Queensrÿche: “Operation: Mindcrime” – 30th Anniversary Track By Track

Essendomi avvicinato al mondo metal nella seconda metà degli anni ’80, ho avuto la fortuna (per ragioni anagrafiche) di vivere la “grande stagione” del nostro genere preferito. Accanto ad album votati alla più dogmatica tradizione si iniziava a recuperare un certo spirito sperimentale che era stato tipico della decade precedente. Questo spirito primordiale poteva essere ripescato in vari modi: nella struttura più complessa degli album, nell’accostare una maggiore tecnica strumentale alla fase di composizione, nello sviluppare tematiche liriche più articolate (recuperando la tradizione dei cosiddetti “concept”), unendo al metal più canonico l’ideologia del rock progressivo.

Ecco “Operation: Mindcrime” fu, anzi è, tutto questo (album di platino, per la cronaca)! Nel 1988 i Queensrÿche, già sperimentatori eccelsi in lavori come “The Warning” e soprattutto “Rage For Order”, diedero alle stampe quello che rimane oggettivamente il loro capolavoro, un album dallo spiccato spessore musicale, lirico ed esecutivo; nonostante i suoni un po’ troppo grezzi e pastosi ottenuti del trio d’assi Peter Collins/Jimbo Barton/Paul Northfield (chi ha detto Rush?), a distanza di trent’anni siamo qui a parlare di un lavoro che rimarrà immortale per tutte le generazioni di metal fan a venire. Non a caso vorrei mettere l’accento sul carattere “metal” di questo lavoro: se infatti “Operation: Mindcrime” è alla base dello sviluppo del sottogenere progressive metal, qui non vi è nulla del rock progressivo degli anni ’70 se non nella totale apertura mentale con il quale venne approcciato il songwriting. 

L’artwork scarno, in bianco e nero, è però rappresentativo delle tematiche affrontate da Geoff Tate & Co., con una storyline non particolarmente intricata da seguire ma assolutamente affascinante da un punto di vista metaforico; e la musica di par suo sembra davvero far respirare questa narrazione dandole una valenza più profonda grazie a linee melodiche concise ma geniali.

Era quindi d’obbligo un track-by-track per rinfrescare la memoria a chi non si avvicina a questo album da tempo o aiutare i giovani metal fan a scoprire per la prima volta una delle pietre miliari del nostro genere preferito. (Alberto Capettini)

I Remember Now

Tutto inizia là dove la storia finisce. Un ragazzo solo e con gli occhi vuoti. Senza voce per ricordare i suoi pensieri. “I Remember Now” sussurra Nikki. “I Remember how it started”. E la nebbia sembra quasi diradarsi in una delle intro più riconoscibili e drammatiche di sempre. “I can’t remember yesterday”, sibila e quasi sembra digrignare i denti per la rabbia. Dolore e disillusione che scorrono silenziosi, prima dell’illuminazione, prima della rivelazione. “I just remember doing what they told me”. Si entra nell’abisso. Nikki precipita. Di nuovo. Ed il sangue versato pesa, tanto da lasciarlo vuoto. (Saverio Spadavecchia)

Anarchy – X

E’ il vero inizio della parte musicale di tutto l’album, e come tale, nonostante la sua brevità, “Anarchy – X” è il biglietto da visita che prelude a tutta la maestosità di “Operation…”, e come tale va considerata. E c’è quella X nel titolo, che fa presagire, anche dal punto di vista del concept, quello che accadrà immediatamente dopo. (Anna Minguzzi)

Revolution Calling

Tutto inizia. Tutto parte da un ragazzo disilluso, rabbioso e schiavo dell’eroina. Figlio di una nazione che abbandona gli ultimi e che rende schiavi tutti coloro che non hanno mezzi per affrontare la povertà estrema. Morale ed economica. Una generazione distrutta da programmi spazzatura, da tutta quella merda vomitata dalle televisioni ad ogni ora del giorno. Di ogni dannatissimo giorno. “For a price I’d do about anything, except pull the trigger. For that I’d need a pretty good cause”. Pensa Nikki fino all’incontro fatale con il Dr. X. Predicatore, capo politico solo apparentemente da quattro soldi, ma capace di scaldare le persone che lo ascoltano all’Occidental Park. Nikki cade la prima volta, e viene rapito da quelle parole di rabbia e ribellione. “Who do you trust when everyone’s a crook?”. Tutti sono corrotti, tutti sono la causa di una società ebbra di vuoto e desolazione. Nikki vende l’anima al crudele Dottore, scegliendo inconsciamente di accettare quelle parole di “cambiamento” e “rivoluzione”. Nikki entra nell’abisso. (Saverio Spadavecchia)

