Speciale – Deep Purple: Le 10 migliori esibizioni in Italia

Partono oggi da Padova le nuove date italiane dei Deep Purple, un avvenimento che si ripete ormai quasi conDeep Purple cadenza annuale, ma che è ancora capace di attirare un grandissimo numero di fan di generazioni diverse. Con l’occasione, abbiamo cercato di ricostruire un percorso a tappe lungo tutti i numerosi passaggi  che i Purple hanno compiuto nel nostro Paese. Ad esempio, sapevate che Ian Gillan e soci sono passati in Italia per la prima volta nel 1971? Noi della redazione, per ovvi motivi anagrafici, non eravamo presenti in quell’occasione nè, purtroppo, in molte altre. Per la ricostruzione di quelle che sono state le dieci esibizioni più intense e significative dei Purple in Italia dal 1971 ad oggi, quindi, ci siamo avvalsi della collaborazione di alcuni esterni, che si sono prestati gentilmente a condividere i loro ricordi di quelle serate. Un ringraziamento doveroso quindi al padovano Maurizio Boldrin e ai veronesi Carlo Scardovelli e Daniele Zago per la loro disponibilità e il loro indispensabile contributo. Il web ha fornito anche le registrazioni amatoriali di alcuni di questi concerti, un’altra testimonianza diretta della grandissima forza live che i Deep Purple hanno sempre avuto e continuano ad avere.

27/05/1971, Paladozza, Bologna

Avevamo saputo del concerto tramite qualche rivista, credo tramite Ciao Amici o Ciao 2001, che all’epoca era il modo più semplice per informarsi sulle date dei concerti (allo stesso modo, nel 1965, ero andato a Roma per vedere i Beatles). Non mi pare che ci fosse moltissima gente all’interno del Palasport di Bologna, e mi pare che di spalla ai Deep Purple ci fosse la PFM, ma non ne sono sicuro; mi ricordo invece che, quando andai a Bologna sempre in quegli anni per vedere gli Who, di spalla c’era Lucio Dalla! All’epoca suonavo (e suono tuttora) la batteria,  in un periodo immediatamente successivo al beat; il fatto di vederci davanti questa band, di cui sapevamo poco e niente, con questa potenza mai vista prima, è stato incredibile. Per me, che sono batterista, vedere Ian Paice, che era di una potenza inaudita, era veramente micidiale, Ian Gillan che a quei tempi aveva una voce da buttare giù i muri, Blackmore e Jon Lord erano nel loro periodo migliore ed avevano un modo di suonare che non avevamo mai visto prima; tutta la band era anni luce avanti. Ricordo Blackmore che si alzava in punta di piedi, la batteria mancina dii Ian Paice, che per l’epoca era una cosa particolare, Jon Lord, uno spettacolo anche da vedere. Anche se non conoscevamo tutti i brani, il fatto di trovarceli lì davanti ci ha fatto un certo effetto.   (Maurizio Boldrin)

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11/03/1973, Palazzo dello Sport, Genova

Il concerto iniziò durante le ore del tramonto e l’atmosfera gia da sola era molto nel mood di quegli anni; oltre al concerto c’è da dire che si viveva una stagione piu’ essenziale, senza telefonini per fortuna, ma con molta piu’ voglia di vivere quel presente per cui la musica, l’evento e gli ideali di quel tempo erano una cosa indissolubile.  In poche parole l’energia era tanta, fluida e con molta partecipazione da parte di tutti. Il concerto di per se’ era un muro di suono, la forza che ti entrava come un pugno nello stomaco, l’energia che ti faceva entrare nei bassi e nella batteria e tutto il resto che ti trascinava. Non potevi fare altro che entrare nella corrente e lasciarti andare. Avevamo ascoltato “Made In Japan” fino ad impararlo a memoria ed ora eravamo li e lo suonavano per noi, individualmente, il concerto era per ognuno di noi, quindi l’onda coinvolgeva tutti. “Higway Star” ci ha tramortiti e a fine concerto ancora ci hnno rimbombato i timpani per molto tempo. Ricordo bene anche la loro presenza, gli atteggiamenti, come si muovevano, quell’aria “english”. Per noi ragazzi di quel tempo erano icone da imitare nelle movenze e nei vocalizzi. Chi non cantò “Child In Time” e faticò per le note alte? Ero lì ed e’ stata una pagina importante (Carlo Scardovelli)

