Speciale 1979: Top 25 album – Parte 2

Una brevissima introduzione (tanto c’è un sacco di materiale da leggere) anche per questa seconda parte dello speciale dedicato alle migliori uscite dal 1979. Anche questa seconda parte ha l’obiettivo di mostrare una carrellata, che per forza di cose non sarà del tutto esaustiva, sulle migliori uscite dell’anno, quindi album che raggiungono il traguardo delle 40 primavere. Nonostante questo, e per motivi diversi, alcuni di questi lavori sono tutt’oggi ricordati. Anche in questo caso abbiamo band che hanno realizzato alcuni fra i principali capolarovi della loro carriera, come i Pink Floyd, e altri che iniziavano ad affacciarsi al mondo della musica, come i Van Halen. Anche questa volta, quindi, ci sarà modo di soddisfare i gusti più diversi e rendersi conto di cme alcuni di questi album siano tuttora attualissimi. 

MOLLY HATCHET – Flirtin’ With Disaster

La band di Jacksonville, Florida, è stata uno dei gruppi più importanti della seconda ondata del southern rock, genere nato a fine ’60 da nomi come Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd e Marshall Tucker Band, e continuato, a metà dal decennio successivo da Outlaws, Doc Holiday, Blackfoot e per l’appunto Molly Hatchet, che saranno fra i portabandiera delle sonorità più vicine all’hard rock.

Questo “Flirtin’ With Disaster” dà seguito al debutto di un anno prima, ed è ancora più a fuoco nel proporre il loro torrenziale rock sudista, a cominciare dall’opening track, quella “Whiskey Man” con la quale aprono tutt’ora i loro concerti, che è un autentico manifesto sonoro della band. Rock’n’roll, boogie, rock blues ed elementi di country vitaminizzati si ritrovano per tutto il vinile, con picchi in brani come “Junkin’ City”, “Gunsmoke”, la maratona chitarristica di “Boogie No More” e la straordinaria title track, che resta ad oggi uno dei loro maggiori successi. Il brano “Lets The Good Times Roll” chiude quello che si può definire il loro miglior disco, punto fermo di questa fase storica di un genere incorruttibile come il southern. Da questo lavoro vengono riproposti ancora oggi numerosi brani in sede live da una band che, caso quasi unico, fra defezioni e decessi non ha più nel suo organico nessun membro originale. (Daniele Zago)

MOTÖRHEAD – Overkill

Il 1979 è davvero un anno di grazia per Lemmy Kilmister e compagni: non solo infatti i Motorhead vi fanno uscire una coppia d’album eccezionali (vedere questo stesso speciale per l’articolo dedicato a “Bomber”), ma uno dei due, il qui presente “Overkill”, rappresenta a parere di chi scrive l’apice della carriera della band insieme ad “Ace Of Spades”, rilasciato l’anno successivo. Il disco è un concentrato del metal più diretto, istintivo e senza fronzoli, e proprio per questo è dotato di un’energia e una potenza straordinarie. Di filler qui non ne troviamo, come capita sempre per questo genere di platter; focalizziamoci però sulle tracce  più emblematiche del lotto: le stradaiole “Stay Clean” e “No Class”, la ruggente “Damage Case”, la blueseggiante “Metropolis” e naturalmente la terremotante title track, pezzo coverizzato in lungo e in largo, che senza troppe esagerazioni possiamo definire come uno dei brani più importanti della storia del metal. Considerato che stiamo parlando solo del secondo album in carriera per l’ensemble londinese, possiamo già notare come il lungo e glorioso percorso dei nostri (conclusosi ahinoi comunque troppo presto a causa della morte di Lemmy nel 2015) fosse subito partito sotto i migliori auspici. (Matteo Roversi)

