Rush: tutta la discografia degli anni ’70

C’era un vuoto, un anello mancante, un buco nell’archivio di Metallus e questa porzione da colmare è diventata ancor più assordante quando qualche settimana fa il trio delle meraviglie, altrimenti noto con il nome di Rush, ha deciso (per una serie di motivi personali) di ritirarsi dall’attività live dopo circa 45 anni di attività, lasciando aperto solo un barlume di speranza solo per quanto concerne eventuali un nuovo studio album.

I Rush sono stati una band diversa, una cosa a sé nel mondo della musica hard rock; si sono fatti letteralmente da soli sciorinando un songwriting in continuo mutamento ed una perizia strumentale che è cresciuta a dismisura man mano che gli anni passavano fino alla recente consacrazione della Rock N’ Roll Hall Of Fame. Per molti, come chi vi scrive, questo riconoscimento è stato semplicemente un suggello ad una carriera stellare, composta pressoché solo da capolavori e da concerti leggendari. Musicalmente i nostri sono stati i fautori dell’unione tra blues, hard rock, progressive e pop rock mentre a livello lirico Peart ha elevato la semplice scrittura di testi a piccoli stralci di letteratura andando a chiudere un cerchio degno di Giotto.

Assolutamente non paragonabile ad un articolo biografico approfondito o ad un’analisi completa di tutti gli album, questa prima tranche di uno speciale suddiviso in tre parti passa in rassegna la prima decade della carriera di Geddy Lee, Alex Lifeson e Neil Peart o in maniera più confidenziale Dirk, Lerxst & Pratt, un trio indissolubile che forse non ha raccolto quanto avrebbe meritato a livello commerciale ma che ha contribuito ad elevare il rock a vera e propria arte. (Alberto Capettini)

RUSH (Mercury/Polygram, 1974)

rushDopo la più classica delle gavette (comunque parecchio interessante per alcuni aneddoti che vi consigliamo di approfondire) i Rush esordirono con un album eponimo non ancora a livello da Rock N’ Roll Hall Of Fame, abbastanza derivativo, anche se il trio (ancora con John Rutsey dietro le pelli) era già dannatamente convinto dei propri mezzi; se ne accorse, infatti, la loro storica label Mercury che pochi mesi dopo la prima stampa su Moon Records ristamperà il lavoro innescando una carriera mitica. Impossibile non citare i Led Zeppelin per gli “urletti” di Geddy Lee (“Finding My Way”) che scimmiottava palesemente Robert Plant o i Cream per la commistione di blues e proto hard rock; il chitarrismo di Alex Lifeson (“Need Some Love”) era però già una nota distintiva che lo renderà uno dei migliori chitarristi rock di tutti i tempi per quel gusto melodico impareggiabile amalgamato ad una tecnica di prima classe coltivata fin dai tempi della scuola in quel di Toronto. “What You’re Doing” e “In The Mood” (col suo sfacciato appeal radiofonico) confermano una band ancora acerba ma talentuosa e un pezzo immortale come “Working Man” ci fa rivalutare dopo quarantadue anni un lavoro forse troppo poco considerato dalla critica. (Alberto Capettini)

FLY BY NIGHT (Mercury, 1975)

Il secondo album dei Rush, uscito nel febbraio 1975, segna un vero e proprio punto di svolta per la band. “Fly ByRush_Fly_by_Night Night” è infatti il primo album con Neil Peart alla batteria, un ingresso che consacra il trio con la formazione che impareremo a conoscere dagli anni e che segna una svolta nei testi e nel genere musicale proposto. Con questo album inizia la carriera vera e propria dei Rush nell’ambito del progressive rock, arriva il primo brano strutturato in più parti (“By-Tor & The Snow Dog“, titolo nato da un curioso incontro con due cani da parte di un roadie della band), si introducono nei testi tematiche ispirate alla letteratura, in particolare quella fantasy (con “Rivendell”, citazione da “Il signore degli anelli”) e in generale il sound del gruppo cambia radicalmente. Un grande salto qualitativo, quindi, evidente gia dalle prime note dell’opener “Anthem” e che si articola via via lungo il corso del lavoro. Neanche quaranta minuti di registrazioni, con una forza espressiva e una capacità di emozionare di prim’ordine. Geddy Lee mantiene il suo modo di cantare ma inizia a sviluppare uno stile più personale, mentre Neil Peart è già integrato a tutti gli effetti nel gruppo. Niente da eccepire, il seme ormai è stato gettato e il terreno è fertile e pronto a dare molto frutto.  (Anna Minguzzi)

