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La scena metal italiana degli anni 2000 – 12 band che avrebbero meritato di più

Il pubblico italiano, si sa, è sempre stato esterofilo. Anzi, precisiamo ancora meglio il concetto: non solo esterofilo, ma che si muove quasi esclusivamente per i soliti nomi noti. Così, se una band come gli Iron Maiden può godere di un affetto smisurato da parte dei fan della penisola, che li portano primi in classifica ad ogni nuova release e riempiono palazzetti, arene e piazze in occasione di tutte le loro calate italiche (e questo, sia chiaro, non è certo un male), tanti altri gruppi eccellenti, più o meno nuovi, che in centro/nord Europa e negli States fanno furore, da noi sono costretti a suonare davanti ai proverbiali quattro gatti. Se le band straniere ingiustamente ignorate dall’audience nostrana possono tranquillamente farsi una ragione di tutto ciò, lo stesso discorso non vale per i nostri connazionali: senza un mercato interno e una solida fan-base locale a sostenerle, le formazioni italiane, spesso di qualità eccelsa e senza nulla da invidiare ai loro colleghi internazionali, stentano purtroppo anche solo a sopravvivere e a portare avanti la loro passione.

Se negli anni ’80 alcuni pionieri del metal tricolore sono quanto meno riusciti ad avviare carriere decennali e a guadagnarsi un certo status, con tutte le difficoltà del caso, e nella seconda metà dei gloriosi anni ’90 il nostro paese è addirittura stato in grado di esprimere realtà che si sono conquistate il tanto agognato successo planetario, Rhapsody e Lacuna Coil su tutte, negli anni 2000 siamo per certi versi tornati indietro. Nel decennio che va dal 2000 al 2009 in Italia sono infatti emerse numerosissime band straordinarie, con tutte le carte in regola per diventare davvero grandi, ma che a causa di un contesto locale che definire poco frizzante è un eufemismo non hanno mai raccolto quanto seminato in termini economici e di visibilità.

Questo speciale è dedicato ad alcuni di loro, a quelli che potremmo definire gli eroi dimenticati della scena italiana: gruppi che in quegli anni hanno pubblicato il loro primo album ufficiale, a volte anche dopo una gavetta durata anni, e che nonostante l’enorme qualità espressa in quella e nelle successive uscite non hanno ancora/mai ottenuto le meritate luci della ribalta. Gruppi che a volte, purtroppo, si sono addirittura sciolti o non ci fanno più avere notizie da anni; chissà che alcuni di questi non siano in ascolto e che proprio grazie alla lettura di queste righe, nonostante tutto e tutti, non decidano di imbracciare di nuovo gli strumenti, facendo così felici quanti credono in loro. Noi di Metallus faremo il possibile per sostenerli! (Matteo Roversi)


Concept

Concept ReasonInevitabile, parlando di metal made in Italy, non andare a ripescare nella memoria una power prog band, un genere in cui abbiamo fatto scuola negli anni 2000. In quel di Roma nacquero i Concept, facendosi notare da critica e pubblico con un demo dal titolo “Time Before”, che permise di mettere le mani sull’agognato contratto con la nostrana Underground Symphony e di trasformare un sogno in realtà. Se il discorso della gavetta, dello sputare sangue per emergere, della fatica per ottenere un minimo di visibilità vale per tutte le band underground, se vogliamo, per i Concept lo sforzo fu ancora maggiore, perché dovettero far fronte ai problemi di salute legati al cantante. Ma si sa, dall’amore per la musica e le nostre passioni riusciamo a tirare fuori il meglio di noi ed il gruppo capitolino, più unito che mai, si recò agli Zenith di Lucca, dove nacque il disco d’esordio, “Reason And Truth”, un piccolo capolavoro di power metal con venature prog e neoclassiche.

