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Special One Shot, One Kill – 90′ Edition: un disco e poi il nulla

La storia della musica è un luogo in gran parte immaginario. Un sogno comune che più che rappresentare una realtà assoluta, diventa un modo per gli appassionati per potersi orientare e condividere con altri la propria emozione. Tolti infatti i cardini più comuni che sono rappresentati dalle grandi band e dai macro-movimenti culturali, e quella frangia ristretta di eroi che il culto dei più fanatici tra noi è riuscito a far sopravvivere all’oblio, il resto è composto da una moltitudine di band e di uscite che sono interessanti solo ed esclusivamente per un piccolissimo numero di ascoltatori. A volte si tratta di dischi davvero belli e creativi, ma che il tempo ha lentamente coperto di polvere, cancellandone il profilo storico. In questo articolo ci occupiamo di alcune uscite metal degli anni novanta, che a nostro giudizio meritano di essere riportate allo scoperto, ed in particolare di quelle band, a volte anche composte da artisti affermati, che, dopo un primo album molto promettente, sono totalmente sparite. Ci sono sicuramente dei motivi se un disco non raccoglie il successo sperato, ma non sempre questi sono da cercare nella mancata qualità della musica contenuta. Tra i tanti possibili ripescaggi noi abbiamo scelto questi qui, a voi la possibilità di segnalarci altre uscite uniche a cui siete rimasti particolarmente affezionati!

ABSTRAKT ALGEBRA – “Abstrakt Algebra” (Megarock Records, 1995)

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Fondati da Leif Edling all’indomani del provvisorio abbandono dei Candlemass, gli Abstrakt Algebra sono stati una di quelle band su cui chiunque era pronto a scommettere. Della partita erano infatti altri musicisti dal talento indiscusso, come il cantante Mats Leven e il magistrale chitarrista Mike Wead. Così come lo stile, che miscelava la cupa ed epica potenza dei Candlemass con qualche elemento progressive metal, pareva perfetto per i trend degli anni novanta. Se poi aggiungete che le canzoni sono davvero bellissime, a partire dall’iniziale ed epica “Stigmata”, passando per la corposa “Shadowplay”, la magniloquente title track e concludendo con una superba , lunghissima ed intrisa di elementi prog “Who What Were When”, allora il successo era d’obbligo. Successo che ci fu, ma solo di critica, visto che il disco, complice anche forse una distribuzione non certo perfetta, non è purtroppo diventato un classico per legioni di fan. Un peccato, visto che ad ascoltarlo ad oltre vent’anni dalla sua uscita “Abstrakt Algebra” rimane un album dal valore indiscutibile e ancora al passo con i tempi. (Riccardo Manazza)


ANNON VIN – “A New Gate” (I.R.S., 1996)

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Gli Annon Vin sono stati la classica meteora che ha attraversato la musica rock, il vero emblema del fatto che a volte non basta la qualità altissima del prodotto a consacrarne il successo. “A New Gate”, l’unico lavoro realizzato dai tedeschi nel 1996 è una gemma progressive metal come poche se ne sono sentite in quegli anni e nei successivi e purtroppo non ha mai avuto un seguito; l’unico musicista di cui ancora abbiamo notizie è il chitarrista Erik Grösch tutt’ora in forza ai Mekong Delta, band alla quale gli Annon Vin erano legati a doppio filo sia da un punto di vista stilistico che artistico (Ralf Hubert produsse infatti il loro full length). Altro punto di riferimento proveniente dallo stesso Paese erano i Sieges Even e indirettamente i maestri Rush quindi immaginerete quanto il lato tecnico fosse particolarmente in evidenza all’ascolto di questa band. La sezione ritmica Brenneis/Ruppel è impressionante (“Black White Red, Not Rotten Yet”), anche se le vocals dei due sono perlomeno rivedibili. In alcune tracce comunque l’utilizzo di cori (“Remind The Differences”) risollevano questo aspetto e sottolineano l’amore per il prog e l’hard rock più ricercato tipo Kansas e Yes, come dimostrato anche nella cover conclusiva di “Mr. Roboto” degli Styx. Insomma un crossover di generi che avrebbe meritato ben altra sorte commerciale. (Alberto Capettini)


ARKHE’ – “Arkhè” (Underground Symphony, 1997)