CARESS OF STEEL (Mercury/Polygram, 1975)

rush caress of steelTerzo lavoro della band, “Caress Of Steel” è quello che segna definitivamente lo spostamento dell’attenzione della band su uno sviluppo più originale del proprio sound, che dalle radici blues rock d’ordinanza si trova sempre più contaminato con partiture progressive e in cui vanno assumendo centralità le lyrics di Neil Peart. A quanto racconta Lee, ciò potrebbe essere legato al fatto che durante le registrazioni di “Caress Of Steel” i tre erano “pretty high” (guardatevi l’interessantissimo documentario “Beyond The Lighted Stage”), sta di fatto che queste caratteristiche si consolideranno come trademark della loro musica. Le più complesse “The Necromancer” e “The Fountain Of Lamneth” – con dei passaggi di batteria semplicemente spettacolari, in particolare, annunciano i Rush che verranno e stupiranno il mondo. Ma pure le prime tre tracce non sono da sottovalutare: il basso pulsante e la voce in perfetto Plant-style di Geddy Lee introducono nella trascinante “Bastille Day”, e ancor oggi la sfrontata energia di “I Think I’m Going Bald” e il relax che si respira in “Lakeside Park” fanno il loro effetto. “Caress Of Steel” è anche la prima copertina per i Rush di Hugh Syme, che da allora ha firmato le cover di tutti gli album della band. L’album fu una delusione dal punto di vista commerciale, ma è stato decisamente rivalutato nel corso degli anni. (Giovanni Barbo)

2112 (Mercury, 1976)

Aperto dalla immortale suite che porta lo stesso nome “2112” è ormai entrato nell’immaginario comune come unorush 2112 dei grandi dischi dell’hard rock rock di contaminazione progressiva, un ruolo meritato e dall’influenza incalcolabile sulle generazioni future. Se però il concept favoloso e commovente che occupa la prima facciata rimane uno degli apici storici della musica di quegli anni, di certo non di poco conto sono i brani del secondo lato, se pur lontani dalle tentazioni progressive di “2112”. L’hard pungente di “Something for Nothing”, l’eleganza di una “Passage To Bangkok”, l’ispirazione letteraria di una “Twilight Zone”… Impossibile, anche dopo tutti questi anni, non rimanere affascinati non solo dalla qualità delle composizioni, ma anche dall’amalgama unica che mostrano i tre musicisti. Ogni singolo minuto di questo disco racconta di come i Rush fossero a questo punto della carriera arrivati ad un livello di maturazione stilistica pieno, che diventerà punto di partenza per le evoluzioni successive. Che dire, una capolavoro (Riccardo Manazza).

ALL THE WORLD’S A STAGE (live, Mercury/Polygram, 1976)

rush_all the world's a stage_cover-600x600L’appuntamento con il disco dal vivo è uno di quei passaggi che per una band, soprattutto negli anni settanta, era visto come fondamentale. Ed è forse questo l’unico caso in cui i Rush non arrivano prontamente a livelli assoluti di eccellenza, almeno rispetto alla reale qualità proposta negli show. Come dimostrano infatti i bootleg che circolano da anni, la band ha sempre avuto, sin dagli inizi, una resa live spettacolare, ma per qualche motivo questo “All The World’s A Stage” non riproduce la stessa grandeur. La responsabilità va ovviamente addebitata in gran parte ad una qualità d’incisione non proprio perfetta, che non riesce a trasmettere né la perfezione formale a cui la band ci ha abituato, ma neanche a pieno quella botta live che è normale attendersi da un gruppo ancora in parte grezzo. Bellissima la scaletta, ma abituati ad associare il nome Rush alla perfezione assoluta, in questo caso siamo costretti a fermarci al più che buono (Riccardo Manazza).