Il successo arrivò soprattutto nella terra del Sol Levante, dove il pubblico andava in visibilio per il sound tipico di Royal Hunt et similia, ma non per questo i Concept si fossilizzarono in fase compositiva, adagiandosi sugli allori. Il secondo album, “The Divine Cage”, è un lavoro à la Shadow Gallery, caratterizzato da incursioni nel prog metal di classe, sorretto da una sezione ritmica imponente, con Andrea Arcangeli (DGM) sugli scudi e Gianni Carcione, una vera forza della natura, a svolazzare sulle linee vocali. All’uscita del disco, nel 2005, la band vide interrompersi la propria carriera artistica, ma non dopo aver lasciato ai posteri canzoni di grande valore come “Power After Power”, “Don’t Let Me Down” e “My Divine Embrace”. (Alessandro Battini)


Doomsword

DoomswordLa band di Gallarate inizia la propria carriera nel 1997 grazie alla spropositata passione del chitarrista e cantante Deathmaster per il fantasy e soprattutto per la storia medievale da un lato e dall’altro per tutti i grandi gruppi che hanno costruito e reso immortale il genere epic metal. Il primo album (capolavoro) “Doomsword” del 1998 nasce quasi come un omaggio a gruppi come Manowar, Bathory (periodo epico), Candlemass, Manilla Road, Cirith Ungol, ecc. e propone un sound roccioso e potente alternando poesia e melodia, aggressività (moderata) e toni cupi. I nostri ottengono subito riconoscimenti importanti sia in Italia che all’estero e viene fondato anche un fan club.

Tre anni dopo arriva l’altrettanto valido “Resound The Horn” (2002) che conferma un gusto quasi doom/epic dei nostri ed esce per la Dragonheart Records, che resterà anche per il futuro l’etichetta della band. Il terzo CD “Let Battle Commence”(2003) è un concept album che parla dell’invasione da parte dei vichinghi di Ivarr Senz’ossa di York, capitale della Northumbria, nell’866. In questo lavoro le coordinate sonore cambiano abbastanza visto che abbiamo il capitolo più duro e cattivo dei Doomsword ed anche l’apporto melodico diminuisce. Passano altri quattro anni e con “My Name Will Live On” i nostri tornano con un album che ricorda le origini ed alterna momenti più cadenzati ed epici come“The Great Horn” ad altri doomish o ancora brani veloci come “Steel Of My Axe”. La gloriosa cavalcata dei Doomsword si ferma (per il momento) con “The Eternal Battle” del 2011, altra gemma di indubbio valore che riconferma tutte le qualità dei nostri. (Leonardo Cammi)


Inchiuvatu

InchiuvatuUn fastidioso preconcetto accosta spesso il black metal alle nazioni nordeuropee, ma non è così, non soltanto. Ne è un chiaro esempio la Scena Mediterranea, una vera e propria unione di band attorno alla figura del carismatico Agghiastru che dagli inizi degli anni’90 si è sviluppata in Sicilia (più precisamente nella zona di Agrigento) dando vita a un qualcosa di unico. Le band della scena mediterranea sono state in grado di maneggiare la crudezza del black metal in modo del tutto personale, combinandola con il folclore siciliano, con i profumi e i colori di una terra unica. Il tutto è avvenuto in modo quasi contemporaneo ad altre band del bacino come i Moonspell e i Rotting Christ, che a inizio carriera proponevano comunque uno stile ben più estremo e derivativo. Sono numerosi i gruppi che fanno parte della Scena, tutti raccolti attorno al suo leader. Tra queste la più caratteristica è quella degli Inchiuvatu, ovvero “inchiodato”, riferimento non solo a Gesù Cristo (rappresentato come un profeta) ma in generale alla condizione umana di incapacità di reazione di fronte agli ostacoli posti dalla vita.

Testi orgogliosamente in dialetto siciliano (solo di rado in italiano e in inglese) e uno stile davvero unico garantito dall’utilizzo degli strumenti di musica popolare, insieme ad alcuni divagazioni sinfoniche. La grandiosità del Mediterraneo è qui racchiusa, insieme alla sua bellezza, ai suoi misteri e alle sue leggende. La band nasce nel 1993 e pubblica quattro album tra il 1997 e il 2008, tra i quali vi consigliamo caldamente “Viogna” (2000) e “Piccatu” (2004), perfetti esempi di commistione tra black e dark/folk. Dal 2008, dopo la release dell’ultimo full-length “Miseria”, la band si dedica all’uscita periodica di EP, tutti legati da un filo rosso di natura concettuale. L’ultima testimonianza è “Via Matris” del 2014, entusiasmante rilettura in chiave acustica del black metal, nuova conferma dell’unicità del progetto Inchiuvatu. (Andrea Sacchi)