Derivativi eppure efficaci, gli italiani Arkhé non facevano mistero dell’influenza massiccia esercitata dai Dream Theater: in particolare lo stile del chitarrista Gianluca Ferro e i suoni del tastierista Lorenzo Milani si rifanno esplicitamente alla band americana. Ciò non toglie che l’omonimo debutto è un prodotto di ottima fattura, tra i migliori usciti dal nostro Paese in quegli anni in ambito prog metal, merito di una creatività che – pur all’interno di un sound non particolarmente personale – è in grado di regalare spunti e traiettorie inattese. Doverosa la menzione per il vocalist Pino Tozzi, capace di un’interpretazione multiforme che viene esaltata in pezzi dalle sfumature cangianti come “Wings Of My Freedom” o la sinuosa “The Dark Light”, tra gli episodi migliori di un lavoro che riesce a stupire. (Giovanni Barbo)


DAMN THE MACHINE – “Damn The Machine” (A&M Records, 1993)

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Tra le tante band che ad inizio anni novanta hanno avuto la loro opportunità di farsi conoscere ci sono anche i californiani Damn The Machine. A credere in loro e nella loro proposta musicale a cavallo tra metal e progressive fu addirittura una major label come la A&M, il che certamente non stupisce, vista la presenza in formazione di una stella come Chris Poland (si, quello che suonava nei Megadeth). C’è, ovviamente, tanta abilità musicale in queste tracce, ma anche poco impatto metallico. Alcuni momenti contengono riff tosti, come “Corporate Reign” ad esempio, ma in generale ci si trova ad ascoltare un disco molto vario e dall’impasto ben lavorato su melodie più vicine al rock (anche hard) che al metal (molto bella ad esempio “On With The Dream”). Pur con tanta carne al fuoco i nostro rimangono però in parte imbrigliati da un Dave Clemmons non certo favoloso come cantante e dalla scelte di una produzione fin troppo leggera e oggi davvero datata. Un’occasione forse in parte mancata, ma allo stesso tempo una band con grandi possibilità e innegabile talento, che non ci sarebbe dispiaciuto poter riascoltare con altre uscite. (Riccardo Manazza)


DOCTOR BUTCHER – “Doctor Butcher” (GUN Records, 1994)

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Jon Oliva non voleva più saperne dei Savatage: la scomparsa del fratello, la sensazione di aver già dato il meglio che si poteva dare, il bisogno di sfogare la propria rabbia erano alla base del progetto Doctor Butcher, messo su assieme al compagno d’avventura Chris Caffery. E proprio l’axeman, assieme ad Oliva, è il protagonista degli episodi migliori di un album imperfetto ma sincero: su tutte vale la pena menzionare il micidiale tris d’apertura, dalla scatenata grandeur di “The Altar” alle sorprendenti accelerazioni in puro stile thrash di “Rech Out And Torment Someone”, passando per il cupo incedere di “Season Of The Witch” che ci svela un lato poco noto del buon Oliva. Non mancano altri episodi interessanti, da “The Chair” a “Lost In The Dark”, più vicini allo stile dei Savatage, ma è tutto l’album a colpire per rabbia e vibrante intensità. (Giovanni Barbo)


MYSTERE DE NOTRE-DAME – “Mystère De Notre-Dame” (Music Is Intelligence, 1996)

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Per una volta mi piacerebbe che il detto italian best kept secret avesse davvero la valenza che merita perché i Mystère De Notre Dame nel 1996 diedero alla luce un album eponimo davvero epocale per contenuti e coraggio… e ovviamente il tutto svanì in una bolla di sapone (nonostante i lombardi anche in sede live fossero meglio di tante band più blasonate). Non ci dilunghiamo troppo, anche perché troverete nella nostra sezione Time Warp la mia recensione risalente addirittura al 2004 ma non possiamo che obbligarvi a recuperare in qualsiasi maniera questo album “davvero” progressivo. Una successione di brani che avrebbero fatto la gioia di band ben più note in virtù di un’inventiva e conoscenza musicale di alto lignaggio, “The Absurd”, “Mystery House”, “Dominus”, “The Question Mark” e “Out Of The Row” sono, senza esclusione alcuna, tracce da tramandare ai fan della musica colta per un mix sapiente di progressive, metal, hard rock, classica, elettronica, il tutto coronato dalla bella voce di Ruggero Cesana. Peccato solo per i suoni di chitarra ritmica non all’altezza di una proposta così articolata, ma cercate di far vostro un vero e proprio must made in Italy. (Alberto Capettini)


