Speciale Deftones: i primi 20 anni di “White Pony”

Vi ricordate l’arrivo del fatidico 2000?
Quante cose sarebbero dovute succedere nell’anno del millenium bug, tra previsioni catastrofiche e speranze di rinnovamento.
Nello stesso anno, precisamente il 20 Giugno, quando ormai era chiaro a tutti che bene o male il panorama mondiale non sarebbe stato sconvolto da chissà quale ecatombe (per quello avremmo dovuto aspettare il 2020), i Deftones pubblicavano “White Pony”.

Per celebrare il 20esimo anniversario di questo disco seminale del genere nu metal (etichetta ovviamente troppo riduttiva per l’album), che ha in parte sconvolto gli equilibri del panorama musicale dell’epoca e molto più che in parte la carriera dei Deftones, il frontman Chino Moreno, il batterista Abe Cunningham e il tastierista Frank Delgado hanno partecipato ad una conferenza stampa via zoom per rispondere alle domande dei giornalisti di ogni parte del globo.

Eravamo presenti anche noi e abbiamo raccolto per voi le curiosità più interessanti sui passaggi salienti del disco e della sua genesi, oltre a qualche succulenta anticipazione sulle celebrazioni previste per questo importante traguardo.

A 20 anni di distanza dall’uscita, cosa unisce ancora “White Pony” al pubblico di tutto il mondo, indipendentemente che si tratti di fan del metal o meno?

“Ottima domanda – risponde Abe – sono certo che per ogni persona sia diverso. Il disco attraversa una sorta di viaggio, ma non ci pensi quando lo ascolti per la prima volta, è uno di quegli album che ti danno di più man mano che li vivi.”
Chino ricorda come all’epoca la band fosse al massimo della forma: “avevamo due album alle spalle ed eravamo stati in giro per il mondo, ma all’epoca le cose stavano cambiando, c’erano molte possibilità. Credo che comporre quell’album, metterci alla prova in quel modo, è uno dei motivi per cui siamo ancora qui oggi. Era diverso da tutto, ma è stato importante.”
“Concordo – conclude Frank – il pubblico riconosce che si trattava di cinque ragazzi che credevano in se stessi ed erano pronti a cogliere un’opportunità, considerano quello che stava succedendo nel mondo della musica. Per questo tutt’ora siamo così legati a quel disco e come noi molte altre persone.”

Cosa racconta “White Pony” dei Deftones del 2000?

Chino non ha dubbi nel dire che si è trattato di un periodo piuttosto selvaggio per la band: “avevo qualcosa come 26 anni, ero giovane e pieno di vita. E il disco rispecchia quel periodo…eravamo parecchio scatenati. Durante le registrazioni abbiamo vissuto insieme: passavamo metà del tempo a lavorare a Sausalito, proprio vicino al Golden Gate Bridge di San Francisco. Vivevamo in delle case galleggianti attraccate lì, io con Abe e Frank con Stephen.”

Com’è stato lavorare con Maynard James Keenan?

Chino non può fare a meno di lasciarsi andare ai ricordi e racconta di come la collaborazione sia nata in maniera molto spontanea: “è entrato in studio e stavamo lavorando all’incipit di Digital Bath. Ricordo che era lì con noi e ogni tanto interveniva con qualche consiglio, per me è stato coinvolto nel disco in uno stadio molto precoce, semplicemente con la sua presenza. Poi, mentre stavamo registrando a Sausalito, ricordo che gli A Perfect Circle erano a Toronto per uno show e subito dopo l’ho accompagnato in macchina da Sacramento a San Francisco perché avevano un altro concerto il giorno dopo, e la polizia ci ha fermati per eccesso di velocità, è stato piuttosto folle!
Passenger è stato uno degli ultimi pezzi che abbiamo scritto e ancora non avevo nessuna idea su quel brano: ho chiesto a Maynard se voleva passare dallo studio, a quel punto eravamo a Los Angeles, ci siamo seduti lì e l’abbiamo scritto, verso per verso, in circa due ore. Alla fine l’abbiamo riascoltato e siamo rimasti stupiti, perché il risultato non è stato come lo avevamo previsto; è stato uno strano modo di collaborare con qualcuno di questo calibro.
Poi una volta Maynard è arrivato in studio di registrazione con delle ciotole tibetane e dello champagne, mentre nella sala accanto si stavano tenendo le audizioni per il chitarrista dei Foo Fighters. Quindi c’era una coda di circa 100 persone che volevano entrare nei Foo Fighters e nella stanza accanto noi con Maynard, delle ciotole tibetane e dello champagne. Fantastico.”

Quale brano di “White Pony” vi ha fatto capire che il disco aveva un’energia speciale?

Frank non ha dubbi nel citare Change: “Tutto è successo in maniera molto spontanea; alcune canzoni hanno bisogno di più tempo per mostrare il loro potenziale, ma non è stato questo il caso. Sapevamo di avere per le mani qualcosa di speciale.”

Come celebrerete questo 20esimo anniversario dell’album?

