Pantera: “The Great Southern Trendkill” 20th Anniversary – Il nostro Track By Track

E’ il 1996 e i Pantera continuano la loro cavalcata inarrestabile pubblicando “The Great Southern Trendkill”: per molti è l’ultimo grande album della band texana e Metallus.it ha deciso di ripercorrere traccia per traccia questa prova discografica che va comunque annoverata fra i grandi CD che il gruppo di Phil Anselmo e del mai troppo compianto Dimebag Darrell ci ha regalato.

The Great Southern Trendkill” viene pubblicato il 7 maggio 1996 per EastWest e presenta i Pantera al massimo livello di pesantezza raggiunta fino a quel momento. Le voci sono in gran parte in screaming, con tempi sempre velocissimi e chitarre ribassate più che non mai. Accanto a una marcata vena estrema, l’album però presenta anche un approccio più sperimentale e meno canonico. Groove Metal, a tutto tondo. A questo punto però la distanza tra Phil Anselmo e la band è già evidente. Il frontman ha debuttato l’anno precedente con i Down e inoltre registra le sue parti separatamente dal resto della band, negli studi di Trent Reznor. Nei testi, emerge prepotentemente il demone della droga, un male che porterà Anselmo verso l’overdose di eroina pochi mesi dopo l’uscita dell’album.

The Great Southern Trendkill

Un urlo disumano, agghiacciante, malato apre “The Great Southern Trendkill”, opener dell’omonimo ottavo album dei Pantera. L’attacco è feroce e violento come la band ci aveva abituati nei precedenti “Vulgar Display Of Power” e “Far Beyond Driven” e tutto lascerebbe pensare a una riproposizione di quanto ascoltato in precedenza. Ma non è così, un anno prima dell’uscita di “The Great Southern Trendkill” Phil Anselmo ha pubblico il debut album de suoi Down e il mood stoner, doom, southern che ha caratterizzato “Nola” riecheggia già nella coda del brano che rallenta, si dilata e sfocia nel lungo assolo conclusivo di Dimebag Darrell. Qualcosa è cambiato nel Pantera-sound e questo fantastico brano rappresenta il ponte ideale tra le due diverse incarnazioni del gruppo. (Pasquale Gennarelli)


War Nerve

Un riff tanto semplice quanto ficcante ed efficace, di quelli che solo Dimebag sapeva scrivere, un crescendo magistrale che finisce per esplodere sotto i potenti colpi di batteria di Vinnie Paul e un Phil Anselmo che canta in maniera più aggressiva e grintosa che mai sono gli ingredienti di “War Nerve”, brano che ha tutte le caratteristiche proprie dei classici pezzi dei Pantera. Immortalata anche nel mitico disco dal vivo “Official Live: 101 Proof”, la canzone è una delle più rappresentative dell’album. (Matteo Roversi)


Drag The Waters

Fu il singolo di presentazione del disco e fece sobbalzare sulla sedia tutti i fan della band. Non tanto per l’incedere rallentato e groovy del riff (cartuccia che si sapeva essere tra quelle a disposizione della band), ma per il cantato ancora più aggressivo e brutale di Phil Anselmo, che abbinato ad un suono che si faceva più compresso e sludgy contribuiva a crear un impasto capace di portare la band un passo oltre. Anche se non ci sono super accelerazioni le urla belluine diventano in alcuni momenti pura rabbia incontrollata, mentre la quasi totale assenza di un appiglio melodico rende “Drag The Waters” una song capace di una cattiveria sommessa pronta ad esplodere in ogni istante. (Riccardo Manazza)


10’s

Un brano strisciante, proprio come il rettile che fa bella mostra di sé in sulla copertina di questo “The Great Southern Trendkill”: i bending di chitarra caratterizzano l’ossatura principale del pezzo, un sound sludge e grunge malato, melmoso, che invischia e trascina tutto in un vortice malsano. Tutto è giocato sulle variazioni dinamiche della chitarra, nel suo riff circolare: l’apertura con arpeggi acustici anticipa un assolo ispiratissimo, che non può che far sospirare tutti gli amanti di Dimebag e pensare a quante cascate di note avrebbe ancora potuto regalare.  (Fabio Meschiari)


13 Steps To Nowhere

“13 Steps To Nowhere” è un mid-tempo dalle dinamiche dilatate, giocato sul ritmo, che trova nella violenza della sezione ritmica formata da Vinnie Paul e Rex Brown la sua arma vincente. La sezione centrale si apre a un riff stoner dal piglio psichedelico che spezza per poco il groove di questo brano. Una veste inedita e accattivante dei Pantera che hanno saputo aprirsi a nuove contaminazioni ed evolvere la propria proposta. (Pasquale Gennarelli)


Suicide Note Pt.1

Aperta da una lunga e soffusa introduzione elettronica, dal sapore mistico-orientale, “Suicide Note Pt.1” è una bella ballad puramente southern, nella quale le regole vengono dettate dal caldo suono della chitarra di Dimebag Darrell e dalla sentita interpretazione di Phil Anselmo. Per tutta la durata di questa emozionante canzone si respirano le atmosfere degli Stati Uniti del Sud, una vera e propria oasi di pace all’interno di un disco tendenzialmente rabbioso. (Matteo Roversi)


Suicide Note pt.2

La lunga suite composta dalle due parti di “Suicide Note” si apre sulle note soffuse e sognanti della southern ballad in part 1 per sfociare nell’aggressiva e convulsa part 2. Una brano folle, malato, aggressivo fino al midollo in cui Phil Anselmo dà libero sfogo al suo cantato schizofrenico, disturbato, dall’attitudine Hardcore e Dimebag Darrell impreziosisce con riff ora sincopati, ora granitici. Non si può restare colpiti dalla doppia anima della band che viene sublimata in questo brano che meglio di altri ci restituisce la giusta cifra stilistica di una band che ha saputo traghettare il Thrash Metal nel nuovo millennio. (Pasquale Gennarelli)