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7/09/1987, Arena di Verona

deep purple monsters of rockIl tour italiano del 1987, aveva avuto per i fan della band, più di un significato importante: era il primo del post-reunion (nel reunion tour di Perfect Strangers il nostro Paese non era stato incluso) ed era dal 1973 che i Deep Purple non si facevano vedere in Italia. Occasione quindi del tutto imperdiblie per chi una reunion e la possibilità di vederli dal vivo le aveva solo sognate. Quella di Verona era poi l’ultima data del tour mondiale (seguiva le due date milanesi dell’1 e del 2 settembre e quella romana del 6), e la straordinaria cornice dell’Arena, già sede, oltre che della stagione lirica, di altri gloriosi concerti Rock, dava all’evento un valore aggiunto, che aveva riempito ogni anfratto dell’anfiteatro di Rockers pronti a scatenarsi con la leggenda dell’Hard Rock.

Venendo alla musica, dopo una buonissima apertura affidata ai danesi Pretty Maids, all’ora stabilita il rullante di Ian Paice introduceva “Highway Star”, e da lì in poi il grande muro sonoro condito dagli usuali, leggendari virtuosismi, con scambi di assoli fra Blackmore e Lord, prendeva corpo e conquistava il numerosissimo pubblico presente. Pur probabilmente stanca dopo un impegnativo tour mondiale che qui si concludeva, la band non si risparmiava, alternando classi ci senza tempo (“Strange Kind of Woman”, “Lazy”, “Child in Time”, la riproposizione di “Difficult To Cure”…) al repertorio dell’allora nuovo corso (“Dead or Alive”, “Perfect Strangers”, “Bad Attitude”…) fra l’entusiasmo del pubblico, che riviveva un pezzo di storia del rock al tempo relativamente recente, ma già entrato nel mito. Il finale, con una band visibilmente entusiasta della cornice in cui si svolgeva il concerto e dalla risposta clamorosa del pubblico, era stato un tripudio nel quale, alla fine della conclusiva “Smoke on the Water”, un raggiante Ian Gillan regalava le sue congas al pubblico, promettendo che sarebbero tornati. La qual cosa accadrà molti anni dopo, e con sconvolgimenti non indifferenti per la band, ma questa è un’altra storia (Daniele Zago).

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26/09/1993 Palatrussardi, Milano

deep purple milanoLa nascita di “The Battle Rages On“, ultimo disco con Blackmore alla chitarra, è stata uno dei tipici esempi delle tensioni fra il chitarrista in nero e Ian Gillan, da poco rientrato nella band per cantare su di un disco pensato per Joe Lynn Turner, ma che nonostante ciò rappresenta un più che degno epitaffio della gloriosa MkII. Il tour che ne è conseguito vedrà il perpetrarsi delle tensioni fra i due grandi musicisti, producendo prestazioni live altalenanti e a tratti discutibili (documentate in negativo sul live “Come Hell or High Water”), ma in alcuni momenti di assoluta eccellenza, come conviene a musicisti di questa caratura. La data milanese, per fortuna, è appartenuta ad uno dei momenti felici del tour. Con una band che si potrebbe definire di “separati in casa”, in cui i due leader neppure on stage si guardavano in faccia, e gli altri che svolgevano egregiamente il loro compito di tenere musicalmente compatte le prestazioni live, quel concerto si potrebbe ricordare come uno dei casi in cui le tensioni vengono, una volta tanto, risolte in modo positivo e creativo, fornendo dunque una prestazione degna della leggenda che rappresentavano. Con una scaletta che segnava qualche novità rispetto a tour precedenti, come il recupero dell’insolita “Anyone’s Daughter”, assieme ovviamente all’esecuzione di brani del nuovo disco, il concerto è stato segnato da una continua tensione emotiva, in una sorta di competizione risolta, per fortuna di chi assisteva, in una prestazione di assoluta eccellenza da parte di tutti, culminata, a parere di chi scrive, in una clamorosa versione di “Speed King” come primo bis. Grande concerto quindi, che però, calato il sipario, aveva lasciato la sensazione che in qualche modo un ciclo si sarebbe chiuso, e che i Deep Purple del futuro non sarebbero stati più la stessa cosa. E infatti… (Daniele Zago)