Johnny Burning

johnnyburningbandVera e propria meteora degli anni 2000, i Johnny Burning fanno parlare di sè nel 2008, quando non solo diventano la prima uscita discografica della neonata etichetta Street Symphonies Records, ma riscuotono un tale successo che la prima edizione del loro disco d’esordio va esaurita e costringe l’etichetta a una ristampa. Attivi per pochissimo tempo, con il loro disco d’esordio, intitolato “Get Up, Get Loose, Get Off!“, il quintetto imolese riesce a coniugare hard rock, glam anni ’80 e blues, fondendo in una manciata di brani una voce graffiante, una sezione ritmica compatta e tessuti intrecciati a doppia trama fra le chitarre sempre impeccabili.

In attività fra il 2008 e il 2010, la band riesce anche a dare il proprio contributo per una compilation incisa a tributo di Dave Lepard, primo cantante dei Crashdiet, e grazie alla presenza sul territorio dell’allora fiorente Bologna Rock City, riescono anche ad aprire per il concerto tenuto a Bologna dagli stessi Crashdiet. Pochi giorni dopo quel concerto, i due chitarristi annunciano la loro uscita dalla band, che da lì a poco si scioglie. Due terzi dei Johnny Burning sono poi confluiti negli Speed Stroke, ma questa è un’altra storia (Anna Minguzzi).


Malnàtt

malnatt2012Il Collettivo Malnàtt, sotto la guida illuminata del Maestro Pòrz, è qui per risvegliare le coscienze e creare nuova musica e dare inizio a una Nuova Era.” Chiaro no? Almeno questo è quanto riporta la pagina Facebook dei Malnàtt, oggi ribattezzati The Malnàtt Collective. Dal 1999 ad oggi, il gruppo bolognese guidato dall’eclettico Pòrz ha portato una ventata d’aria fresca nella sclerotica scena black metal, finendo per stravolgere l’interpretazione stessa del genere. A volte è dannoso affrontare le cose con troppa serietà e la maggiore leggerezza di intenti che gli emiliani hanno portato nel genere non può che fare bene. I Malnàtt sono un gruppo che manifesta parecchia ironia, in particolar modo durante i live show (che taluni additano di cabarettismo) mentre i testi delle canzoni presentano zone di malinconia ben più marcate di quanto non si pensi. Il gruppo nasce nel 1999 con il nome di Kolon, cambiato in Asgard l’anno successivo e finalmente in Malnàtt (“sporco” in dialetto bolognese) nel 2001. La band è inizialmente dedita a una commistione tra black e folk metal dove non mancano strumenti tangenziali come la fisarmonica e le percussioni e si distingue per i testi pungenti in dialetto bolognese. “Perle Per Porci” (2002) e “Carmina Pagana” (2005) rendono i Malnàtt piuttosto noti a livello locale e anche nel resto d’Italia. “Happy Days” (2007) comincia a mettere in luce alcuni cambiamenti.

Il folk degli esordi è in parte accantonato a favore di un black melodico e ricercato con alcune particolarità (non mancano infatti strumenti atipici come la tromba) mentre le liriche alternano il dialetto bolognese all’italiano. “Pornokrator” è un vero inno, mentre parecchi pezzi mettono in luce le liriche intelligenti e sardoniche di Pòrz. “La Voce Dei Morti” (2008) prosegue su questa linea, mentre la band musica con originalità alcune poesie italiane ed internazionali scritte, tra gli altri, da Emilio Praga, Salvatore Quasimodo, Emily Dickinson e Giovanni Pascoli. Passano quattro anni prima di “Principia Discordia”, album che vede la line-up ridursi a quattro elementi e stabilizzarsi su di un black metal propriamente inteso, per quanto sempre interessato dall’ottima tecnica esecutiva del gruppo e soluzioni melodiche adatte al contesto. Humor nero e nichilismo la fanno da padroni in liriche sempre più satiriche e sottili, come dimostrano “Il Canto Dell’Odio” e “Don Matteo”, coraggioso brano che denuncia episodi di pedofilia negli ambienti ecclesiastici. Nel 2014, l’estetica futurista di “Swinesong” suggella il percorso dei Malnàtt, che diventano un gruppo di avanguardia a tutto tondo, pronto, ne siamo certi, a sorprenderci di nuovo con idee originali e caratteristiche. (Andrea Sacchi)