MOTÖRHEAD – Bomber

Una band storica, l’emblema della trasgressione, del rock n roll. Il loro leader era lo stereotipo vivente del rocker. Ascoltare questi brani e rendersi conto che sono passati quarant’anni ci fa scendere una lacrima di malinconia. Non tanto per quanto riguarda i “bei tempi andati”. Più che altro sapendo che non avremo mai più nulla del genere nella storia della musica. “Dead Men Tell No Tales” è la traccia di apertura. L’intro è un classico riff in stile hard and heavy anni ’70 anche se le sonorità blues sono preponderanti. Del resto, i Motorhead saranno influenzati da tale genere e ne manterranno, di conseguenza, l’impronta fino all’ultimo loro album. Da notare, poi, come il loro riff iniziale si ripeta continuamente per tutta la durata del pezzo come accade nei brani hardcore punk. Insomma, questo pezzo è la sintesi perfetta di quello che i Motorhead hanno sempre voluto suonare: il (loro) rock ‘n’ roll. Il secondo pezzo è “Lawman“. Le sonorità sono più vicine all’hard rock di altre band inglesi come i Led Zeppelin o i Black Sabbath. Diciamo che, dai Sabbath, sono stati ripresi i ritmi lenti e ripetitivi quasi vicini ad un “allegro” doom metal, dai Led Zeppelin il colorito blues. Dopo la scarica di energia iniziale, la scelta di porre un pezzo più calmo e leggero è stata azzeccata. Vista poi la traccia che seuge “Sweet Revenge”. “Sharpshooter” è, forse, la miglior traccia di questo album. Il basso di Lemmy picchia quasi come una batteria (esatto una batteria), la chitarra aggressiva e dannatamente sporca, la batteria impeccabile. Impossibile non muovere la testa ascoltando questo brano. Sicuramente non sarà veloce e pesante come richiederebbero gli standard dello speed metal ma, in ogni caso, è assolutamente apprezzabile. Lemmy sfrutta al massimo le sue corde vocali nel ritornello con la sua voce, graffiante e rauca, assolutamente inimitabile. Un pezzo fantastico non ci sono altre parole. Dopo l’ Hair Metal di “Poison”, “Stone Dead Forever” inizia con un riff di basso potentissimo che farà da padrone per tutti i 5 minuti di brano. La chitarra ricopre un ruolo secondario nelle strofe mentre segue, sostanzialmente, il riff di basso nel ritornello. L’assolo è qualcosa di fenomenale con un duetto chitarra – basso da capogiro. Lemmy si accanisce sul suo quattro corde e lo fa quasi cantare sotto una pioggia di note di Fast Eddie. “All The Aces” vede, invece, una preminenza della chitarra e della batteria, velocissime e impeccabili. Mi ricordo le parole di Max Cavalera, leader dei primi Sepultura, nella sua autobiografia: “io non sono fatto per suonare assoli o robe del genere complicate. Sono bravo a suonare riff semplici e veloci”. Sappiamo, inoltre, che i Sepultura sono grandi estimatori della band inglese più trasgressiva di sempre. Ecco, quindi, la miglior descrizione dei riff di questa canzone (e della bonus track “Over the Top”). Il problema vero di Step Down, la canzone seguente, è il cantato. Troppo pulito. Meno male che con la successiva “Talking Head” si ritorna ai veri Motorhead, quelli che hanno fatto impazzire il pubblico dagli anni ’70 ai 2000. “Bomber” è un capolavoro. “Lucis in fundo”, bellissima e thrash come solo una canzone dei Motorhead sa essere. La batteria e il basso, ancora una volta, sembrano lo stesso strumento mentre la Fast Eddie si scatena sul manico della sua chitarra. Dal vivo, poi, questa canzone è qualcosa di spaziale, pura energia. 3 minuti e 43 secondi di headbanging. “Over the Top” è la prima delle bonus track (i rimanenti quattro brani sono delle versioni live di alcune canzoni dei Motorhead). Un brano dal potenziale altissimo ma che si può davvero apprezzare solo dal vivo. (Tommaso Lunardi)