Operation: Mindcrime

“Ci vorrà solo un minuto, non sentirai dolore”. Nikki precipita nell’abisso, ed entra nel piano del Dr. X. Per il cambiamento è necessaria una spinta, e quella spinta è lo stantuffo della siringa che penetra le vene del ragazzo. A caccia di una “cura”, senza immaginare di iniziare il processo di “trasformazione” in burattino nelle mani di un uomo senza scrupoli e morale. Un lavaggio del cervello in piena regola, un ragazzo ormai senza più volontà propria. Solo quella del Dottore. Armato, catatonico e in attesa di una telefonata, che di lì a poco cambierà i destini di molti. Nikki non è ancora in fondo all’abisso, precipita senza poter reagire. “You’re a one man death machine. Make this city bleed”. “Welcome to Operation: Mindcrime”. (Saverio Spadavecchia)

Speak

Michael Wilton si lancia in uno dei tanti riff epocali contenuti in questo capolavoro per un pezzo reso epico dai controllanti bassi rispetto alla linea vocale al limite dell’umano propostaci da Geoff Tate; Scott Rockenfield spinge il pezzo dalla sua batteria e musicalmente (assolo compreso) si risentono i Queensrÿche degli esordi, quelli più classicamente metal nonostante da un paio d’album i nostri stessero forse inconsapevolmente tracciando le linee guida per quello che sarebbe divenuto il progressive metal. Siamo nella fase del concept in cui Nikki ha ormai aderito alla Corporation e si prepara alla sua missione (di sicario fondamentalmente). (Alberto Capettini)

Spreading The Disease

Una rullata tribale di Rockenfield, lancia un altro pezzo che ha un’aura quasi mitologica per chiunque ascolti metal dagli anni ’80; Tate segue alla perfezione il riffing della coppia DeGarmo/Wilton fino all’acuto che lancia il refrain. Il solo spezza l’andamento della canzone proiettandoci nell’ipnotica parte centrale del pezzo, stile che ritroveremo applicato anche in “Empire” e che ci fa immedesimare nel personaggio di Nikki, succube dell’eroina e dei primi sguardi ammalianti di Sister Mary (ex prostituta, ora suora). (Alberto Capettini)

The Mission

The Mission” rappresenta uno snodo fondamentale nello sviluppo della storia di “Operation Mindcrime”. La canzone racconta infatti di come Nikki, grazie al suo rapporto con Sister Mary (offertagli come una sorta di premio dal Dr. X e dal suo sodale Padre William) cominci a riacquistare coscienza di sé e a interrogarsi sul reale senso della propria missione. Per rendere in musica questo momento così drammatico i Queensryche optano per un approccio profondamente emotivo, tessendo un brano cupo, incalzante e dalla tensione crescente. Il coronamento per una traccia così speciale non poteva che essere una magnifica interpretazione, sentita e vibrante, da parte di un Geoff Tate in autentico stato di grazia. (Matteo Roversi)

Suite Sister Mary

Con “Suite Sister Mary” la storia raccontata nel concept raggiunge il culmine. Mr. X vuole liberarsi di Padre William e di Mary, ormai non più funzionali ai suoi scopi e ordina ad un sempre più confuso e dipendente dalla droga Nikki di ucciderli entrambi. Uccidere il prete non è un problema, è solo un colpo di pistola tra tanti, ma Mary no, Mary è il suo angelo custode, la donna di cui si è innamorato, l’unica consolazione di una vita sempre più insensata. La canzone racconta attraverso uno straordinario susseguirsi di trasformazioni musicali le emozioni dei protagonisti. Cori magniloquenti, arpeggi quasi gotici e un crescendo da brividi ci fanno vivere i dubbi e la tensione di Nikki, la paura di Mary, la loro vicinanza emotiva e il dramma esistenziale di due outsider che si sono appoggiati disperatamente l’uno all’altro. Forse commettendo un errore fatale… (Riccardo Manazza)

The Needle Lies

Dopo la lunga e complessa “Suite Sister Mary”, la band decide sapientemente di alleggerire l’atmosfera e cambiare registro con la potente e veloce “The Needle Lies”, pezzo più breve e diretto del lotto (escludendo ovviamente gli intermezzi strumentali e/o recitati). Il brano è proprio una saetta scatenata e trascinante, scelta perfetta per rappresentare in note il suo metaforico testo: quest’ultimo descrive infatti la tensione e il clima di scontro che ormai regna tra Nikki e il Dr. X, dopo che il primo si è rifiutato di uccidere Sister Mary e ha deciso di abbandonare l’organizzazione del misterioso leader, mentre il secondo gli fa capire di averlo ancora in pugno grazie alla sua dipendenza dall’eroina. (Matteo Roversi)