Markonee

markonee_2008Da una band che deve il suo nome non solo all’aeroporto della loro città di origine (Bologna), ma anche da un’idea di Zakk Wylde, c’è da aspettarsi di tutto. Fondata nel 1999, la band è voluta fortemente da Stefano Peresson, già chitarrista dei Danger Zone negli anni ’80, che riesce a trovare una manciata di fedelissimi con cui realizza una band hard rock in un momento in cui questo genere sembra soffrire particolarmente. La formazione, nel corso della sua carriera, ha subito alcuni cambiamenti di formazione, in particolare dietro al microfono, per cui i tre album finora pubblicati dalla band bolognese hanno tutti un cantante diverso. Lo stile invece rimane improntato su un hard rock classico ma estremamente brillante e sempre vario, condito da esibizioni dal vivo ricche di energia e, perchè no, anche di qualche cover celebre (“We’re An American Band” dei Grand Funk Railroad, ad esempio) o dissacranti (“Time Warp” dalla colonna sonora del “Rocky Horror Picture Show”, ad esempio).

Il primo album del quintetto esce nel 2006, si intitola “The Spirit Of Radio” ed è un concept album incentrato sulla vita di Guglielmo Marconi. Tre anni dopo, con l’uscita dal gruppo del cantante Emiliano Gurioli, è il turno di “See The Thunder“, un album più breve rispetto al precedente ma altrettanto intenso. Nel decennio successivo arriverà invece “Club Of Broken Hearts”, con alla voce Alessio Trapella, polistrumentista di estrazione classica che collabora anche con la band progressive UT -Uno Tempore. I Markonee hanno poi alternato il lavoro in studio con moltissimi live, di spalla a band come Gotthard, Winger (con cui hanno condiviso anche un tour nel Regno Unito), House Of Lords, Crucified Barbara e molti altri (Anna Minguzzi).


Raising Fear

raising fearI Raising Fear nascono dall’unione di tre entità musicali differenti e interessanti; abbiamo infatti il chitarrista Alberto Toniolo che aveva realizzato alcune discrete demotape (power molto tosto stile Grave Digger) con i Wartrains, il chitarrista Yorick, autore di ottimi lavori con i progressive Helreid, ed infine il singer Rob Della Frera, ottimo nella sua precedente band Deadline. L’unione di un heavy metal potente e di una ricerca melodica più spiccata ha dato vita nel 2005 a “Mhytos”, ottimo album di power metal che conferma come possa risultar vincente una miscela che unisce l’approccio diretto e tenace del power massiccio alla melodia ricercata. A livello di testi i nostri costruiscono un concept tematico che presenta alcuni dei “miti” più noti.

“Avalon” è il secondo album che arriva subito nel 2006 ed è ancora un concept, questa volta incentrato sul ciclo bretone. Il sound migliora decisamente grazie anche ad una registrazione più efficace e la miscela sonora già conosciuta colpisce ancora nel segno. Nel frattempo i Raising Fear riescono ad ottenere riconoscimenti anche dal vivo grazie ad alcuni live riusciti come il concerto di spalla ai Brocas Helm o la partecipazione al mitico Tradate Iron Fest. Purtroppo negli anni successivi Yorick lascia la band ed il terzo CD dei nostri, intitolato “Eternal Creed” (2010), è quindi un album più quadrato che mantiene la formula del concept e narra le avventure dell’alchimista viaggiatore Wolfram. (Leonardo Cammi)


Soul Takers

soul takersArrivata come un fulmine a ciel sereno sulla scena, la band milanese, progetto dalle sorelle Badalini, affondava le proprie radici nella musica classica. I Soul Takers, prima dello scioglimento nel 2008, diedero alle stampe due album (uno per Northwind, l’altro per Dragonheart) di rara bellezza, dotati di grande raffinatezza compositiva ed appeal emotivo. Quando il pianoforte diventa strumento principe ed il violino solista disegna architetture sonore metalliche e, nello stesso tempo, di classe, si creano momenti magici come in “Tides”, esordio sulla lunga distanza uscito nel 2005, colto e coinvolgente. Per una volta non ci sono donne dietro al microfono, infatti le due fanciulle, leader incontrastate dei Soul Takers, si occupano dei due strumenti solisti, chitarra e tastiera, che vanno a braccetto nei brani senza mai sovrastarsi uno con l’altro.