PINK FLOYD – The Wall

“The Wall”: ovvero il Muro, il male di vivere di Pink, una rock star che non esiste ma che riflette l’io di Roger Waters. Un concept in cui vi sono tutti quegli eventi funesti che ognuno di noi potrebbe vivere e che da un lato avvicinano all’artista/musicista/autore e dall’altro paradossalmente allontanano, perchè il muro lo isola da tutti, compreso il suo pubblico. Erano infatti dei Pink Floyd stanchi quelli che rientravano dal tour di “Animals”, una band che si sentiva ormai lontana dai fan e sull’orlo della crisi, anche personale. Infatti le registrazioni di “The Wall” avvennero separatamente e Richard Wright accumulò un tale ritardo sulla tabella di marcia che il bassista volle e ottenne il suo licenziamento, riaccogliendolo in seguito soltanto come turnista. La storia di Pink si dipana attraverso un monumentale doppio album, successo di critica e pubblico e per molti aspetti uno scoglio sul quale si infranse gran parte della discografia del gruppo e inevitabile metro di paragone/fonte di influenza per i molti rockers che sarebbero arrivati dopo. La vita di Pink attraverso la musica: i problemi giovanili, la sua grande solitudine e il dolore nonostante il successo, infine l’abbattimento del muro con i costi che ne comporta. La musica diventa di certo più heavy per l’epoca ma non mancano momenti di straordinaria delicatezza.  Un’opera progressiva ma di ascolto, numerosi sono gli elementi barocchi a rendere il tutto un pizzico pomposo ma incredibilmente perfetto. “In The Flesh?”, le due parti di “Another Brick In The Wall” e il loro chorus, “Mother”, la struggente “Comfortably Numb”“The Trial” (ma varrebbe la pena affrontare un track by track) sono esempi di grande musica in grado di superare lo scoglio del tempo e diventare classica nel senso letterale del termine. Un’esperienza sonora ma non soltanto che confluì in un tour dedicato esclusivamente al disco e in un film (Andrea Sacchi).

QUEEN – Live Killers

Queen Live Killers” non è solo la prima live release del quartetto britannico. Il platter, registrato durante le date europee del lunghissimo tour mondiale a supporto del disco “Jazz” e uscito come doppio live album, fa rivivere la magia e l’energia di un live show dei Queen. La band dimostra di essere non solo capace di scrivere grande musica, ma anche di riuscire a trascinare e coinvolgere dal vivo come poche altre formazioni della storia del rock. La setlist, modellata sulla scaletta suonata durante il tour, comprende ben 22 canzoni (anche se alcune tracce come “Somebody To Love”, “Fat Bottomed Girls” e “It’s Late” restano escluse). Si susseguono brani iconici e di successo, veri e propri capolavori, che rappresentano al meglio il percorso musicale e stilistico intrapreso dai Queen in quegli anni. Dal trittico di apertura “We Will Rock You” (in versione up-tempo tirato), “Let Me Entertain You“, “Death on Two Legs (Dedicated to…)” alle varie “Killer Queen”, “Bicycle Race”, “Don’t Stop Me Now”, “Now I’m Here”, “Keep Yourself Alive”; dalle ballad “Love Of My Life” e “Spread Your Wings”, al gioiello “Brighton Rock”, all’opera d’arte “Bohemian Rhapsody” passando per gli assalti sonori di “Tie Your Mother Down” e “Sheer Heart Attack”, per finire con le mitiche “We Will Rock You”, “We Are the Champions” e “God Save The Queen”, il live album ci dà la possibilità di capire cosa significhi assistere a un concerto dei Queen. Il mixaggio finale, però, non soddisfa pienamente May Taylor: i suoni non risultano eccelsi e il volume non è esplosivo come i due musicisti si aspettavano. Ciononostante, “Queen Live Killers”, che comunque vince diversi dischi d’oro e di platino, fotografa una band in stato di grazia, al culmine di un successo costruito passo dopo passo con grande tenacia grazie a dischi di indiscusso valore. “Queen Live Killers” è anche un lavoro dalla forte valenza simbolica; esso costituisce uno spartiacque tra lo stile degli anni ’70 e il sound che caratterizza i lavori del successivo decennio, in cui Freddie & soci strizzano l’occhio all’elettronica, al pop e alla dance, abbandonando definitivamente alcune sonorità che avevano contraddistinto fortemente la prima impronta musicale dei Queen.(Carmelo Sturniolo)