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21/06/1994, Pista di Speedway – Lonigo (VI)

deep purple con satrianiLe gravi tensioni in seno alla band, culminate col tour di “The Battle Rages On”, ed esplose in modo irreversibile, avevano avuto come drastica soluzione l’abbandono di Ritchie Blackmore, assoluto genio, ma anche di una sregolatezza che avrebbe portato di certo il gruppo all’autodistruzione, se avesse continuato col Man in Black. Però, essendo avvenuto questo abbandono in pieno tour, ed avendo i nostri da concluderlo in qualche modo, avevano optato per sostituire il leggendario chitarrista, onorando così gli impegni contrattuali coi promoter, ed il prescelto era stato un nome di assoluta eccellenza, Joe Satriani. La data di Lonigo quindi aveva segnato un deciso cambio di passo, sia ovviamente nel sound, che nelle dinamiche interne della band. In effetti, liberatisi del loro geniale despota, i Deep Purple si erano presentati rilassati, rinfrescati sia nella scaletta, con recuperi di brani quasi dimenticati (“Maybe I’m a Leo”, “Fireball”, “Pictures of Home”, la sostituzione di “Child in Time” con “When a Blind Man Cries”), e con una rinnovata intesa fra i membri storici, molto più liberi di esprimersi e di spaziare, con addirittura assoli di basso da parte di un ritrovato Roger Glover, un Gillan più a suo agio col repertorio proposto (in cui ovviamente i mega classici non potevano mancare), un Jon Lord fortemente padrone della situazione. Ma ovviamente il ruolo più difficile e sotto osservazione l’aveva avuto Satriani, nel misurarsi con un predecessore ed un repertorio di tale portata. E da grandissimo chitarrista quale è ha fatto un concerto eccellente, rispettoso del repertorio e dello spirito della band, ma senza rinunciare al suo stile, com’è giusto che sia. Gli altri lo hanno omaggiato con l’inserimento in scaletta della sua “Satch Boogie”, perfettamente coadiuvata da Paice e Glover, ma in generale, per quella fine tour, si era respirata aria nuova nella casa porpora. Quella di Satriani non sarebbe stata la soluzione definitiva, ma avrebbe indicato una strada (Daniele Zago).

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9/6/1996 Palaresia, Bolzano

deep purple bolzanoIl nuovo corso dei Deep Purple, dopo l’abbandono di Blackmore e la parentesi di Satriani, è impersonificato nel super virtuoso chitarrista americano Steve Morse, già leader dei Dixie Dregs. Pur nella lontananza stilistica dalla band inglese, che fa tutt’ora discutere i fan, Morse è a tutt’oggi il chitarrista che nei Deep Purple ha passato (e sta passando) più anni di tutti gli altri. Il disco del nuovo corso è quel “Purpendicular” che da alcuni viene esaltato come un’autentica ventata di freschezza, da altri come un lavoro interlocutorio. Di certo un grande cambiamento, anche in sede live, palesatosi nel tour italiano del ’96. Dopo un’apertura affidata ai padroni di casa Skanners, i nostri hanno fatto un concerto sicuramente non usuale per chi era abituato a sentirli col marchio di fabbrica di Blackmore. La libertà già riscontrata con l’episodio Satriani, era certamente palpabile anche col nuovo chitarrista, solo che a differenza di Satch, lui era entrato come titolare, ruolo che ovviamente svolge tutt’ora egregiamente. Di conseguenza, il fatto di riprodurre maggiormente il suo stile, citando Blackmore solo nei passaggi “obbligati”, era ovvio e giusto, anche se probabilmente, in questa fase del percorso artistic porpora, l’integrazione non era ancora completa. Infatti la sensazione era stata di un momento un po’ transitorio, in cui il gruppo si doveva assestare. Intendiamoci, cose pregevoli erano certamente uscite, come gli scambi di assoli fra Morse e Lord, un Gillan più che mai a suo agio col nuovo repertorio, di un disco più “suo” che mai. Ma le cose migliori in sede live sarebbero arrivate un po’ più tardi, con la completa integrazione del biondo chitarrista nella sua “nuova” band (Daniele Zago).

