Rush: tutta la discografia degli anni ’80 commentata

Dopo quell’autentica orgia artistica che furono gli anni ’70 per i Rush, decade nella quale il trio canadese aveva raggiunto gli obiettivi prefissati ad inizio carriera e anzi superandoli di gran lunga con un successo commerciale inaspettato per il genere proposto andiamo oggi a vedere cosa successe dal 1979 in poi per questi dinamici artisti.

Sì perché la decade degli anni ’80 fu per i Rush del tutto particolare e si staccò parzialmente dall’universo progressive rock andando ad addentrarsi nei meandri del pop rock del periodo fatto di produzioni laccate, suoni sintetici e una forma canzone decisamente ridotta rispetto alle interminabili suite precedenti. Fu ampliato a dismisura anche se in modo graduale l’utilizzo di tastiere da parte di Geddy Lee a discapito (almeno nei missaggi) delle chitarre di Alex Lifeson e anche Neil Peart estese il suo drumming a pad elettronici.

Il loro impatto commerciale fu ancora maggiore ma molti puristi rock storsero il naso all’ascolto della “leggerezza” di album come “Power Windows”“Hold Your Fire” o “Presto” (per chi scrive comunque esempi di una raffinatezza “superiore”) e li “abbandonarono”; si può percepire questo distaccamento anche da parte di molti addetti ai lavori guardando il bellissimo docu-film “Beyond The Lighted Stage”. È anche giusto sottolineare quanto le produzioni dei primi ’80 furono ben diverse da quelle di fine decade e lo metteremo in evidenza proprio nel nostro excursus.

Andiamo quindi a ricordare, a distanza di tre anni dalla prima parte dello speciale, cosa produsse il trio di Toronto tra il 1980 e il 1989 prima di un deciso ritorno a sonorità più graffianti; potreste riscoprire dei veri e propri capolavori. (Alberto Capettini)

PERMANENT WAVES (Mercury Records, 1980)

Il primo album degli anni Ottanta mostra i Rush subito al passo con i tempi: l’uso delle tastiere, in particolare, è intelligente ed intrigante, eppure la dirompente opener “The Spirit Of Radio” con il suo riff potente e ruvido è assolutamente in continuità con gli episodi precedenti nella discografia della band. Il caratteristico ticchettio e la coda in salsa reggae ne fanno un pezzo perfetto, vitale e curioso come pochi altri, ancora adesso capace di sorprendere con la propria articolazione e con la contemporanea capacità di essere molto più diretto di ciò cui i Rush avevano abituato sul finire della decade appena conclusa. “Permanent Waves” è però tutto da ri-ascoltare, rappresenta alla perfezione una band che capitalizza al massimo – musicalmente – la propria storia e lancia al tempo stesso una sfida per il futuro, a se stessa e agli altri. Due altri pezzi sono particolarmente significativi: la diretta “Freewill“, nella quale Neil Peart esplora il tema della libera scelta, dell’individualismo e dell’autodeterminazione, e l’intricata “Jacob’s Ladder“, tornata in scaletta nell’ultimo tour della band. L’apice, però, viene raggiunto con la variegata “Natural Science“, che con i suoi cambi di tempo e di umori è uno dei pezzi targati Rush che meglio prefigurano quel che sarà poi lo sviluppo dell’intera scena prog (Giovanni Barbo).