RAINBOW – Down To Earth

Down To Earth” è il quarto disco dei Rainbow e segna in maniera incontrovertibile un’importante svolta nel sound del gruppo capitanato da Ritchie Blackmore. Rivoluzionata la formazione, con Graham Bonnet chiamato a sostituire Ronnie James Dio e l’ingresso di Roger Glover (basso) e Don Airey (tastiere), il quintetto – completato da Cozy Powell alla batteria – abbandona quell’aura epica che ha reso immortali i primi album per abbracciare sonorità in bilico tra hard rock e blues, alla costante ricerca di una melodia catchy. Questa volta, i Nostri ci riescono. Dall’opener All Night Long” alla prima vera hit del gruppo, “Since You Been Gone”, ogni brano taglia i ponti col passato e ci mostra i Rainbow sotto una luce diversa. Sebbene ancora in uno stato embrionale, le peculiarità dei dischi a venire emergono in brani come “No Time To Lose”, “Danger Zone” e “Lost In Hollywood” a completare un platter lontano dai fasti del passato ma in grado di lanciare la carriera del gruppo verso una nuova – e più radiofonica – dimensione. (Pasquale Gennarelli)

RIOT – Narita

Intrappolato tra “Rock City” e “Fire Down Under”, il secondo album dei New Yorkers Riot è tra quelli meno considerati della loro discografia. “Narita” fa parte della triade dei dischi con Guy Speranza come cantante. La band americana era ancora alla ricerca dell’occasione giusta per emergere dall’oscurità, una missione difficile per il loro album di debutto nell’epoca dominata dalla musica disco. La tempistica di pubblicazione di “Narita” era quella giusta, in contemporanea con l’inizio dell’era della NWOBHM. Il titolo e la copertina sono stati ispirati dalla storia dal noto aeroporto giapponese. “Narita” è un disco di heavy rock seventies con ottime composizioni esaltate dal duetto del carismatico Guy Speranza al microfono e del compianto Mark Reale alla chitarra. Ci sono headbangers assoluti come “49er”, “Kick Down The Wall” e rock anthems, ad esempio “Waiting For The Taking”, “Hot For Love” e “Here We Come Again”. La title track, un pezzo strumentale con un ottimo lavoro sulle chitarre,  potrebbe essere il vero highlight del disco, ma forse “Road Racing” è il momento top di “Narita”, brano  firmato da Mark Reale, con un magnifico lavoro di chitarre dall’inizio alla fine. Il momento meno felice potrebbe essere la cover di “Born To Be Wild”, non per la qualità del brano in sè, ma per il fatto di essere stato il brano più cantato nella storia del rock. I Riot sono rimasti nella storia del metal per capolavori stile power/speed come “Thundersteel”, ma dischi di puro raw rock sound anni settanta come “Narita” sono perle che non devono mancare nella nostra collezione personale. (Katerina Paisoglou)