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13/06/1998 – Monsters of Rock, Palastampa Torino

deep purple monsters of rock 2Nel 1998 i Deep Purple avevano pubblicato di recente “Abandon”, secondo episodio dell’era Morse, ed ovviamente il tour di presentazione era una conseguenza. L’occasione per vederli quell’anno era stato il redivivo Monsters of Rock, oraganizzato al Palastampa di Torino. I nostri avrebbero dovuto suonare in scaletta prima degli headliner Van Halen, ma un incidente all’ultimo momento ad Alex Van Halen, aveva fatto saltare la loro partecipazione, passando così ai Deep Purple il ruolo di gruppo finale.

La giornata aveva visto una bella carrellata di band: Drakkar, Primal Fear, Hammerfall, dei super energetici Overkill, dei Saxon in gran spolvero, la proposizione, all’interno del festival, del G3, con un Uli Jon Roth commovente, un Michael Schenker decisamente imbolsito, ed un Joe Satriani ineccepiblie, ma noioso. Poi era la volta dei Dream Theater, con un concerto dei loro, tecnicamente incredibile, tanto suono, scaletta ineccepibile, un gran concerto, insomma, e molti fra i presenti erano lì per loro, band al tempo giovane e nel loro momento di gran fulgore. Ce l’avrebbero fatta i nostri eroi, davanti a tanta magniloquenza, a meritarsi il ruolo di headliner, o avrebbero fatto la figura di vecchie glorie un po’ decadute, che erano in quella posizione solo in virtù del loro nome? Se qualcuno avesse avuto dubbi a riguardo, è bastata la rullata introduttiva di “Hush” (pezzo usato come apertura) da parte di Ian Paice a fugare qualsiasi eventuale perplessità. Il concerto è stato clamoroso, con energia, dinamiche, momenti di virtuosismo mai fine a sé stesso, con gli scambi solisti fra un oramai perfettamente inserito Steve Morse ed un immenso Jon Lord, con Gillan nel suo ruolo di istrione dalla gran voce a condurre le danze. Il solito impatto sonoro devastante unito a tutti i colori che forse solo la band nate nel loro periodo riescono ad esprimere compiutamente, hanno fatto sì che il concerto fosse uno di quelli memorabili. Il tutto davanti ad una platea di tutte le età, ammirata ed esaltata. A riguardo il commento più significativo colto nel post concerto, è stato quello di un ragazzo molto giovane che ha detto: “Io ero venuto per i Dream Theater, ma i Deep Purple…” (Daniele Zago).

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23/10/2000 Filaforum, Milano

deep purple con orchestraL’anno precedente, il 1999 era stato il trentesimo anniversario del mitico “Concerto For Group And Orchestra“, composto da Jon Lord, ed era stato celebrato con un concerto alla Royal Albert Hall di Londra, da cui era stato tratto un CD. La commemorazione dell’evento era poi continuata in giro per il mondo, con tanto di orchestra a seguito, e con tappa italiana a Milano, in un Filaforum stracolmo.