Il secondo album, “Files In A Jar” (2007) è un esempio maturo di come si possa comporre metal sinfonico senza essere mai banali, attraverso una fase di songwriting devota ai maestri della classica, ma senza per questo perdere la freschezza e l’immediatezza dell’impronta hard ‘n’heavy. Difficile trovare nei due cd pubblicati canzoni che spiccano sulle altre, perché l’esperienza sonora proposta dai Soul Takers è da vivere tutta d’un fiato e nella sua totalità, come un’opera teatrale divisa in atti. Quindi, pescando nel mucchio, ci vengono in mente la decadente “Icon” o la romantica “Chasing Clouds”, tra ghotic metal e colonna sonora. I nostri sono da considerare una delle band di heavy sinfonico più originali della scena italiana e non degli anni 2000: difficile trovare ancora oggi gruppi di riferimento, così come lavori con un’anima teatrale così marcata. Chissà dove avrebbero potuto arrivare se avessero continuato… (Alessandro Battini)


Spite Extreme Wing

Spite-Extreme-Wing-bandAttivi tra il 1998 e il 2008, gli Spite Extreme Wing sono da considerare una delle più interessanti realtà di musica estrema dello scorso decennio,tanto in Italia, quanto in Europa. Un po’ più di fortuna o forse una migliore distribuzione di prodotti discografici di alto valore avrebbe giovato al gruppo ligure, che di fatto non aveva nulla da invidiare a realtà ben più blasonate. Il progetto nasce attorno alla figura del vocalist e chitarrista Argento, coadiuvato nel suo percorso dal bassista e tastierista Azoth. Dopo un primo demo di black metal primordiale cantato in lingua inglese uscito nel 1999 (l’autore di questo articolo conserva ancora gelosamente la cassetta), gli Spite Extreme Wing mostrano di cosa realmente fossero capaci nel successivo “Arcano Incanto”, per poi unire la demografia nel debut “Magnificat” del 2003. Qui emergono influenze che si rifanno a numi tutelari come i Darkthrone, ma l’approccio del gruppo è più melodico e personale e il loro black, pur riverberato e freddo, possiede un afflato epico emozionante sentito raramente e rafforzato dalle liriche in italiano. Un black possente e misterioso, ideale viatico del cammino esoterico/spirituale intrapreso dal leader e qui messo in musica.

Il successivo “Non Dvcor, Dvco” (2004) , mostra ancora più la natura epica e vicina a tematiche storiche del gruppo, che per quanto controverse sono sviluppate dal leader in modo lucido e imparziale. Il motto dannunziano caro ai legionari fiumani ci introduce negli anfratti di un black metal che si esprime con forza e orgoglio, raggiungendo l’apice nell’aggressiva “In Su La Vetta” e nel cadenzato “Disperazione – Il Ciclo Si Chiude”, che raccoglie numerose soluzioni d’atmosfera. Il 2005 è l’anno di “Kosmokrator”, un compendio che raccoglie brani composti da Argento tra il 1995 e il 2000 che non avevano trovato posto su “Magnificat”, oltre ad alcuni inediti.

Un’interessante caratteristica di questi due album è da vedersi nella registrazione, per la quale la band ha scelto delle location naturali (Il Forte Geremia sull’Appennino Ligure per “Non Dvcor, Dvco” e una chiesa romano-gotica per “Kosmokrator”) per poter sfruttare l’acustica e i riverberi degli strumenti senza ricorrere ad alcun artificio. Nel 2008 esce “Vltra”, un altro album grandioso che tocca la tematica del viaggio (spirituale) con citazioni all’Odissea e le consuete osservazioni di carattere storico/culturale. Ancora una volta il gruppo fa leva su sensazioni epiche e aggiunge al crudo black metal alla base del sound, una tecnica esecutiva andata affinandosi. Dieci canzoni orgogliosamente senza titolo e interpretabili soggettivamente tra le quali spunta una splendida destrutturazione di “Helter Skelter”dei Beatles. Da allora, purtroppo, la band ha fermato la produzione di materiale musicale. (Andrea Sacchi)