SAXON – Saxon

Il gruppo pilastro della NWOBHM ha esordito nel 1979 con questo album omonimo, dando subito un buon esempio delle loro potenzialità. Era evidente che i Saxon  avevano già tutte le carte il regola per diventare protagonisti assoluti della scena metal mondiale. Il loro album d’esordio è stato pubblicato da Carrere Records, apparentemente non la casa discografica ideale per catturare un vero sound Heavy Metal su disco. Inoltre, i membri della band erano ancora inesperti in studio, anche se la presenza e la voce carismatica di Biff Byford e il talento di Paul Quinn e degli altri musicisti dei Saxon è facilmente riconoscibile. Questo album non rappresenta la vera potenza, la personalità imponente e il grandissimo  talento dei Saxon alla composizione. Ci sono delle canzoni che hanno una direzione musicale diversa, come “Big Teaser” e “Still Fit To Boogie”, in stile glam rock oppure “Rainbow Theme” e “Frozen Rainbow”, in mood progressive. Invece, “Stallions Of The Highway” e “Backs To The Wall” sono un preludio di quello che sarebbe stato il futuro della leggendaria band anglosassone. Consideriamo questo disco come il primo umile passo dei Saxon nella scena musicale, la quiete prima della tempesta. Anche perché dal successivo lavoro in studio il suono della band sarebbe cambiato drasticamente; nasce così “Wheels Of Steel” nel 1980, che segna l’inizio della lista infinita di heavy metal anthems d parte un gruppo che con passare degli anni diventa sempre più gigantesco. Non ci sono parole per descrivere un mito come Biff Byford, capace di parlare delle macchine veloci o creare dischi come il recente “Thunderbolt” e dare il meglio di sé stesso sul palco ad ogni singolo show (Katerina Paisoglou).

THIN LIZZY – Black Rose

Qualcosa sembrava essersi rotto all’interno dei Thin Lizzy, una frattura che aveva portato all’allontanamento di Brian Robertson, storico chitarrista che, insieme a Phil Lynott e Scott Gorham, aveva contribuito a rendere unico il sound del gruppo, da moltissime band indicato come fonte di grande ispirazione. Invece, il nono album della band guidata da Lynott, “Black Rose: A Rock Legend”, rappresenta uno dei punti più alti della discografia del gruppo irlandese. Arruolato Gary Moorealla chitarra, il platter si impone all’attenzione del pubblico con la sua ricetta fatta immediatezza (l’opener  “Do Anything You Want To”), sperimentazione (il funky di “S&M”), grandi partiture chitarristiche (“With Love“) e l’inconfondibile timbro di Lynott, caldo e quanto mai coinvolgente. A suggellare quanto fin qui detto la conclusiva “Roisin Dubh (Black Rose): A Rock Legend” esplicita l’ispirazione dei Nostri e la loro enorme perizia tecnica, in un brano articolato che omaggia la tradizione folk irlandese con una rivisitazione dannatamente affascinante e inarrivabile per tante altre band. Poco altro da aggiungere per descrivere l’apice artistico dei Thin Lizzy. (Pasquale Gennarelli)

TOTO – Hydra

Un inizio decisamente audace e spiazzante, con un pezzo prog come l’articolata title track, apre il secondo album dei Toto. In scaletta, poi, ci sono pezzi assolutamente diretti, che mettono in luce una classe sopraffina, alcuni dei quali diventati dei veri e propri classici: è il caso di “99” e dello straordinario tappeto disegnato dalle tastiere di Steve Porcaro e David Paich, e del jazz di “Mama”. Altri meritano di essere riscoperti: la diretta e dinamica “All Us Boys” e la pulita “White Sister” con un sensazionale assolo di Steve Lukather. “Hydra” non ha la densità di hit di altri lavori dei Toto, ma mantiene a distanza di quarant’anni diversi motivi d’interesse (Giovanni Barbo).

UFO – Strangers In The Night

Per la seconda volta nel nostro speciale dedicato al 1979 ci occupiamo di un grandissimo album dal vivo, realizzato da una band seminale per tutto il genere hard rock: a questo giro concentriamo infatti l’attenzione su “Strangers In The Night”, vero e proprio best-of live degli UFO, che chiude in maniera trionfale la straordinaria carriera nei seventies del gruppo di Phil Mogg, Pete Way ed Andy Parker. Le più famose hit del combo inglese, registrate in occasione di un tour negli Stati Uniti, ci sono tutte: non solo ovviamente l’intramontabile “Doctor Doctor”, pezzo che Steve Harris vuole sempre in apertura dei concerti degli Iron Maiden per scaldare il pubblico, ma anche i cavalli di battaglia che rispondono al nome di “Hot’n’Ready”, “Let It Roll”, “Love To Love”, “Only You Can Rock Me”, “Rock Bottom” e “Shoot Shoot”. Questa brillantissima setlist viene interpretata dalla band in maniera magistrale e con la carica e la passione tipiche delle grandi formazioni di quegli anni, consegnandoci una pietra miliare nella storia della discografia dal vivo del rock duro. (Matteo Roversi)

