Rainbow: “Rising” 40th Anniversary – Il nostro Track By Track

Quando si parla di hard rock, uno degli album di riferimento è sicuramente “Rising” dei Rainbow di Ritchie Blackmore, che per la seconda fatica in studio è accompagnato dalla voce di Ronnie James Dio e da una band completamente rinnovata composta da Jimmy Bain, Tony Carey e Cozy Powell. L’album venne pubblicato esattamente quarant’anni fa, il 17 maggio 1976, e il risultato, senza nulla togliere ai compagni d’avventura dell’esordio, è un capolavoro che non smette di affascinare legioni di fan e influenzare centinaia di band: non a caso, la rivista Kerrang lo ha eletto miglior album heavy metal di tutti i tempi. In soli sei pezzi i Rainbow scrivono la storia e definiscono i parametri di quell’hard rock dal sapore epico e regale che continuerà a reinventarsi ed avere successo nelle decadi a venire, specialmente nel Vecchio continente. Un’amalgama esplosivo e al tempo stesso la straordinaria perizia dei singoli danno vita ad un’opera che ancora oggi, a quarant’anni dalla pubblicazione, anche dopo la scomparsa di Powell, Dio e Bain, pulsa di vita, creatività e passione. (Giovanni Barbo)


Tarot Woman

Difficile trovare un’apertura migliore per un album dei Rainbow. L’esplosione sonora con cui si apre il brano, oltre un minuto di mini moog che sembrano diventare una voce umana, introducono un ritmo serrato per un brano dalla potenza esplosiva e dalle ritmiche perfette, su cui si incastona la voce adamantina del migliore Ronnie James Dio. Sei minuti che rasentano la perfezione, scanditi ancora da un assolo di chitarra che sembra semplicissimo e in realtà ci mostra un Blackmore al massimo del suo fulgore, con un altro assolo nel finale, che sfuma lentamente e ci riporta alla realtà troppo presto. Per finire, la storia di una donna tanto misteriosa quanto pericolosa, evocata con poche parole, semplici e ben scandite, come a volerci avvertire in eterno su quanto si debba stare attenti alla donna dei tarocchi. Eccezionale (Anna Minguzzi).


Run With The Wolf

Nonostante la sua breve durata, “Run With The Wolf” è un brano di un’epicità e di una forza clamorose. Il riff di Ritchie Blackmore e l’incidere del pezzo sono micidiali e ti fanno battere il piede immediatamente; il tappeto di tastiere di Tony Carey contribuisce a creare la giusta atmosfera sibillina ed evocativa, mentre l’interpretazione di Ronnie James Dio è superlativa come al solito. Strepitoso poi anche l’assolo centrale di Blackmore: siamo proprio davanti a un classico immortale! (Matteo Roversi)


Starstruck

Starstruck” è la canzone più ruffiana e spudoratamente hard rock dell’album, ma in ogni caso non risulta affatto fuori contesto in un disco tendenzialmente a tinte epiche come “Rising”. E come potrebbe esserlo, dato che siamo davanti a un pezzo davvero irresistibile, veloce e diretto, che mette ben in luce le notevoli doti compositive e interpretative dei nostri? Il lavoro di batteria di Cozy Powell è grandioso al pari del perfetto impianto generale del brano, che non sfigurerebbe certo in una compilation di hit degli anni ’70. (Matteo Roversi)


Do You Close Your Eyes

Pezzo agile e diretto, costruito su un crescendo che anticipa nella sua apparente naturalezza gli anni in cui il sound della band si farà più decisamente “americano”, “Do You Close Your Eyes” è una sorta di stop and go alla rovescia, con il chorus che ci inchioda su un ritornello banale ma ipontico e tremendamente efficace: “Do You Close Your Eyes When You’re Making Love?” canta con la consueta convinzione Ronnie James Dio. Un’altra sfaccettatura del lato più accessibile e ammiccante della band. (Giovanni Barbo)


Stargazer

Autentica pietra miliare dell’hard rock, “Stargazer” è il manifesto dell’epicità fatta hard rock e l’esaltazione assoluta della voce del piccolo grande Ronnie James Dio: una minisuite di straordinaria potenza narrativa che è proprio il risultato di questi due elementi – voce e regalità, su cui si costruisce con forza ed emotività la storia . “I See The Rainbow Rising”grida Dio, e nonostante la trama fantasy riesce a caricare di drammatica credibilità il climax quasi insostenibile del brano.Il riffing indimenticabile che accompagna l’inizio della narrazione e il magico tappeto di tastiere intessuto da Tony Carey perché la potenza della chitarra si sciolga in un’atmosfera eterea e ancora oggi da sogno. (Giovanni Barbo)


A Light in the Black

Una rullata del compianto Cozy Powell a lanciare uno dei riff più belli mai composti da Blackmore chiudono l’imprescindibile “Rising” con una”A Light In The Black” non lontana da quanto Ronnie James Dio proporrà nella sua carriera solista. Nella parte solista è Tony Carey ad aprire le danze con un assolo di tastiere col quale sembra di risentire Blackmore alle prese con Jon Lord; certo è che quando il mainman lascia volare le sue dita sulla Fender è una goduria per cuore e orecchie. Un pezzo che è alla base del power metal degli anni a venire, “A Light In The Black” è una delle tracce più sottovalutate della carriera dei Rainbow, ma per chi scrive in assoluto una delle loro vette compositivo-esecutive. (Alberto Capettini)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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