Electric Requiem

In un solo minuto di brano si condensa buona parte del dramma di “Operation…”. E’ il momento in cui Nikki trova il corpo di Mary e chiede disperatamente “Don’t leave me…don’t leave me …here“, il tutto accompagnato da un riff che si prolunga il più possibile e che sembra accompagnare la perdita delle speranze del protagonista e dell’ascoltatore stesso (Anna Minguzzi).

Breaking The Silence

Tutto è compiuto. Tutto è perso. Nikki ha toccato il fondo del suo personale abisso. Sorella Mary è morta, la sua vita spezzata ancora una volta. Questa volta per sempre. Nikki non trova pace e la canzone racconta perfettamente l’anima spezzate del giovane tossicodipendente. Un giovane uomo, distrutto da quell’”Electric Requiem” che lo ha abbandonato da solo pochi attimi prima. Nikki scappa dalla realtà, è terrorizzato e senza lacrime da piangere. Cerca risposte, trova solo paura. Nessuno risponde alla sua disperazione. Nessuno. Cade Nikki, questa volta per sempre. Perde tutto. Anche sé stesso. Ed il suo destino ora è nelle mani e nelle manette della polizia. (Saverio Spadavecchia)

I Don’t Believe In Love

Il dramma si è consumato: Nikki ha trovato il cadavere di Sister Mary ed è piombato in uno stato di follia. Si risveglia prigioniero e confuso, comincia a dubitare di se stesso, teme di essere stato lui ad uccidere la donna che amava (eppure cerca di convincersi del contrario, “I didn’t do it”). Uno dei pezzi più noti dei Queensryche, più amati dai fan, forse per il ritornello che rimane impresso fin dal primo ascolto, con quella sorta di mantra, “I don’t believe in love”, ripetuto in maniera quasi ossessiva. Con un’interpretazione arrabbiata e struggente e un testo al limite della poesia, la band riesce a descrivere l’uragano di emozioni di un uomo che si illude di non aver mai creduto nell’amore, quando un amore ormai distrutto era tutto ciò a cui poteva ancora aggrapparsi. (Ilaria Marra)

Waiting For 22

Il senso dell’attesa è espresso magnificamente e, ancora una volta, concentrato in un minuto di intermezzo strumentale. “Waiting For 22” è un brano che lascia spazio all’immaginazione e che permette a chi lo ascolta di immedesimarsi ancora di più nelle vicende del suo protagonista e di renderle proprie, adattandolo alle proprie angosce personali. Tutto questo condensato in un arpeggio dannatamente malinconico su cui si innestano altre linee di chitarra altrettanto struggenti (Anna Minguzzi).

My Empty Room

Ci avviciniamo alla fine, il dramma è ormai compiuto e la voce di Tate non è mai stata tanto attesa a spezzare, se possibile, l’atmosfera di angosciosa attesa. Il brano però parla di mancanza di sonno, di lacrime versate e di sogni che sono delitti, il tutto accompagnato dal ticchettare di un orologio in sottofondo. “My Empty Room” è un crescendo disperato e una sorta di breve monologo interiore in cui Nikki mette a nudo tutta la sua disperazione, terminando con una serie di domande che, si sa, resteranno senza risposta (Anna Minguzzi).

Eyes Of A Stranger

Nikki è solo. Perseguitato dagli incubi, dalle nefandezze compiute e dall’amore spezzato nel sangue per Mary. Uccisa, e non per mano sua. Quel rosario attorno al collo dell’amata lo perseguita, immagine impressa a fuoco nelle sue retine. Nel cervello per sempre. Impossibile dimenticare, impossibile curare una ferita così profonda. Disteso in un letto d’ospedale, senza volontà e con i sogni bruciati da droga e dolore. Nikki è sconfitto, senza più niente e nessuno per cui lottare. La canzone cresce nella tensione drammatica, spacca in due chi ascolta, specchio di quegli occhi che perseguitano Nikki. Tutto è compiuto. Tutto quello per cui lottare ti è stato portato via. Quegli occhi sconosciuti Nikki, ti perseguiteranno per sempre dal profondo di quel letto d’ospedale. (Saverio Spadavecchia)

 

 

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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