VAN HALEN – II

Dopo la rivoluzione copernicana di “I”, fare di meglio era pia illusione. Ma Eddie, David Lee, Mark & Alex in pieno stato di grazia tirarono fuori dal cilindro “II”. Se il viaggio riprende con “You’re No Good”, la navicella decolla con i cori di “Dance The Night Away”. Eddie e David Lee si scambiano occhiate come gli innamorati al primo palpito, e la canzone ne guadagna in passione e carica elettrica. Diamond Dave è sempre sopra le righe, avvolto dal groove di basso e batteria, autentica rock star e sex symbol.  Non poteva mancare il pezzo di bravura del buon Eddie, ed ecco apparire fulminea “Spanish Fly”. Una vera è propria scarica di energia, anche se quelle note suonate con l’elettricità del guitar hero, sono le corde stritolate di una chitarra classica. Impossibile far meglio di “I”, ma anche il fratello arrivato a distanza di 13 mesi aveva (ed ha) le sue grandi carte da giocare. Anche oggi, a quasi 40 candeline da spegnere impossibile ignorare canzoni come “Bottoms Up!” e “D.O.A.” (Saverio Spadavecchia).

WHITESNAKE – Lovehunter

Quando nel 1979 è stato pubblicato “Lovehunter”, il sequel dell’album di debutto dei Whitesnake, ha ricevuto molte contestazioni per la copertina creata da Chris Achilleos, che raffigura una donna nuda a cavalcioni di un gigantesco serpente bianco, con la testa che assomiglia di più ad un drago che ad un ofide. “Lovehunter” è uno dei migliori album dell’intera discografia della band di David Coverdale, purtroppo liquidato da una gran parte di pubblico e critici per l’art cover. Con il secondo disco, il Serpente Bianco ha fatto un passo avanti rispetto a “Trouble”, il suo predecessore. Le melodie hanno decisamente più grinta, pur mantenendo lo stile blues rock, quello preferito di Coverdale. Il risultato è un insieme di canzoni piacevoli e spensierate, un aspetto che non toglie niente alla qualità delle composizioni. La squadra capitanata dall’ex frontman dei Deep Purple è rimasta invariata durante il periodo di “Trouble” e “Lovehunter”, mostrando una maggior compattezza. L’opening tune è “Long Way From Home” con le tastiere di Jon Lord in primo piano e l’interpretazione impeccabile di Coverdale. Il brano “Walking In The Shadow Of The Blues” è un campione del lavoro eccezionale del duetto di Bernie Marsden e Micky Moody alle chitarre, con il cantante britannico sempre al top della performance. Ci sono brani divertenti di mood rock n’ roll  come “Outlaw”, “You ‘N’ Me” e “Rock ‘N’ Roll Women”, gli energici “Mean Business” e “Medicine Man”, con testi tipici dei Whitesnake , fatto per niente negativo, quando abbiamo a disposizione un cantante così carismatico. I due pezzi più lenti “Help Me Thro’ The Day” e “We Wish You Well” forse sono un po’ incolori, ma va bene così. L’highlight assoluto è il favoloso mid tempo “Lovehunter”, che ha dato il titolo all’album. Una menzione speciale spetta al lavoro eccezionale di Neil Murray al basso e Dave Bowle alla batteria. In poche parole, “Lovehunter” è uno dei migliori album dell’era blues/rock dei Whitesnake (Katerina Paisoglou).

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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