Speciale Aerosmith: “Pump” – 30th Anniversary track by track

Perno centrale della “Trilogia della Rinascita” per i “vecchi” rockers Aerosmith, arrivati dagli anni settanta pieni di rancori e cicatrici, “Pump” ne rappresenta la perla più preziosa e pura, manifesto totale e globale di cosa si intenda per “Hard Rock’n Roll”. Un disco potente ma anche splendidamente sensuale e immediato, prodotto dal genio del compianto canadeseBruce Fairbairn, nato con un necessario proposito di tranquillità da parte della formazione. La band si recò, infatti, a Cohasset, nel Massachussetts, per ritrovare quella serenità che era stata compromessa dal successo e dalla vita in tour e per dare un degno erede a quel “Permanent Vacation” che aveva restituito gli Aerosmith alla parte alta delle classifiche americane e mondiali, dopo il passo falso di “Done With Mirrors” del 1985.

Dopo aver realizzato 19 canzoni, i membri della band decisero di dividerle in A-List e B-List, facendo chiaramente riferimento a quali fossero già pronte per la pubblicazione o possibili successi e brani da perfezionare o scartare. Per questo motivo, molte delle composizioni proposte dell’album, come Girl’s Got SomethingIs Anybody Out ThereGuilty KiltRubber BanditSniffin e Sedona Sunrise, non furono pubblicate ma diverse di loro saranno riutilizzate con titoli o arrangiamenti diversi negli anni successivi.

La band si sofferma quindi su dieci perle preziose (più qualche intro strumentale) che esplorano tutto il vocabolario musicale del gruppo, attualizzando il loro sound per l’epoca ma non dimenticando i seventies, attingendo dall’hard rock classico, dal rock’n roll, dal blues, dal country con una solidità esemplare, senza leziosismi o romanticismi banali. Pump, fin dalla scherzosa copertina, è un inno alla sensualità del rock, ed anche oggi dopo trent’anni, suona come un classico immortale e modernissimo. Arriveranno altri grandi successi, insieme al successore Get A Grip, ultimo canto di gloria della band, che poi si dedicherà soprattutto ai concerti dal vivo ed alla produzione del “lento perfetto”. Ma se volete riscoprire questo gruppo leggendario, ripartite da qui. Accendete lo stereo, non ve ne pentirete! (Antonino Blesi)

YOUNG LUST

Primo riff tuonante in arrivo e primi accenni a ritmi follemente veloci con “Young Lust“, due assoli (di cui uno in chitarra slide), un fraseggio di armonica di un paio di secondi e la solita, pesante voce di Steven Tyler che celebra la giovinezza, sia fisica sia sessuale (“Young lust / Sometimes you need it so bad / It’s enough to drive a young girl mad / So what you gonna do about it”), a volte citando canzoni contenute nello stesso album (“Checkin’ out the ladies / Who didn’t bring their boyfriends / Who love to get in trouble / I got to say I’ll see you later meet me in the elevator”). L’album è a malapena iniziato e già il gruppo esce fuori di cervello. Buona la prima. (Simone Appolloni)

F.I.N.E.

Diretta, frizzante, carica di allusioni sessuali, pregna di energia e di quel senso dell’ironia (viene menzionata, ad esempio, Tipper Gore che pochi anni prima aveva iniziato la sua crociata con la PMRC) che ci porta ad ascoltare gli Aerosmith del nuovo corso con il sorriso sulle labbra: questo è “F.I.N.E.“, le cui iniziali – come si legge nel libretto di accompagnamento dell’album – stanno per “Fucked Up, Insecure, Neurotic, and Emotional“. Un titolo che era stato ipotizzato dovesse essere utilizzato anche per l’intero album, e che invece finì per identificare questo solo pezzo, scelto comunque tra i singoli e che rimane una goduria da ascoltare. (Giovanni Barbo)

LOVE IN AN ELEVATOR

Singolo dal successo epocale, in anni in cui i dati di vendita erano ancora legati a numeri oggi impensabili, Love In An Elevatoruscì come traccia di lancio prima della pubblicazione di “Pump” e valse agli Aerosmithuna nomination ai Grammy. Come mostrato chiaramente anche nel video (probabilmente quello più trasmesso della loro carriera) la storia è oltremodo leggera e fa riferimento ad un’esperienza sessuale consumata in ascensore (il “Good morning Mr. Tyler going down” recitato dalla signorina ad inizio traccia ha palesemente una doppia valenza). Musicalmente si tratta di un mid tempo dal ritornello coinvolgente al massimo; grandissima la prova di Tyler al microfono e bello il solo di Joe Perry che squarcia il pezzo a metà agevolando la variazione ritmica di Joey Kramer. Piccola nota a margine: cori e fiati sono opera del compianto produttore dell’album, Bruce Fairbairn (Alberto Capettini)

MONKEY ON MY BACK

La “scimmia sulla schiena” è la dipendenza da droga, e questo argomento viene affrontato per la prima volta in modo diretto e spietato da Steven Tyler, in un brano che parte con una intro alienante quasi eclusivamente vocale e si apre in un ritmo insistente, immerso in una atmosfera cupa, leggermente addolcita dalle schitarrate bluesy di Joe Perry (altro autore del pezzo). In questo caso la band ci regala una sensazione “monolitica” che non si sofferma sulla piacevolezza del ritornello ma sull’urgenza del messaggio sociale.  La batteria battente di Joey Kramer rimane la grande protagonista di Monkey On My Back, una pagina di vita vissuta che fa riflettere, anche grazie all’interpretazione sofferta di Tyler. (Antonino Blesi)

