Sepultura: “Roots” 20th Anniversary – Il nostro track by track

Uscito vent’anni fa esatti, “Roots” rappresenta il disco della svolta per la band brasiliana, e non solo perché è l’ultimo a vedere in formazione Max Cavalera, ma anche perché la voglia di modernità che già si poteva sentire nel precedente “Chaos A.D.” diventa qui il fattore predominante e porta la band a creare uno di quei dischi ponte tra i generi destinato a far storia. Affidata la produzione al  padrino del nu metal Ross Robinson, i Sepultura si lanciano nella loro interpretazione della materia con abbondanti inserimenti di derivazione hardcore e un groove assassino che diventa subito marchio di fabbrica, creando così una miscela originale tra il post metal più heavy e le ritmiche tribali della tradizione sudamericana. I tempi giovanili di canzoni come “Troops Of Doom” o “Inner Self” sembrano distanti anni luce, sia musicalmente che nelle tematiche delle canzoni… e infatti i vecchi fan del thrash e del death metal li abbandonano definitivamente. Ciò non toglie che invece molti degli ascoltatori che si avvicinano al metal in quegli anni considerino “Roots” un vero capolavoro. E sicuramente non a torto, vista l’influenza che l’opera ha avuto su tanta della musica venuta dopo.


Roots Bloody Roots

La opener e quasi title track del disco, irresistibile nel suo ritmo tribale e urlata con tutta la propria rabbia da un ispirato Max Cavalera, ha finito per costituire uno dei pezzi più rappresentativi dell’intera carriera della band. Le sue influenze tribali ci mostrano da subito quale sarà la cifra stilistica dell’album. (Matteo Roversi)


Attitude

Una intro lancinante che si contorce tra strumenti folk e cenni industrial esplode in un pezzo tirato di chiara matrice hardcore col cantato di Max Cavalera abrasivo all’ennesima potenza; il tempo è rallentato e rende ancor più pesante questo macigno alla base del postcore della seconda metà degli anni ’90. (Alberto Capettini)


Cut-Throat

Brano in perenne tensione dall’inizio alla fine, la violenta “Cut-Throat” è ancora una volta una canzone gridata con foga da un rabbioso Cavalera. Pur non spingendo particolarmente sull’acceleratore, il pezzo possiede un’incredibile forza nel far scatenare i suoi ascoltatori. (Matteo Roversi)


Ratamahatta

Pezzo tribale per eccellenza, che determinò il successo di “Roots” (il maggiore dei Sepultura) e la nascita di band che su queste sonorità costruiranno una carriera come Puya, Laberinto o gli stessi Soulfly. Il lavoro di chitarre in sottofondo ricorda i Korn (non a caso l’album è prodotto da Ross Robinson) e l’aiuto di Carlinhos Brown e della tribù degli Xavantes è ineccepibile quanto innovativo. Pezzo epocale. (Alberto Capettini)


Breed Apart

Uno dei brani migliori e dalla struttura più variegata del disco. Tra dissonanze rumoriste, groove incalzante, cambi di ritmo e vocals sofferenti “Breed Apart” è una canzone pulsante e trascinante come poche altre. Di sicuro una di quelle song da cui Max Cavalera è ripartito per pensare ai suoi Soulfy quando si è chiusa l’avventura con i Sepultura. (Riccardo Manazza)


Straighthate

Come dice il titolo questa è una botta diretta d’odio introdotta dalla sezione ritmica e dagli armonici di chitarra: un crossover hardcore oscuro, tribale, con ritmiche noise che trascinano un brano passato un po’ in sordina ma che andrebbe rispolverato anche per via dell’attualità di un suono del genere. (Fabio Meschiari)


Spit

Feedback vari e  un suono grassissimo: un proiettile di nemmeno tre minuti, senza compromessi e con una seconda metà particolarmente giocata sulla ritmica. Un testo semplice, “sputato”, pieno di rabbia e necessario complemento alla musica rabbiosa che lo accompagna. (Fabio Meschiari)


Lookaway

“Lookaway” rappresenta senza dubbio uno dei pezzi più particolari e originali del lotto: canzone tra le più lunghe e pacate, per quanto lo standard di “Roots” lo consenta, del disco, ricca d’atmosfera e con inserti d’ogni tipo, la traccia ci mostra tutto l’eclettismo dei Sepultura. (Matteo Roversi)


Dusted

Un riff pastoso accompagna Igor Cavalera mentre tenta di distruggere il drumkit; anche qui la matrice hardcore è preponderante mentre l’assolo di Andreas Kisser è schizzato (vagamente in Meshuggah style) e si denota come il suono di “Chaos A.D.” sia naturalmente evoluto. (Alberto Capettini)


Born Stubborn

Rappresenta totalmente lo spirito e il suono di questo album. Un inizio teso, una batteria che si pone come protagonista, fra rivoli di colpi e un suono killer: le percussioni nel finale e il canto tribale che chiude il brano richiamano alle radici, al concetto di questo lavoro e ne suggellano la forza in quesi 4 minuti e poco più. (Fabio Meschiari)


Jasco

Breve intermezzo acustico, “Jasco” mette in luce tutto il talento e l’abilità compositiva ed esecutiva alla sei corde di Andreas Kisser. La traccia potrebbe apparire come un episodio marginale, ma il suo stacco ha in realtà una notevole importanza nell’economia generale dell’album. (Matteo Roversi)


Itsari

Omaggio della band alla tradizione musicale della loro terra, “Itsari” significa infatti radici (“Roots”) e il brano è eseguito con l’apporto della tribù dei Xavantes e riporta un canto di guarigione. Canzone atipica e affascinante che rimane certamente un po’ decontestualizzate musicalmente, ma che ha un senso profondo per la band e il significato dell’opera stessa. (Riccardo Manazza)


Ambush

“Ambush” ha uno dei migliori guitarwork di tutto l’album mentre a metà pezzo c’è uno stacco tribale fatto dall’accavallarsi di vari strumenti prima del rush finale ancora pesantissimo.(Alberto Capettini)


Endangered Species

La semplicità del testo, ancora una volta a denunciare lo stato del genere umano e la continua guerra sulla via dell’autodistruzione: il sound apocalittico che accompagna le parole riesce a dipingere bene il sentimento che si vuole raccontare e racchiude tutti i colori presenti nella tavolozza di “Roots”. (Fabio Meschiari)


Dictatorshit

Song che è esattamente ciò che il titolo lascia presagire: una fucilata thrash/core dall’impatto devastante e portato con un suono saturo e rumoroso fino alla nausea. Puro odio contro la dittatura militare che ha tenuto in scacco il paese per tanti anni. (Riccardo Manazza)


Canyon Jam

Più che una vera e propria canzone stiamo parlando di una lunga outro ambientale (tredici minuti) che tra strumenti appena udibili, percussioni e improvvisazioni accompagna l’ascoltatore fino alla conclusione. Onestamente non credo che quasi nessuno l’abbia sentita volontariamente più di una volta. (Riccardo Manazza)

Sepultura-Roots

matteo.roversi

view all posts

Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

alberto.capettini

view all posts

Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

riccardo.manazza

view all posts

Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

Fabio Meschiari

view all posts

Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login