Iron Maiden: “Somewhere In Time” – 30th Anniversary Track By Track

Somewhere In Time” non è soltanto un album degli Iron Maiden, bensì un compendio di ciò che è stato il metal negli anni’80 una volta raggiunta una solida e vastissima popolarità in termini di pubblico. Una cover entrata nell’immaginario collettivo affianca l’iconico cyber-Eddie a innumerevoli citazioni di canzoni del gruppo, ad esempio un Icaro che cade dal cielo, l’orologio digitale che segna le 23:58 e dietro questo la piramide che si riferisce chiaramente a “Powerslave”.

Un disco concepito tra l’altro in un periodo, sembra, piuttosto burrascoso per la band. Nell’estate del 1985 si era concluso il monumentale “World Slavery Tour”, un evento che portò una fama planetaria agli inglesi ma al contempo causò alcuni dissapori tra loro. Il gossip degli addetti ai lavori dell’epoca parlava di un Bruce Dickinson sempre più stanco e in conflitto con Steve Harris, fatto verosimile considerando la forte personalità dei due e lo split che arrivò sette anni più tardi, ma gli Iron Maiden lo misero a tacere rispondendo con un album impeccabile, un pezzo da novanta che non può e non deve mancare nella collezione di chi mastica un certo tipo di musica.

Accolto con un iniziale sospetto per la presenza di quei guitar synth dannatamente anni’80 ma visti come una minaccia per la purezza del sound (i judas Priest ne avevano pagato le spese con “Turbo”, criticato da più parti),“Somewhere In Time” mette invece d’accordo fan vecchi e nuovi. I synth appaiono più che altro come semplici arrangiamenti e il trademark è inconfondibile: epico, potente, barocco e con alcune ricercatezze che non lasciano dubbi sulla validità di Adrian Smith come autore solitario (compose ben tre pezzi). Sono passati 30 anni esatti da allora e Metallus.it vi offre un giusto tributo al disco attraverso il nostro consueto track by track. (Andrea Sacchi)


Iron Maiden: “Somewhere In Time” – 30th Anniversary Track By Track

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Caught Somewhere in Time

La title track, posta in apertura dell’album, tratta un argomento piuttosto gettonato nella letteratura, nella musica e nel cinema: la vendita dell’anima al diavolo. Ma lo fa alla maniera degli Iron, utilizzando immagini forti e frasi ad effetto, amplificate dalle risate sataniche di Dickinson. Il pezzo ci fa subito comprendere quale sia la linea dell’album, con tastiere di accompagnamento, divagazioni quasi progressive ed una costruzione complessa ed assai nuova per la band inglese. Non mancano i duelli di chitarra tra Murray e Smith nell’intro ed il basso martellante di Harris, che ci introduce alla parte accelerata di “Caught Somewhere in Time”, fino poi a sfociare in un ritornello quasi epico, di quelli che ti si ficcano in testa fin dal primo ascolto (ma forse ripetuto un po’ troppo…). La parte strumentale è di rara bellezza ed amplifica lo stile inconfondibile a rincorrersi tra le due asce, conducendoci ad una parte finale coinvolgente e c’è un pizzico di rammarico, che i Maiden non abbiano mai inserito questo pezzone in un live album. (Alessandro Battini)


Wasted Years

Ripreso nel corso dell’ultimo The Book Of Souls Tour come brano conclusivo dei concerti, “Wasted Years” è uno di quei brani dei Maiden che, oltre ad essere riconoscibili immediatamente dalle primissime note, non è mai stato messo veramente da parte e occupa una nicchia importante nei cuori dei fan. Il messaggio lasciato è molto chiaro, ed è un invito a non buttare via la propria vita in cose inutili e a non cercare i propri anni d’oro, che sono esattamente quelli che stiamo già vivendo. Un invito a cogliere l’attimo, quindi, e a non vivere di rimpianti, nonostante tutto il testo, e quindi tutto il brano, sia permeato da un forte senso di malinconia, come se si sapesse che si sta già sprecando il proprio tempo, a dispetto di tutti gli avvertimenti del caso. Il tutto è contraddistinto da una ritmica di quelle che caratterizzano da sempre il sound dei Maiden e da una lunga parte strumentale centrale, che in parte riprende in riff di apertura e in parte lo approfondisce e lo sviscera in tutti i suoi più reconditi recessi, prima della ripresa del ritornello e del suo messaggio positivo (Anna Minguzzi).