JANIE’S GOT A GUN

L’urlo disperato “Run away from the pain” di Steven Tyler che fa da elemento portante al ritornello è uno degli elementi principali di questo brano, che sia per la sua forza emotiva che per la sua struttura musicale è forse uno dei punti più elevati della carriera degli Aerosmith. “Janie’s Got A Gun” è uno dei brani dal contenuto più forte, dal momento che racconta una storia di incesto e di violenza su una ragazzina da parte del padre, motivo per cui nella ouritana America si dovettero modificare alcune parti del testo, pena la non tramissione radiofonica. Se questo ancora non bastasse a rendere “Janie…” speciale, ci sono anche un intenso assolo di Joe Perry e un’intensa interpretazione di Tyler (autore del brano insieme a Tom Hamilton) a rendere il tutto ancora più perfetto. Il video ufficiale invece, che riprende la storia narrata, è opera di David Fincher, regista di “Seven”, “Fight Club” e di alcune puntate di “House Of Cards”. Un capolavoro. (Anna Minguzzi)

THE OTHER SIDE

Scritto da Steven Tyler assieme a Jim Vallance, “The Other Side” è uno dei pezzi di “Pump” che mette maggiormente in mostra le straordinarie capacità interpretative dell’istrione Tyler. Introdotto dalla suggestiva intro “Dulcimer Stomp” e arricchito da una possente e furba sezione di fiati, l’eco “Take Me To The Other Side” potrebbe proseguire all’infinito, e di fatto ci regala la sensazione di un treno in piena corsa, che potrebbe proseguire la sua marcia all’infinito. (Giovanni Barbo)

MY GIRL

Introdotta da un giro di chitarra blueseggiante My Girl” è invece una traccia rock ‘n roll dal ritmo sostenuto forse troppo semplicistica nel suo sviluppo o perlomeno questa è l’impressione che fa se paragonata al resto della scaletta. Una canzone senza picchi particolari insomma… non esattamente l’apice dell’album che stiamo celebrando . (Alberto Capettini)

DON’T GET MAD, GET EVEN

Uno strano inizio con didgeridoo, un fraseggio di armonica e uno swing blues insistente. Nel ritornello, il tutto esplode con continui crash, distorsione a volontà e linee vocali allo stesso tempo rozze, catartiche e sballate all’inverosimile, esattamente come il testo, dedicato a un senzatetto che esce frequentemente con prostitute a discapito della sua fidanzata (“It’s hard enough to make it / When you’re livin’ on the street / And you want to tell somebody / But you got to be discreet / Then you catch your girlfriend / With her skirt hiked up to here”, “It’s hard enough to make it / When you’re livin’ on the street / And you hate to be a wise guy / When your feet are in concrete / Sleeping with the dogs / And you wake up with the fleas”). Con gli Aerosmith, è così: otto volte su dieci, i singoli vengono sorpassati dai non-singoli, esattamente come succede con i capolavori. (Simone Appolloni)

HOODOO VOODOO MEDICINE MAN

Introdotto da un recitato e da percussioni tribali, il brano è di certo uno dei meno “commerciali” dell’album, un riff ipnotico ma incalzante ed un groove irresistibile, che evocano atmosfere ancestrali, a supporto di un testo evocativo, che ricerca una difficile redenzione per un mondo sbagliato e maledetto. La drammatica interpretazione di Tyler e gli intensi assoli di Withford ci immergono in un intenso rito sciamanico che diventa a tutti gli effetti uno dei punti più alti di un disco già di per sé straordinario. Il rock’n’roll, si sa, affonda le sue radici nella musica nera, e questo brano ce lo ricorda nelle intenzioni ancor prima che nello stile; in un momento storico che dal punto di vista musicale e culturale sembrava aver perso la sua anima, un’eccezione come questa, (contenuta, ricordiamolo, su un disco da milioni di copie vendute) ce la ripropone nuda e cruda, senza compromessi. (Daniele Zago)

WHAT IT TAKES

Unica ballata del lotto, “What It Takes” si pregia di dover dare degna conclusione a Pump, e lo fa senza scadere in note leziose o ritornelli strappalacrime, anche con il prezioso contributo della penna di Desmond Child, che però qui non porta ad un chorus d’impatto ma vive in una atmosfera malinconica e quasi “rurale”, grazie anche a piccoli tocchi di fisarmonica. Il pianoforte dell’ospite John Webster è lo strumento portante del brano, soprattutto nelle strofe, e vi è poco spazio per le chitarre. Steven Tyler canta qui di un amore appena finito e purtroppo perduto, con l’aria di chi ci è passato diverse volte e giocando nel testo con riferimenti ad altre canzoni del gruppo. La canzone termina, e dopo pochi secondi di silenzio, un breve strumentale quasi country and western chiude a sorpresa questo disco memorabile. (Antonino Blesi)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

Antonino Blesi

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Ascolta metal dal 1983, ha 46 anni e non vuole certo smettere. La passione vince su tutto, e sarà anche scontato, ma la buona musica non morirà mai, finchè qualcuno continuerà a parlarne ed a canticchiare un vecchio refrain....

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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