ORACLE – “As Darkness Reigns” (Massacre Records, 1993)

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In realtà pubblicato come autoproduzione su cassetta l’anno prima sotto il nome di Prodigy, questo disco degli americani Oracle è una delle migliori uscite classic metal dei primi anni novanta. Per chi ama la scuola americana del power-progressive metal incarnata da band come Fates Warning, Heir Apparent e primi Queensryche “As Darkness Reigns” è un vero must, forse giusto penalizzato da un sound troppo secco e con qualche limite generale nella resa (ricordiamoci che si tratta di fatto di un’autoproduzione). Molto belle però sono le canzoni, con in cima piccoli classici sconosciuti come “Nightmares” e “The Watcher”. Pezzi straordinari, impreziositi dalle vocals squillanti tipicamente anni ottanta di un singer dotato come William Wren, e tanto corposi nella resa metallica, quanto ricercati nella finezza tecnica. Quello che colpisce è che la band non si limita ad una sostanziale rivisitazione del sound anni ottanta, ma introduce alcune particolarità nel gusto degli assoli o nella resa melodica dei brani che li rende in qualche modo progressivi (anche se lontani da quello che è il prog-metal vero e proprio). La loro prematura fine è stata di sicuro una perdita notevole per il metal degli anni novanta. (Riccardo Manazza)


PARISH – “Envision” (Long Island Records, 1995)

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Formati da Ben Jackson all’indomani del momentaneo scioglimento dei Crimson Glory i Parish sono stati in piccola parte gli eredi del sentimento melodic prog metal che vedeva negli stessi CG una delle band più importanti. “Envision” parte da lì, ma non poche possono essere anche le similitudini con certe cose dei Queensryche o il class metal dei Malice, il tutto ben calibrato per tirar fuori canzoni dall’ampio respiro armonico, intrise di quel gusto progressive nelle melodie, ma non strutturate in modo estremamente complesso. Brani come ad esempio “Danger Zone” o “Desert Wings” (che sarebbe stato un brano perfetto per Midnight) conservano un certo impatto hard & heavy, per quanto raffinato nel sound. Mentre altre tracce, tra cui “Set The Night On Fire” e la ballata “Believe In Me” mostrano il lato più vicino al melodic hard rock più elegante e meno commerciale. Nel complesso il disco è davvero valido e avrebbe potuto essere un buonissimo (re)inizio di carriera, se qualcuno oltre a qualche giornalista si fosse accorto di loro. Probabilmente i tempi non erano maturi, ma la qualità c’è ed “Envision” merita ancora un ascolto da chi ama un certo tipo di sonorità oggi del tutto scomparse. (Riccardo Manazza)


TRAGEDY DIVINE – “Visions Of Power” (T&T Records, 1996)

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Molti appassionati di metal underground conoscono Gerrit P. Mutz per essere l’anima e il corpo degli eroici Sacred Steel, ma in realtà è proprio con i Tragedy Divine che il nostro pubblica il primo album della sua carriera. La band in questione arriva direttamente dal sottosuolo più fertile di inizio anni novanta e mette in atto un vero e proprio tributo al metal americano anni ottanta, confezionando un disco epico, potente, ma anche intricato nelle ritmiche e non certo lineare nelle scelte armoniche. La voce del nostro si spinge meno sulle tonalità stridule ben note e nell’insieme lo stile del gruppo gode di una certa originalità, lasciando comunque trasparire una sincera passione per la materia trattata e un’anima selvaggia. Canzoni dall’ampio respiro epico come “Visions Of Power” o “I Married A Witch” sono dei piccoli capolavori, ma anche i momenti più intricati, come “Ritual Damnation” e “Tyrant Shadows” non mancano di avere una loro linea melodica ben definita, arrivando a crearsi un significativo spazio espressivo in quella materia molto ampia che viene definita power prog-metal (qui molto poco prog e parecchio più metal). Difficile che un disco come questo possa conquistare gli amanti del più diretto metallone dei Sacred Steel, ma chi ama il metal ancora grezzo, ma più elaborato e dalle tinte dark, potrà certo godersi una scaletta senza macchia.(Riccardo Manazza)