Thunderstorm

ThunderstormTra le numerose realtà di immenso valore emerse in Italia negli anni 2000 ce n’è anche una di ambito doom, e che realtà! I bergamaschi Thunderstorm, con la loro personalissima proposta a base di sonorità massicce e atmosfere cupe, hanno infatti incantato pubblico e critica per una decina d’anni, rendendo più che mai attuale il celebre detto “nemo propheta in patria”, dal momento che hanno sempre avuto più successo in Germania che nel loro paese natale. Nati negli anni ’90, ma arrivati al debutto ufficiale solo nel 2000 con il disco “Sad Symphony”, i nostri si fanno subito valere con gli ottimi album “Witchunter Tales” e “Faithless Soul”. E’ però nel 2007 che arriva il capolavoro assoluto con il folgorante “As We Die Alone”: un suono denso, riffoni pesantissimi, tocchi di psichedelia e space rock e un’atmosfera malata, ma resa a tratti tollerabile da una preziosa vena melodica di fondo, dipingono un quadro davvero unico e personale.

Il combo lombardo si ripete ancora una volta su elevati livelli qualitativi con il platter “Nero Enigma”, uscito tre anni dopo, un intrigante concept che entra nella mente di un serial killer e possiede tutto il feeling e le sensazioni oscure espresse magistralmente dal cinema noir e thriller italiano degli anni ’70. Percorso questo cammino trionfale, nel 2011 arriva purtroppo la doccia fredda: il leader della band Fabio “Thunder” Bellan annuncia con un comunicato stampa lo scioglimento del gruppo. Dopo questa triste notizia, a noi non resta che sperare che un giorno questa meravigliosa formazione decida di tornare sui propri passi! (Matteo Roversi)


Wonderland

Quando musicisti del calibro di Andrea Torricini, Vic Mazzoni e Frank Andiver mettono in piedi un progetto, come può essere un buco nell’acqua? I Wonderland nacquero alla fine degli anni novanta dalle menti di questi tre fenomeni della scena metal italiana, che avevano già fatto grandi cose con Labyrinth, Shadows Of Steel, Vision Divine e Projecto, e diedero alle stampe due album ed altrettanti mini. Se la base musicale dei nostri era il power metal di scuola italiana, diffusosi qualche anno prima grazie a Skylark, Secret Sphere, Highlord e compagnia, tante erano le influenze a partire dal rock-pop, amplificate dal timbro del vocalist Alex Hall. Se in quel periodo erano in voga i cantanti che cercavano di arrampicarsi sulle note più alte, per seguire le orme di Kotipelto, Tiranti e Kiske, i Wonderland sorpresero un po’ tutti con linee melodiche garbate ed emozionanti, perfettamente incastonate su rifferama power metal e sfuriate in doppia cassa.

Ne vennero fuori due dischi di spessore, piuttosto originali in un contesto molto standardizzato in quel periodo, dove uscivano ogni mese band uguali in serie ed indistinguibili tra loro. Il debut omonimo conteneva song anche più lunghe e strutturate, come l’opener “The Fallen Angel”, o la sintetica “Look Into The Sky”, in cui Frank Andiver si sbizzarriva anche agli arrangiamenti, non nascondendo il proprio amore per i suoni moderni e la musica dance. Il seguito, “Follow Me”, anticipato dal singolo “Eternally”, hit trascinante del platter, presentava composizioni anche più mature con sperimentazioni ritmiche non solo fossilizzate su passaggi speed. La title track, la quasi progressive “The Silence” e l’opener “Last Time My Memory” sono solo alcuni dei piccoli gioielli che ci ha regalato questa valida band, sparita troppo presto dalla circolazione. (Alessandro Battini)