MOVING PICTUERS (Mercury Records, 1981)

Fantascientifica? Avveniristica? Questa e molto altro è “Tom Sawyer“, che apriva ufficialmente gli anni ’80 dei Rush, dopo che su “Permanent Waves” ce n’erano state le avvisaglie. Lo fa con un uso dei sintetizzatori massiccio, frutto dell’intuizione di Geddy Lee che seppe – anziché rifiutarli sdegnosamente o diventarne schiavo – trasformarli in una formidabile arma per far viaggiare il sound della band verso nuovi lidi. “Moving Pictures” è un album più arioso di quello che lo ha preceduto, dal dinamismo di “Red Barchetta” alla liquida “Limelight“, con la sua riflessione sulle implicazioni della ribalta del successo, è un susseguirsi di pezzi che parlano al mondo e hanno una dimensione indubbiamente nuova, e non a caso si tratta dell’album più venduto dei Rush. Anche i frangenti più spiccatamente prog mostrano una svolta decisa nel sound, dalla strumentale “YYZ” alla complessa “The Camera Eye“. L’inquietante incedere di “Witch Hunt” aggiunge tinte di mistero ad un album che è la perfetta sintesi di passato, presente e futuro e costituisce uno degli apici assoluti della discografia della band canadese (Giovanni Barbo).

EXIT…STAGE LEFT (Mercury Records, 1981)

Oltre ad avere un titolo assolutamente meraviglioso, il primo album live dei Rush per la decade in oggetto è la perfetta sintesi di quello che la band era riuscita a mettere in atto fino ad allora, con un occhio di riguardo per la produzione degli ultimi quattro album in ordine di tempo. Del periodo precedente rimangono infatti solo due testimonianze, ovvero “Beneath, Between & Behind” e “A Passage To Bangkok” (quest’ultima traccia venne esclusa dalla prima versione dell’album su CD ed era presente solo su vinile, per ricomparire poi nella versione rimasterizzata). C’è spazio per tutti i membri della band indistintamente, dall’ottimo assolo confezionato da Neil Peart durante “XYZ” ai perfetti intrecci ra Geddy Lee ed Alex Lifeson, e per tutti gli stili possibili e immaginabili. Le atmosfere rarefatte di “Jacob’s Ladder” si esprimono al meglio anche in sede live, così risultano efficaci “The Spirit Of Radio” e “Red Barchetta” ad inizio album. “Exit…Stage Left” mantiene inoltre una stretta connessione con gli ultimi anni dell’attività dei Rush, se si tiene presente che diversi brani qui contenuti, come “Tom Saywer“, “La Villa Strangiato” o le già citate “XYZ” e “The Spirit O Radio”  hanno continuato a far parte delle setlist della band fino all’ultimo periodo della loro carriera. Un album che ha avuto un buon successo nel momento della sua pubblicazione e che mantiene tuttora un buon livello di interesse (Anna Minguzzi). 

SIGNALS (Mercury Records, 1982)

“Astenersi passatisti”, questo il “segnale” da legare alla continua e turbinosa evoluzione del trio made in Canada. Dopo il boom di “Moving Pictures” (soprattutto negli States con oltre 4 milioni di copie vendute), i nostri scommettono fortissimo creando “Signals”, a.D. 1982. Un passo ben dentro il sound degli eighties, con illuminazioni new wave ed elettroniche incastrate a perfezione nelle dinamiche di Peart, Lifeson e Lee. Un disco che racconta le suggestioni di una band attenta, pronta a raccogliere le sfide di una musica che cambia con una rapidità incredibile. Bene l’urgenza di “The Analog Kid” tra prog, assalto quasi punk e suggestioni wave negli arrangiamenti: davvero un bel biglietto da visita per iniziare a raccontare l’evoluzioneSubdivisions“, “Chemistry” e “Losing It” (capolavoro) sono le migliori storie raccontate in un disco che mette in prima linea i synths e la voglia di puntare sulla canzone senza perdere la trama della stessa, da sempre vera anima dei nostri. Svolta pop? Assolutamente no, ma un prog moderno e capace di leggere tra le pieghe di un mondo che correva a perdifiato. Verso cosa era (ed è) ancora da capire, ma nonostante tutto/i i Rush dimostrarono di avere le idee ben chiare. E questo anche nei passi successivi della loro carriera (Saverio Spadavecchia).

