dell’era Dickinson, nella sua impostazione drammatica e teatrale. (Tommaso Dainese)

04. To Tame A Land 7:25 – Piece Of Mind
Brano molto ricco per quanto riguarda le dinamiche, con un’introduzione dolce che viene ripresa nel finale, un lungo intermezzo strumentale e un testo serratissimo, che costringe Dickinson a vere e proprie acrobazie di dizione. Il testo è una sintesi della storia del romanzo di fantascienza “Dune”, piuttosto in voga in quel periodo (l’anno successivo uscì anche il film di David Lynch) e proprio “Dune” sarebbe dovuto essere il titolo del brano, poi cambiato a causa dell’ostracismo del romanziere. Nonostante sia un pezzo di grande interesse e con una struttura tutt’altro che banale, è stato dimenticato dai più. (Anna Minguzzi)

05. Rime Of The Ancient Mariner 13:36 – Powerslave

Fino all’uscita del nuovo album, “Rime Of The Ancient Mariner” rimane la suite più lunga pubblicata dai Maiden. Il brano riprende l’omonimo poema di Samuel Taylor Coleridge, con la sezione centrale recitata da Dickinson. E’ senza dubbio uno dei brani più particolari della band, valorizzato nella seconda metà da una sezione strumentale epica ed efficace. Il brano è stato riproposto interamente nel “Somewhere Back In Time Tour” del 2008 dopo essere stato accantonato per più di 20 anni. A dire la verità il brano resta memorabile per la sua struttura e lunghezza, ma probabilmente non rientrerebbe in un ipotetica top 20 degli Iron Maiden. (Tommaso Dainese)

06. Alexander The Great 8:35 – Somewhere In Time

Ormai appare chiaro che i Maiden ci hanno preso gusto a scrivere mini-suite che si misurano con storie letterarie o personaggi epici, e chi più di Alessandro il Grande merita di essere protagonista di uno di questi racconti in musica? Forse il brano non resterà nella storia come uno dei più amati del periodo, ed infatti non viene mai proposto nella scaletta dei concerti, ma la qualità della cavalcata c’è, così come quella del coro e dello stacco centrale simil-progressive. Tant’è che ancora oggi il suo ascolto non lascia insoddisfatti gli appassionati del metal di argomento storico/guerresco. Paradossalmente è una delle canzoni degli anni ottanta che per struttura melodica e sonorità assomiglia di più a quanto scritto dalla band nel periodo post reunion con Dicksinson. (Riccardo Manazza)

07. Seventh Son  Of A Seventh Son 9:54 – Seventh Son Of A Seventh Son

Con la title track dell’album in questo caso Harris e soci toccano uno dei punti più alti nella loro rincorsa al lungo minutaggio. “Seveth Son Of Seventh Son” è infatti una song dal respiro epico e mistico, che rappresenta l’acme drammatico del concept su cui si basa l’album e che nei suoi quasi dieci minuti non mostra mai cali di tensione e fa vivere appieno il ritmo degli eventi. Particolare curioso è che qualcuno, più malizioso degli altri, fa notare la somiglianza del tema iniziale con un brano degli Omen (“Teeth Of The Hydra”). Assonanza non certo esagerata e probabilmente del tutto casuale, ma che per qualche fan meno immerso nell’underground del genere può essere interessante verificare. (Riccardo Manazza)

08. Mother Russia 5:32 – No Prayer For The Dying

Con i suoi cinque minuti e mezzo di durata, “Mother Russia” è il più breve dei brani contenuti nel nostro speciale; questo non gli impedisce di essere un brano relativamente complesso e affascinante. Anche “Mother Russia” ha una struttura circolare, con la parte cantata all’inizio e alla fine del pezzo e la solita parte strumentale piena di dinamiche a metà. Steve Harris, che ne è l’autore, si rivela particolarmente al passo con i tempi (siamo subito dopo la caduta del Muro di Berlino) nel suo invocare la grandiosa maestosità della Madre Russia, che viene invitata ad alzare la testa ora che la sua gente è finalmente libera dall’oppressione (o almeno così si sperava all’epoca). (Anna Minguzzi)

09. Fear Of The Dark  7:17 – Fear Of The Dark

Pezzo da novanta dell’omonimo album, “Fear Of The Dark” è un brano che parla delle paure dell’uomo, di ciò che non conosce. Un incipit melodico con un Bruce narrante, esplode in un brano veloce sostenuto dai riff di chitarra di Gers e Murray, dove “the air raid siren” canta con tono maligno e avvincente. Il grandioso refrain è ancora oggi cantato a squarciagola durante i live della band, la dimensione dove il brano da il meglio di sé. (Andrea Sacchi)

10. Sign Of The Cross 11:17 – The X Factor

Brano all’epoca sottovalutato, “Sign Of The Cross” è invece inquadrabile come una delle canzoni meglio riuscite della breve e controversa epoca Blaze. Pezzo dai toni epici e “dark” liberamente ispirato a “Il Nome Della Rosa” di Umberto Eco, vede gli Iron Maiden adottare un sound cupo, molto heavy e sotto alcuni aspetti inedito. L’utilizzo dei cori monastici dona un alone di mistero e antico che ne rafforza le sensazioni sepolcrali. (Andrea Sacchi)