L’evento era strutturato in modo che i membri della band avesse il loro momento solista, una parte di repertorio di vecchi e nuovi classici, per poi passare al Concerto ed alla fine altri classici suonati dalla band con orchestra ed ospiti vari.

L’apertura era affidata a “Pictured Whithin”, da un lavoro solista di Jon Lord, per poi passare a degli estratti da “Butterfly Ball” di Roger Glover (le splendide “Sittin in a Dream” e “Love is All”), con nientemeno che Ronnie James Dio alla voce, come in origine sul disco. Dal canto suo Ronnie aveva eseguito un paio di suoi brani (“Fever Dreams” e “Rainbow in the Dark”) coi Deep Purple come backing band. Avanti poi con la carrellata di brani suonati assieme alla Romanian Philarmonic Orchestra, con una ottima integrazione fra il gruppo Rock e l’orchestra classica, che ha colorito il tutto di un’atmosfera bella ed inusuale. Da segnalare che, come sua parte solista, Morse aveva usato un brano composto per il tour, “The Well-Dressed Guitar”, riproposto poi spesso in tour successivi Il piatto forte, ovviamente, è stata la riproposizione del primo e del terzo movimento del Concerto originale del 1969, un momento solenne e straordinario di grande musica al di là di barriere di genere. La ripresa coi classici era stata affidata a “Perfect Strangers” e il classico dei classici “Smoke on the Water”, con Dio ospite alla voce, e con l’abbraccio finale fra lui, fisicamente minuto, ed il corpulento Ian Gillan, in cui Ronnie era momentaneamente sparito dalla vista degli spettatori. I tionfali bis con “Black Night” ed “Highway Star” hanno concluso una di quelle serate da ricordare, in cui il Rock aveva dimostrato di non essere secondo a nessun altro genere musicale. Ed ha segnato l’addio di Jon Lord alla band, con questo suo ultimo progetto a cui si era dedicato nell’ultimo periodo in porpora (Daniele Zago).

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30/08/2009 Milano I-Day Urban Festival, Area Concerti Fiera Rho

deep purple no oasis

L’edizione milanese dell’I-Day del 2009 era, come da tradizione di questa manifestazione, un’ampia rassegna della musica Indie internazionale, che vedeva band quali Twisted Wheels, Kasabian, Kooks ed altri nomi affini. Headliner della giornata dovevano essere gli Oasis. Ma com’è noto i fratelli Gallagher sono sempre stati, per usare un eufemismo, piuttosto litigiosi. E poco prima del festival, hanno ben deciso di sciogliersi. Ora, qual’è la scelta più logica per sostituire una band Indie Pop di enorme fama, in un festival dedicato al genere in questione? Ma i Deep Purple, no? Che col festival in questione c’entravano come i celebri cavoli a merenda, e forse anche meno. Fatto sta che, con somma gioia dei rocker e con legittimo scazzo dei ragazzotti alternativi, i nostri vecchiacci preferiti, all’ultimo momento, sono stati chiamati per la più improbabile delle sostituzioni. Il saperlo il giorno stesso e il correre a Milano (per fortuna era possibile farlo) per assistere al concerto era stata una decisione fulminea e decisamente redditizia. Per i biglietti nessun problema, una moltitudine di fan degli Oasis comprensibilmente delusi, li vendevano fuori dal concerto a pochi soldi, per cui… Quindi, dopo aver percepito che c’era qualche gruppo prima di loro (i Kasabian e i Kooks, probabilmente), ecco salire sul palco nientemeno che i Deep Purple. Che dal canto loro hanno fatto un concerto, eccezzionale, come dev’essere un loro concerto. Ottima scaletta, con la sorpresa d’una “Wring That Neck” da brividi, dove Morse ed Airey si scambiavano assoli straordinari, e la loro attitudine generale di riuscire a reinventarsi i brani ad ogni concerto, con dettagli che non sono mai quelli da una data all’altra, che fanno vivere i loro live come qualcosa di unico ed irripetibile. E poi l’impatto sonoro, le dinamiche, il saper stare sul palco divertendosi, l’ironia con cui a 60 anni suonati si può approcciare un concerto, roba che i fratelli Gallagher non si sognano neppure per un attimo… Una band con una gran voglia di suonare, divertirsi e trasmettere questo spirito al pubblico. Già, il pubblico. Un po’ di ragazzine erano andate via durante il live, ma quello era scontato. La cosa sorprendente però è stata la grandissima partecipazione, con un sacco di gente che ha seguito entusiasta il concerto. Ragazzi mediamente giovani, magari un po’ prevenuti visto il genere ben diverso proposto rispetto alla scaletta di band precedente, e visto chi andavano a sostituire, erano restati numerosissimi e veramente entusiasti. Per chi ha avuto l’intelligenza e l’apertura mentale di ascoltare, nonostante la comprensibile delusione ha assistito, forse per la prima volta in vita sua, ad un vero concerto del rock più classico per come va fatto e la risposta è stata di quelle che un vecchio fan non si aspetterebbe: letteralmente entusiasta. Quando c’è grande musica le barriere dei generi evidentemente cadono, o perlomeno quella sera è stato così. E paradossalmente, una situazione così insolita per i Deep Purple ha aperto a loro l’opportunità di far vedere di che pasta sono fatti ad un pubblico non loro, che per contro, ha avuto l’opportunità di scoprire che il classic rock non è certo roba ammuffita da dinosauri, ma la migliore espressione di un genere musicale. Grande serata, inaspettatamente grande (Daniele Zago).