GRACE UNDER PRESSURE (Mercury Records, 1984)

Ambientazioni futuristiche e distopiche, citazioni letterarie a profusione, l’abbondante utilizzo delle tastiere che colloca l’album nel pieno delle sonorità del decennio e una serie di ritardi nella sua preparazione, dovuti alla mancanza di un produttore. Sono questi alcuni dei tratti distintivi di “Grace Under Pressure“, decimo album in studio per i Rush, che per certi asppetti costituisce un punto di rottura con la storia precedente della band (per il termine della collaborazione con lo storico produttore Terry Brown) e per altri, invece, prosegue il discorso intrapreso con il precedente “Signals”. Forse sono queste dicotomie a rendere più controverso il giudizio sull’album, che comunque contiene pezzi come “Afterimage” o “The Body Electric” che sono rimasti emblema del sound dei Rush in questo decennio. Certo, le frequenti escursioni nel synth pop potrebbero lasciare, e anzi hanno lasciato interdetti quegli ascoltatori alla riceerca di un rock progressivo senza particolari scossoni. In realtà, la bellezza di “Grace Under Pressure” sta proprio nel suo essere una dimostrazione di come i Rush abbiano saputo ricavare il meglio dagli stili predominanti dei decenni in cui si trovavano. Un altro aspetto caratteristico del lavoro è la dicotomia fra suoni apparentemente freddi, congelati in una perfezione che lascia poco spazio alle emozioni, e testi, invece, densi di una carica emotiva che ha avuto pochi rivali. Oltre ai brani già citati si può pensare a “Red Section ‘A’” che parla dell’incombere della morte in un campo di concentramento.Un disco fatto di contrasti, che in un modo o nell’altro lascia difficilmente indifferenti (Anna Minguzzi). 

 

POWER WINDOWS (Mercury Records, 1985)

La pelle che cambia, muta, si “colora” ancora di più di nuovo, ma nel DNA resta vincolata alle proprie radici. “Power Windows” continua a raccontare i Rush negli anni ’80: suoni dal sapore sintetico, tastiere per una vera visione electro-prog. Come resistere ad un brano come “The Big Money”? Un classico Rush, dalla chitarra tagliente di Lifeson alla batteria intricata e trascinante di Neal Peart, senza dimenticare le evoluzioni di Lee alla voce e basso. Una band che costruisce il proprio suono, senza subire gli anni ’80 restando anzi estremamente riconoscibile. I sintetizzatori che punteggiano senza sosta tutto l’album sono il trademark di un disco che nonostante la patina di “plastica” scava con efficacia nel suono di quegli anni unendo anche qualche intuizione new wave. Il chorus elegante di “Grand Designs” e la sublime architettura melodica di “Marathon”. “Power Windows” a distanza di 34 anni ci dimostra (oggi più che mai) che solo i grandissimi sono in grado di plasmare le mode senza subirle (Saverio Spadavecchia).

HOLD YOUR FIRE (Mercury Records, 1987)

Se non fosse per due sciagurati pezzi come le conclusive “Tai Shan” e “High Water”, due dei punti più bassi dell’intera produzione saremmo qui a celebrare un vero capolavoro; sono profondamente convinto di quanto affermato perché se anche il più scettico tra i critici riuscisse a soprassedere sulla produzione patinata e tipicamente ottantiana del duo Collins/Burton (peraltro responsabili di album immortali di Queensrÿche, Gary Moore e altre decine d’artisti), all’apporto esterno di Jim Burgess e Andy Richards alle tastiere e a linee vocali dichiaratamente pop, riscoprirebbe delle composizioni splendide e soprattutto arrangiate con un gusto senza pari. Non si potrebbe pensare altrimenti di “Force Ten” (presenza fissa nelle scalette live), “Prime Mover”, “Lock And Key” (una delle canzoni più sottovalutate dei nostri) o il capolavoro assoluto “Turn The Page” con un lavoro di basso pazzesco ad accompagnare una chitarra dai fraseggi inusuali. Nonostante la semplicità di fondo e i testi di Peart molto meno criptici che in passato, è molto difficile condensare in poche righe una presentazione esaustiva per un album come “Hold Your Fire” (e lo stesso discorso varrebbe per tutte le altre gemme della discografia dei Rush); non possiamo far altro che suggerirvi di riscoprire il “red album”. (Alberto Capettini)