Wotan

WotanWotan hanno una storia lunga fatta di passione, cuore ed un’attenzione assoluta per le loro canzoni; infatti i nostri, attivi fin dal 1988, hanno pubblicato “solo” due ottime demo (“Thunderstorm” del 1993 e “Under The Sign Of Odin’s Crows” del 2000), due album ed un EP, “Return To Asgard” (2011), che è stato poi realizzato aggiungendo tre tracce che lo rendono di fatto un CD completo. Il sound dei Wotan è un epic metal fiero e possente che affonda le sue radici nel sound dei Manowar più vigorosi per poi crescere con una personalità ben definita e riconoscibile non solo per le composizioni musicali, ma anche per gli originali testi proposti. Infatti, oltre alle tematiche classiche del genere, i nostri aggiungono canzoni che parlano della cupa storia longobarda come “Drink In The Skull Of Your Father”, oppure degli ussari in “Hussard de la Mort” o ancora della rotta di Roncisvalle in “Le Chanson de Roland.”

Quando usciva il primo album “Carmina Barbarica” (2004) i nostri erano già ampiamente conosciuti in Germania e soprattutto in Grecia, dove tuttora vengono chiamati per suonare come headliner in festival locali (non è un caso se l’etichetta che ha fatto uscire il loro debutto è proprio la greca Eat Metal). Il CD propone dodici canzoni-capolavoro alternando arrembanti cavalcate e rocciosi cadenzati dal forte sapore epico. Il successivo “Epos” mantiene la formula vincente aggiungendo anche brani più lunghi ed articolati che rendono ancor più interessante il lavoro dei Wotan; aggiungiamo che in questa release partecipa come ospite Ross The Boss (ex Manowar, Death Dealer, Dictators, ecc.) in due brani. Siamo ora in attesa del nuovo concept album sulla saga dei Nibelunghi su cui i nostri, come da tradizione, stanno lavorando da anni… ma ormai ci siamo. (Leonardo Cammi)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

alessandro.battini

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E’ il sinfonico della compagnia. Dai Savatage ai Dimmu Borgir, passando per i Rhapsody, predilige tutto ciò che è arricchito da arrangiamenti sontuosi ed orchestrazioni boombastiche. Nato e cresciuto a pane e power degli anni ’90, si divide tra cronache calcistiche, come inviato del Corriere Dello Sport, qualità in azienda e la passione per la musica. Collezionista incallito di cd, dvd, fumetti, stivali, magliette dei concerti, exogini e cianfrusaglie di ogni tipo, trova anche il tempo per suonare in due band.

11 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Alex

    Non avete preso in considerazione i Zona, forse la migliore trash/death band italiana degli anni 90

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  2. Luca

    Ma i Novembre?!?

    Reply
    • Tommaso Dainese

      Ciao Luca, Novembre come molte altre band italiane (Elvenking, Secret Sphere ecc) non sono state incluse proprio perchè non sono state sottovalutate come le band inserite. Loro come altri hanno trovato un buon riscontro sia in Italia che all’Estero.

      Reply (in reply to Luca)
  3. mattia

    credo che anche se hanno fatto un solo disco, il suo valore avrebbe dovuto far entrare i dammercide di diritto in questa lista. Un disco incredibile, sottovalutatissimo dalla stampa dell epoca

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  4. RITCHIEBLEED

    l’unico gruppo italiano che aveva portato un’ondata di aria fresca e originalità sono i RAZA DE ODIO…poi tutti i gusti son gusti 😉

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  5. Giorgio

    Si sente un po’ la mancanza degli Infernal Poetry

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  6. Gianni

    E gli Heimdall? Tanta roba… Lord Of The Sky non si può toccare… 😉

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  7. bastacolpowerperfavore

    Non prettamente metal, non proprio di questo millennio, ma per me i più sottovalutati di sempre: Church Of Violence
    Avrebbero meritato infinitamente di più :/

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  8. vittorio

    Mancano gli athena con A new religion? uno dei capolavori pìù sconosciuti

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    • Riccardo Manazza

      Visto che gli Athena sono una band che ha avuto la quasi totalità della carriera negli anni novanta non è che mancano, sono semplicemente rimasti fuori perché non del tutto attinenti allo spazio temporale preso in considerazione. A new religion?, ad esempio, è un disco del 1998.

      Reply (in reply to vittorio)
  9. Indijo55

    Resta comunque il fatto che la band più sottovalutata di sempre sono i Dark Quarterer che nonostante tutto da circa 40 anni vanno avanti imperterriti sulla loro strada!!!!

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