A FAREWELL TO KINGS (Mercury, 1977)

Dopo lo sfogo artistico di “2112” e i bagordi del successivo tour che consacrò in maniera definitiva i Rush comerush a farewell to kings stella mondiale del rock non era facile tornare in studio e mantenere il ritmo di pubblicazioni che stavano caratterizzando quel periodo della loro carriera. “A Farewell To Kings” è un lavoro in apparenza più semplice, con temi più ancorati alla vita quotidiana in cui i canadesi snelliscono la forma canzone, anche se contiene due lunghe composizioni come “Xanadu” e “Cygnus X-1” ancora in odore di sperimentazione; la prima contiene uno dei riff più noti della storia hard rock ed è cangiante (Neil Peart ne detta l’andamento) e sorprendente come solo i Rush sanno essere (mi piace parlare ancora di loro al presente per nutrire qualche speranza) mentre la seconda prelude ad un lavoro più complesso come sarà “Hemispheres”. Non è certamente da meno la title track che nonostante un inizio di chitarra pizzicata evolve in un pezzo molto vario così come non si può non citare “Closer To The Heart”, uno dei loro singoli di maggior successo e che vedeva la collaborazione di uno scrittore esterno (Peter Talbot) per la prima volta. Un classico del rock da accaparrarsi subito. (Alberto Capettini)

HEMISPHERES (Mercury, 1978)

rush hemispheresNel 1978 i Rush pubblicano “Hemispheres”, loro sesto album composto da 4 canzoni per un totale di 36 minuti: il lavoro si apre con il proseguio della traccia conclusiva del precedente ”A Farewell To Kings”, quasi a far capire che l’opener “Cygnus X-1 Book II: Hemispheres” ne è il continuo ideologico, una straordinaria suite di 18 minuti divisa in sei movimenti, sontuosa, tecnicamente ineccepibile e sbalorditiva. I Rush riescono a giocare a proprio agio su terreni meno accidentati e la dimostrazione è data da “Circumstances”, un pezzo che, seppur più semplice rispetto allo standard dei canadesi, riesce a coinvolgere grazie a un ritornello molto orecchiabile in lingua francese ma in grado di esprimere eccellenti variazioni stilistiche ed emozionali. La terza traccia, “The Trees”, probabilmente è uno dei pezzi a cui gli aficionados del terzetto straordinario non potrebbero mai rinunciare: le liriche riguardanti una disputa fra fazioni di alberi differenti che lottano per la luce, metafora politica e della vita introdotta da un giro di chitarra di stampo folk che si arricchisce man mano alternando momenti più hard con pennellate che vanno a creare atmosfere più placide fra le frasche dei verdi protagonisti del titolo. La chiusura di questo capolavoro in album è affidata ad uno degli strumentali più sontuosi e fantasmagorici del progressive rock che corrisponde al titolo di “La Villa Strangiato”: il sottotitolo, “An Exercise In Self-Indulgence”, definisce anche le coordinate del brano con l’ironia dei tre (prima traccia completamente strumentale della band), complicato tecnicamente, in cui si alternano hard rock, momenti di musica classica (il primo movimento di chitarra) e spunti che saranno un nuovo caposaldo con cui ci si dovrà confrontare negli anni a venire. Fondamentali, come sempre, tanto da riuscire a racchiudere galassie raggiungibili a pochissimi altri musicisti in soli quattro brani. (Fabio Meschiari)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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