Living Through Me (Hell’s Wrath)

Testo e musica procedono di pari passo in “Living Through Me (Hell’s Wrath)”: parole marce, offensive, da sticker con su scritto “Parental Advisory” e che trattano di droga, sesso e degrado urbano e sociale. Il break centrale si stampo industrial rumorista sulle quali si innesta il recitato suggestivo poco riesce a stemperare la natura belluina del brano, che riprende subito dopo con un massacro a tutto gas per tornare sulle coordinate iniziali e lasciare tramortiti gli ascoltatori con questo concentrato di violenza hardcore. (Fabio Meschiari)


Floods

Floods” è la canzone più lunga in scaletta. Un brano oscuro e intenso, più che una ballata dark diventa una vera e propria litania, capace di porre l’accento sull’atmosfera putrida di un mondo in decadimento. Interessante come invece nella seconda parte la musica si faccia più incalzante e possente, come a rimandare direttamente alla forza purificatrice dell’acqua che sommerge tutto e regala un nuovo inizio. L’assolo profuso da Darrell è uno dei più belli dell’intera discografia della band, ma nell’insieme “Floods” rimane una delle gemme minori, forse non conosciuta dal pubblico più generico, ma molto amata dai die hard fan. (Riccardo Manazza)


The Underground in America

E poi “The Great Southern Trendkill” arriva quasi alla fine. Subito un riff pesantissimo di Dimebag seguito dalla batteria di Vinnie Paul e dal basso pulsante di Rex…fino all’esplosione di rabbia di Phil Anselmo. Una canzone che inchioda l’ascoltatore per la tensione che spunta da ogni nota partorita dal plettro di Dimebag e da ogni colpo sul rullante. Un brano che si “spezza” dopo appena due minuti e mezzo per poi aumentare di potenza e “cattiveria” con un Phil Anselmo sugli scudi, seguito subito dopo da una band ispirata ed un Dimebag stellare che con il suo assolo acido (e dannatamente southern) inchioda gli ascoltatori allo stereo con un feedback che “inaugura”….. (Saverio Spadavecchia)


(Reprise) Sandblasted Skin

….l’ultima scheggia di follia di “The Great Southern Trendkill”: ”(Reprise) Sandblasted Skin”. Mazzata brutale che miscela sapientemente aggressione e momenti di “apparente calma” dove i riff di Dimebag legano con le urla disumane di Phil Anselmo. Una canzone come una dichiarazione di intenti: “Noi siamo i Pantera e questo è quello che siamo”. Un gigante ferito, che avanza con passo pesante ma al tempo stesso deciso, pronto a lanciarsi in una lotta all’ultimo sangue contro un nemico ancora sconosciuto. Una manciata di note che chiudono “The Great Southern Trendkill” nel migliore dei modi possibili. Coda strumentale compresa, con una band che continua a macinare riff e a pestare durissimo. (Saverio Spadavecchia)


anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Zeus

    mmh un pò meno banalismo avrebbe giovato a questo articolo..
    forse il disco più completo della band sicuramente , e soprattutto sto etichettare per forza
    il genere che un gruppo propone è frustrante per chi ama veramente la musica.
    musica è musica senza confini e soprattutto, sta storia del groove metal da chi è stata inventata??
    wikypedia ? gli addetti ai lavori? la musica dei PanterA ha attraversato diversi generi in ambito Metal
    e volerla per forza aggettivare ed assoggiettare come sopra citato riempe il mio giorno di immensa tristezza.
    svincolatevi ragazzi, andate oltre all’ascolto e alle informazioni copia/incolla che qualcuno propina
    per Sacra e immacolata verità.
    vivetela , assaggiatela e annusatela questa musica, altrimenti il tutto mi sà come di
    “versione ufficiale dei fatti” ..

    un abbraccio a tutti gli amanti e seguaci dei più disparati generi e sottogeneri Metal
    ricordandovi che musica è tutto, e che bisogna essere uniti nel sostenere la.scena
    nel suo compleso e nella sua diversità., Zeus Olympo

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    • Tommaso Dainese

      La critica ad ogni costo. Se non se ne parla, se ne dovrebbe parlare. Se se ne parla se ne dovrebbe parlare di più. L’arte perduta di apprezzare ciò che si ha e ciò che viene offerto. Non occuparcene ci costerebbe molto meno. Un saluto. Poi ci dirai da chi dobbiamo svincolarci.

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  2. Fabio Meschiari

    Ciao Zeus. Si tratta fondamentalmente di un tributo a un disco che abbiamo amato ed amiamo: a volte fa sotrcere il naso anche a noi “ingabbiare” la musica in etichette “di comodo” ma è kl’unica maniera per poter far avvicinare magari anche chi non ha mai ascoltato questo CD e per dargli le coordinate necessarie. Il nostro è proprio un invito ad a “vivere, assaggiare e annusare” la musica, come tu ben dici: non siamo oracoli e non vogliamo propinare verità assolute e, personalmente (ma penso tanti altri di noi sul sito) infondono passione per parlare di ciò che piace. Oltretutto, in poche righe stringate non è semplicissimo condensare emozioni (cosa già difficilissima), descrizioni e tutto quanto il resto… Grazie mille del tempo che hai speso per il tuo commento. Spero che continuerai a seguirci, “uniti per sostenere la scena nel suo complesso e nella sua diversità” (cit.) Meskio

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