ZEN “Gaze Into The Light” (Music Is Intelligence, 1997)

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Magari non peculiari come altri gruppi trattati in questo articolo, i connazionali Zen (in parte reincarnatisi nei validissimi Karnya) diedero nel 1997 alle stampe con “Gaze Into The Light” un prodotto dogmaticamente prog metal (immaginatevi dei Dream Theater leggermente più tendenti alla tradizione inglese del neo progressive) ma con svariati punti di interesse segnatamente nel lavoro di tastiere di Dario Di Pasquale e nelle vocals squillanti ma controllate di un Andrea Polidoro reminescente il miglior LaBrie. “Water Can Cover The Next” nonostante la pronuncia incerta di Polidoro è una signora canzone tipicamente prog metal così come “Invisible Horizon” dal bel break centrale… ma tutto il lavoro, pur essendo incanalato in strutture molto in voga nel ventennio passato, è un piacevole lascito che avrebbe meritato un seguito discografico. (Alberto Capettini)


BONUS 2000SPIRAL ARCHITECT “A Sceptic’s Universe” (Sensory, 2000)

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Per tutti gli amanti del metal ipertecnico (al limite del thrash) tipico del periodo a cavallo tra ‘80 e primi anni ’90 è davvero un peccato che gli Spiral Architect non abbiano dato un seguito al glaciale “A Sceptic’s Universe” (anche se la band non si è mai ufficialmente sciolta). Manna dal cielo per gli amanti di Watchtower, Mekong Delta, Sieges Even, Psychotic Waltz, Toxik e Gordian Knot l’album ha un livello tecnico mostruoso sia nella sezione ritmica composta da Lars Norberg (non vi capaciterete che si tratti di un basso a 4 corde) e Asgeir Mickelson (che troveremo tra gli altri con Borknagar e Ihsahn) che nelle chitarre della coppia Gundersen (ICS Vortex) e Gornitzka (Twisted Into Form). Con partiture che non avrebbero sfigurato su un album di death metal tecnico faceva un certo effetto sentire le high pitched vocals di Øyvind Hægeland (Arcturus); “Spinning” e “Insect” sono i pezzi che meglio inquadrano un lavoro unico nel suo genere (almeno nel 2000) tra saliscendi sul pentagramma e l’apparizione di porzioni acustiche. La produzione di Neil Kernon non è esente da critiche (ricordiamo che tra le tante cose buone fatte in carriera ha anche perpetrato scempi mica male) perché l’album avrebbe giovato di suoni più caldi e organici. Rimane comunque un must per tutti gli amanti delle sonorità più “estreme” e anti-commerciali. (Alberto Capettini)

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

8 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. ale

    ma la playlist su spotify??

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  2. andrea

    io segnalo: Scudiero- Walking Through Mirrors 1999

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  3. Sonia

    Segnalo un’altra grande band Prog Metal Italiana di fine anni ’90: gli N8. L’unico lascito fu “Reality…Fate” !

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    • Alberto Capettini

      Hai ragione Sonia, ho quel disco ed è stato uno dei papabili ma che non è entrato nella selezione finale! Erano notevoli anche quando si chiamavano ancora Enrico VIII, soprattutto dal vivo (visti di spalla agli Ivanhoe nel 1995-1996… non ricordo)

      Reply (in reply to Sonia)
  4. Sonia

    io sono troppo giovane e quindi non ho avuto la fortuna di averli visti live!! Vi faccio i miei complimenti per l’articolo, avete tirato fuori delle band notevoli di cui quasi nessuno si ricorda se non quei pochi appassionati di certe sonorità underground!! Buon lavoro ragazzi, ciao!!!

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  5. Andrea

    Orgoglioso di avere tutti gli album italiai qui segnalati e buona parte di quelli stranieri. Ero impazzito per gli Arkhe, che allepoca mi avevano autorizzato a riprendere due loro concerti (sapete gli smartphone erano ancora lontani) a None vicino a torino. Due grandi gruppi di allora erano anche gli Scenario e gli Acron…gran periodo, peccato che in Italia smbravano trovare spazio solo i Time machine (ben inferiori a questi gruppi) e le star Rhapsody

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  6. gianmarco

    Amboss Those Who Have Lost The Right To Live

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