Dopo aver citato, nell’ordine, abbondante champagne e la prossima festa di compleanno di Chino, la band rivela di essere al lavoro su una riedizione del disco e su una versione remixata dal titolo Black Stallion.
“Posso dire solo questo – aggiunge Chino – ma abbiamo vari remix e persone coinvolte, incluso qualcuno che ha ispirato una parte della stesura dell’album. Quindi è un cerchio che si chiude. Ancora prima di iniziare a registrare White Pony, avevamo già l’idea di remixarlo: ci abbiamo scherzato su per tanto tempo e ora sta effettivamente prendendo vita.”
“La cosa folle di White Pony – aggiunge Frank – è che avevamo già l’idea per il logo e abbiamo iniziato a portarlo in tour ancor prima di scrivere una singola nota. Parlavamo di quanto sarebbe stato figo, così tanto che Shadow lo avrebbe remixato e dicevamo che lo avremmo intitolato Black Stallion.
Un giorno Shadow stava suonando in città e allora io e Chino lo abbiamo avvicinato e gli abbiamo detto che eravamo i Deftones e volevamo che remixasse il nostro disco. e lui “Deftones? Fate mica ska?” Gli abbiamo risposto di no e ci ha chiesto di mandargli l’album, probabilmente per liberarsi di noi, e allora gli abbiamo risposto che non l’avevamo ancora nemmeno scritto! E la cosa folle è che adesso è davvero coinvolto nel remix. Incredibile come questo disco fosse nella nostra testa prima che iniziassimo a lavorarci.”

Dopo l’uscita di “White Pony”, avete mai sentito la pressione del confronto con le vostre uscite discografiche successive?

“Direi di sì – risponde Chino – Quando abbiamo registrato il disco, abbiamo fatto quello che volevamo, ci siamo presi i nostri rischi, spesso anche solo per capire se le cose potevano funzionare e molte hanno effettivamente funzionato. Questo magari ci ha creato un po’ di false aspettative sul fatto di poter fare qualunque cosa volevamo, e che dopo White Pony tutto sarebbe andato bene. Ma non va sempre così e abbiamo dovuto impararlo anche a nostre spese. Siamo stati noi stessi a metterci pressione addosso, non solo la casa discografica. Dopo il successo di White Pony, la label si aspettava anche un ritorno radiofonico, era come se avessero bisogno di quello per essere contenti di noi e questo toglie un po’ di divertimento al processo creativo, perché inizi a pensare a cose che non c’entrano con la musica.
Ci siamo passati, ma ora siamo andati oltre e non partiamo più da preconcetti su come debbano essere i pezzi. L’importante è che ci piacciano.”

Quali sarebbero stati i vostri piani per i festeggiamenti di questo ventennale, se il Covid-19 non si fosse messo di mezzo?

Chino rivela che la band avrebbe probabilmente pensato a qualche show speciale per l’anniversario di White Pony: “quando è iniziato il lockdown, eravamo pronti a partire per l’Australia ed eravamo molto contenti della setlist, sarebbe stata un mix di brani vecchi e nuovi, ma con qualcosa che non suonavamo dal vivo da un po’ di tempo. Però non sarei contrario all’idea di eseguire tutto White Pony dal vivo: certo, sarebbe stato il momento perfetto anche per via dell’anniversario, ma è anche difficile perché abbiamo molti album all’attivo e vogliamo sempre prendere qualcosa da ognuno, per rendere lo show più dinamico. Quindi insomma, vedremo cosa succederà in futuro!”

Nel 2000 si iniziava anche a parlare di uscite pirata. Siete stati coinvolti in qualcosa di simile con “White Pony”?

“Mi ricordo – dice Frank – che questo è stato il nostro primo disco che è circolato prima della release. Non sapevamo nemmeno cosa significasse la parola leak! Ma all’epoca c’era una rivoluzione in atto nell’industria musicale e all’improvviso tutti sono diventati ossessionati dalla sicurezza digitale. C’erano watermarks da tutte le parti, ma hey, era l’era di Napster.”
Poi Chino rievoca un altro must dei primi anni 2000, le chat rooms in cui i fan si scambiavano opinioni sulla loro musica preferita. “Oggi il disco è amato da molti, ma ricordo che all’inizio i fan erano perplessi, anche perché arrivava dopo Around the Fur, che è molto più aggressivo. Ricordo che entravo nelle chat rooms e dovevo uscirne subito perché i commenti delle persone mi facevano venire da piangere.”

Cosa ha significato ricevere un Grammy Award per il brano “Elite”?

“Fantastico. – ricorda Frank – Sono cresciuto guardando i Grammy con mia madre; ci hanno invitati, ci hanno nominati. Incredibile! Non pensavamo di vincere, eravamo solo contenti di essere lì. E alla fine ci hanno chiamati e non potevamo crederci! Abbiamo dovuto superare le gradinate mentre la security ci guardava e ci abbiamo messo un sacco ad arrivare sul palco. Ma ancora adesso il premio è lì, in casa su una mensola, un po’ polveroso a dire il vero, ma per un gruppo di ragazzi di Sacramento che volevano solo fare musica è un riconoscimento veramente figo.”

Ci sono stati dei pezzi che non sono rientrati nella versione finale di “White Pony”?

“Non tanti. – conferma Chino – Di solito non scriviamo troppi brani per un album, sappiamo esattamente quanto e cosa scrivere. Può capitare che ci siano delle tracce extra, ma sono rare.”

Quale significato ha ancora questo disco per i Deftones, a 20 anni di distanza, da un punto di vista musicale ed emotivo?

Abe interviene con convinzione: “ci ha insegnato a credere in noi stessi. L’intero disco è stato molto sperimentale, basato sul prendersi dei rischi, e ancora oggi questa è la nostra filosofia. Si tratta di spingersi sempre oltre. E credo che da White Pony in poi non ci siamo più fermati.”

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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