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Arena di Verona, 18/07/2011

deep purple 2011

L’Arena di Verona è un posto magico, una delle più suggestive location al mondo per un concerto: lo hanno detto in tanti, recentemente i Kiss, e il discorso vale senz’altro anche per il memorabile appuntamento che ho avuto la fortuna di vivere in prima persona con la musica dei Deep Purple. Ricordo un’atmosfera di attesa e di festa mentre prendevamo posto con largo anticipo in platea. Ricordo la preoccupazione che il vento che soffiava – nel BluRay, uscito nel 2014, si può notare di riflesso sullo svolazzare della chioma di Steve Morse – avrebbe in qualche maniera peggiorato l’acustica, anche se poi non sarebbe stato così. E come potrebbe esserlo, in quel luogo? Ad aggiungere fascino ed unicità, l’accompagnamento della German Neue Philarmonic Orchestra. Una scaletta con più di qualche sorpresa dal passato recente della band, rappresentato plasticamente dall’eclettico Steve Morse, e al tempo stesso la forza della tradizione, rappresentata dalla magniloquenza dell’orchestra – e non è un caso che proprio i Deep Purple per primi abbiano creduto con convinzione alla possibilità ed all’efficacia del connubio tra l’energia dei musicisti e degli strumenti tipici dell’hard rock e l’elegante solennità dell’orchestra nella sua interezza. C’è voluto qualche pezzo per carburare, quella sera del 18 luglio 2011: ci guardavamo con qualche perplessità dopo un inizio sì suggestivo, ma che ci presentava un amalgama non riuscitissimo tra band e orchestra, pur in brani di per sé entusiasmanti come “Highway Star” e “Strange Kind Of Woman”. Ma la magia è scoppiata in maniera sorprendente con “Rapture Of The Deep”, e da lì in poi non si è più fermata. Tra gli highlight della serata, una struggente interpretazione di Gillan “When A Blind Man Cries” e la scatenata “Lazy”, mentre “Knocking At Your Back Door” e “Perfect Strangers” sembravano fatte apposta per essere eseguite assieme all’orchestra. Ma ancor di più, di quella performance rimangono in testa gli assoli da brividi di Steve Morse e Don Airey, quest’ultimo anche furbo ad inserire richiami di opera, e soprattutto l’headbanging dei membri dell’orchestra mentre eseguivano le note di “Smoke On The Water”! (Giovanni Barbo)

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anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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