A SHOW OF HANDS (Mercury Records, 1989)

Fino a questo punto della loro carriera i Rush hanno fatto le cose con metodo: dopo quattro dischi in studio, un doppio live chiude un ciclo e se ne apre un altro, con una svolta stilistica. Il loro terzo disco dal vivo, registrato nei tour inglesi e statunitensi, è quindi un suggello alla fase più impastata di suoni elettronici del loro percorso musicale. Nei live precedenti ad aprire le danze è sempre stato il primo brano del terzo disco del ciclo musicale che si andava a chiudere, ed anche in questo caso la regola è rispettata: si parte con “The Big Money” da “Power Windows”, e tutto l’album pesca dal repertorio che va da “Signals” a “Hold Your Fire”, con le uniche eccezioni di “Witch Hunt”, dell’eterna “Closer To The Heart” posta in chiusura e di un assolo in batteria non inserito in un brano ma a sé stante, intitolato “The Rhythm Metod.  Se nei live precedenti colpiva, com’è ovvio, lo stupefacente virtuosismo dei singoli a servizio di un grande suono d’insieme, su questo impressiona anche la capacità di organizzare un suono così articolato ed arricchito di un grande apparato tastieristico, suonato da Geddy Lee, restando il solito trio.

E le atmosfere, pur distanti come non mai per la band canadese da hard rock e prog, restano ugualmente di grande fascino. Basta ascoltare le progressioni strumentali di “Marathon” e “Distant Early Warning”, o le grandiose aperture di “Manhattan Project” e “Mystic Rhythms” per rendersi conto che anche in questa più discussa fase i Rush non hanno fatto altro che portare la loro musica in territori nuovi, in cui la parola “attualizzazione” per una volta non faceva rima con “svendita”, ma era parte di un percorso ragionato e coerente.

Con i dischi successivi, la cui svolta sarà un ritorno a sonorità dominate dalla chitarra, lo schema così preciso si romperà, complici le tragiche vicende personali di Neil Peart e probabilmente le nuove esigenze di un mercato discografico in mutazione e da lì a non molti anni in declino (Daniele Zago).

PRESTO (Atlantic/Anthem, 1989)

Dopo l’ennesimo live pazzesco (e ne seguiranno molti altri) quale era stato “A Show Of Hands” era tempo per i Rush di cambiare produttore (per il defilarsi di Peter Collins) e la scelta ricadde su Rupert Hine che, se vogliamo, alleggerì ancora di più il loro impatto pur curando i dettagli in maniera maniacale. Sono particolarmente legato a “Presto” perché fu l’album che segnò il mio avvicinamento ai Rush e da “metallaro” che stava vivendo gli anni d’oro del proprio genere preferito rimasi ipnotizzato (positivamente parlando) dalla classe e dalla leggerezza di quest’album. Se prendiamo in considerazione l’intera parabola dei Rush possiamo oggi affermare che “Presto” si dimostrerà un album di passaggio tra un tipo di sonorità e un indurimento del classico power trio; i suoni sono sì leggeri ma molto puliti e secchi anche se non mancano alcuni pezzi sottotono come la title track o “Hand Over Fist”. Sono altresì presenti tracce epocali (anche se contestualizzate) come “Show Don’t Tell”, “Superconductor” e “Red Tide” ma in generale (a parte l’affetto personale di cui sopra) “Presto” non è certamente da annoverare tra le cose più riuscite di Lee/Lifeson/Peart ma un buon lavoro di transizione. (Alberto Capettini)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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