11. The Angel And The Gambler 9:53 – Virtual XI

Quasi dieci minuti di tortura cinese. “The Angel And The Gambler” resta uno dei brani peggiori composti dalla Vergine di Ferro e la colpa non è tanto di Blaze, che fa quel che può cercando di raggiungere tonalità che non gli appartengono. Concepito come sorta di inno da stadio (che poi è lo spirito che anima un po’ tutto “Virtual XI”), il brano perpetua ad libitum due riff in croce, spezzato da un ritornello che sarà pur ficcante, ma ripetuto allo sfinimento finisce per ledere le soglie della sopportazione. (Andrea Sacchi)

12. Dream Of Mirrors 9:21 – Brave New World

“Dream Of Mirrors” è il classico brano a cui bisogna dare fiducia. Uno dei problemi che affligge numerosi brani dei Maiden dal 2000 in poi è l’eccessivo minutaggio di brani che, se presentati in forma più snella, avrebbero potuto avere una resa spettacolare. “Dream” si apre solo al terzo minuto, con un chorus tanto semplice quanto orecchiabile, notevolmente rock-oriented. Il brano si sviluppa in un crescendo che inizia come mid-tempo e decolla al sesto minuto sorretto dalla ritmica serrata di Harris e McBrain. Eliminati i momenti rarefatti e prolissi iniziali, “Dream Of Mirrors” rimane dopo 15 anni un gran bel brano. (Tommaso Dainese)

13. Dance Of Death 8:37 – Dance Of Death

La title track del tredicesimo album dei Maiden strappa il primato di brano più lungo con pochi secondi di differenza da “Paschendale”. Il testo è opera di Janick Gers, è scritto in prima persona e racconta in modo lineare una storia a metà piena di tematiche occulte e sensazioni da brivido, che sembra rifarsi al finale del film “Il settimo sigillo” (che, indipendentemente da questa ispirazione, è un film di culto e va assolutamente visto). A differenza dei pezzi più datati, la parte strumentale è leggermente più ridotta a favore di un testo molto narrativo che interrompe gli strumenti in più parti. Torna anche in questo caso la struttura circolare, con il caratteristico arpeggio iniziale riproposto uguale alla fine del pezzo e la parte centrale più veloce. (Anna Minguzzi)

14. For The Greater Good Of God 9:24 – A Matter Of Life And Death

In un disco che non brilla certo per immediatezza come “A Matter Of Life And Death” sono più di una le canzoni che superano i sette minuti e oggettivamente la loro coabitazione nella stessa scaletta finisce per creare una certa pesantezza. “For The Greater Good Of God” è invece una song che presa a sé stante non è certo da disdegnare, caratterizzata sia da un buon ritmo che da un ritornello sufficientemente efficace. Forse nove minuti rimangono troppi, ma per il disco in questione il discorso si potrebbe fare per quasi ogni brano. (Riccardo Manazza)

15. When The Wild Wind Blows 10:59 – The Final Frontier

Animato da un’anima folk e totalmente british “When The Wild Wind Blows” è un brano che, come dimostrato su “En Vivo”, funziona egregiamente dal vivo. Perfetta da cantare è infatti la melodia quasi da cantastorie che porta avanti tutta la prima parte, per poi aprirsi a passaggi musicali di facile assimilazione e al solito giro da coro in duetto con il pubblico. Su disco ci permettiamo invece di dire che il brano risulta ancora una volta troppo lungo e con una seconda parte a tratti davvero noiosa. Troppo per conquistarsi più di qualche ascolto. Sicuramente “The Final Frontier” ha song in scaletta che meritano maggiore attenzione. (Riccardo Manazza)

Online anche la nostra playlist con i 15 brani, da “Phantom Of The Opera” a “Where The Wild Wind Blows“. Disponibile a questo link (http://spoti.fi/1MPywG8) o tramite il player di seguito.

11 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Stefano

    A me invece pare che “When the Wild Wind Blows” sia l’unica canzone bella di “The Final Frontier” e l’unica che regga il confronto con il passato. Tutto il resto di quel disco è noia o peggio

    Reply
  2. Giovanni

    D’accordo su praticamente tutto, ma Rime of the ancient mariner é una delle mie preferite in assoluto. Dal live after death rompe i culi.

    Reply
  3. andrea

    The rime entra nella top 5 per quanto mi riguarda!

    Reply
  4. Ciro

    Rime di sicuro nella top 5…..

    Reply
  5. dede4metal

    Link diretto per spotify? Ho disinstallato flash….

    Reply
    • Tommaso Dainese

      Ciao Dede, c’è il link o l’embed. Altrimenti su Spotify puoi cercare il nostro profilo (metallus.it) e troverai tutte le playlist

      Reply (in reply to dede4metal)
  6. Mark HUGE

    Peccato che da bnw in poi la noia regna sovrana ed ho poche speranze per l’ultimo , non è facile scrivere sempre canzoni epocali , subentra l’incapacità di scriverne , l’età e il mestiere ma spero di essere smentito all’uscita del nuovo album!!!!!

    Reply
  7. Simone

    Personalmente amo molto Rime e pure Seventh… Dall’88 pochi pezzi all’altezza dei primi album, sia di lunga durata che brevi… Mio parere naturalmente

    Reply
  8. andrea

    purtroppo come tanti altri grandi gruppi anche loro son finiti da un pezzo….manca il ricambio generazionale e loro tengono su tutta la baracca, se pensiamo che si aspetta la reunion dei guns…raga non siamo mica nel 1987…

    Reply
  9. stefano

    Ma se i Maiden non vi piacciono più perché li seguite ancora ??

    Reply
  10. Valerio

    Plauso alla citazione di ‘Prodigal son’, uno dei pezzi più atipici e allo stesso tempo efficaci di tutta la discografia dei Maiden.

    Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login