Sea Of Madness

Brano veloce e potente, in cui la sezione ritmica di Harris – McBrian spiana la strada ad un guitar riff adrenalinico. “Sea Of Madness” segue la concezione compositiva di “Somewere In Time”, respingendo alcune soluzioni più scontate, in favore di un songrwriting arzigogolato, con passaggi strumentali diversificati, a valorizzare un refrain altrettanto interessante. Al centro i Maiden si prendono il lusso di rallentare e provare qualche divagazione più aperta ed eterea, perfetta per descrivere lo stato d’animo della canzone, lasciandoci addosso quella sensazione di malinconia e solitudine, che Smith esprime in questo testo emozionante. Dickinson, istrionico nei numerosi saliscendi vocali, è perfetto dietro al microfono anche in passaggi stilistici così distanti tra loro, nonostante Bruce, ai tempi dell’uscita del disco, dichiarò nelle interviste di non essere affatto soddisfatto della propria prestazione, arrivato col fiato corto dopo il mitico tour di “Live After Death”. Brano particolare sì, ma che resta un grande classico. (Alessandro Battini)


Heaven Can Wait

Con il suo ritmo veloce, che costringe Bruce Dickinson ad acrobazie vocali vicine quasi a uno scioglilingua, “Heaven Can Wait” è uno di quei brani apparentemente minori nella discografia dei Maiden, ma che meriterebbero un’attenzione maggiore. Il testo è una sorta di monologo ricco di immagini che ormai appartengono all’immaginario popolare e che riguardano le sensazioni provate da un ammalato in bilico tra la vita e la morte; non manca niente, dalla sensazione di vedere il proprio corpo dall’alto al lungo tunnel da percorrere, e il brano si conclude con una serie di domande rimaste in sospeso su quello che sarà il destino finale dell’ammalato. Diversi cambi di ritmo, sempre guidati dalle chitarre, spezzano più volte l’atmosfera prima dell’ultima strofa (quella, appunto, piena di domande sul destino finale) e dell’ultimo ritornello, che comunque lascia ampio spazio alla speranza (Anna Minguzzi).


The Loneliness Of The Long Distance Runner

Si tratta di un altro brano scritto da Harris e probabilmente parzialmente ispirato dal film omonimo del 1962 (o dal racconto di qualche anno prima). Le liriche però si concentrano prettamente sulle sensazioni procurate da una lunga competizione di corsa, presa in qualche modo a metafora delle difficoltà di raggiungere un obiettivo che richiede dedizione e costanza inossidabili. Musicalmente la resa di tali sensazioni è perfetta e si concretizza in un brano teso sia nella musica che nelle linee vocali, con una ritmica variegata, veloce ed incalzante. Quanto di meglio per descrivere la difficoltà intrinseca nel tenere alto il ritmo sapendo che il traguardo è ancora però molto lontano. L’adrenalina scorre, ma va tenuta sotto controllo per non bruciare troppe energie, il desiderio di restare davanti è forte, ma quando si arriva alla fine si capisce che la sfida è prima di tutto contro se stessi e che la vera vittoria sta nell’abbattere i propri limiti e nello sconfiggere le proprie paure.“The Loneliness Of The Long Distance Runner” è un brano tra i meno noti della band, ma allo stesso tempo è una canzone bella e significativa, che andrebbe fortemente rivalutata. (Riccardo Manazza)


Stranger In A Strange Land

Secondo singolo estratto dall’album, “Stranger In A Strange Land” è uno dei pezzi composti da Adrian Smith. Per ovvie ragioni il brano ha un tiro piuttosto accattivante (sebbene non rimanga come uno dei più rappresentativi della band) e i synth un po’ alla 80’s wave sono decisamente più abbondanti, soprattutto all’inizo. Più orientato ad un hard rock barocco che all’heavy metal a tutto tondo, “Stranger In A Strange Land” è giocato sulla linea melodica delle chitarre, vanta un assolo tagliente ma parecchio catchy del nostro Adrian e un refrain piacevole che si perpetua anche alla fine della canzone. Il brano è ispirato al romanzo omonimo dello scrittore di fantascienza Robert A. Heinlen e il testo parla di una spedizione di scienziati che si perde in un luogo sconosciuto, i cui corpi vengono ritrovati anni più tardi ibernati in una parete di ghiaccio. (Andrea Sacchi)


Deja Vu

Introdotta dagli arpeggi di chitarra, “Deja Vu” è una canzone veloce che poggia su di una linea melodica avvincente (altrettanto l’arioso assolo al centro del brano). Si tratta di un altro pezzo che arriva dai sogni inquieti di Steve Harris e vagamente ispirato a un episodio della serie cult “Ai Confini Della Realtà”. Il testo parla appunto del “deja vu”, ovvero quella sensazione, di solito accompagnata da un leggero smarrimento, di essere già stati in un posto, oppure di aver già vissuto un evento. Salta subito all’orecchio come la voce di Bruce Dickinson (pur inconfondibile) sia leggermente distorta dagli effetti e resa più maligna, forse per esprimere al meglio l’alone di mistero che il brano vuole suggerire. (Andrea Sacchi)


Alexander The Great

La fascinazione di Harris e soci per la storia non è certo una novità per gli amanti della band e prima o poi era quasi scontato che i Maiden avrebbero dedicato una canzone ad un grande condottiero che incarna più di ogni altro lo spirito epico e battagliero dei tempi antichi. “Alexander The Great” non è forse mai stata una canzone del tutto amata dalla band, tant’è che non è mai stata inserita nella scaletta dei concerti. Da un lato probabilmente perché l’argomento trattato era talmente vasto ed importante da renderne difficile la soddisfacente esposizione in una solo canzone (in effetti la narrazione storica è un tantino frettolosa), dall’altro perché l’andamento armonico tipico di molte composizioni di Harris la rendeva meno particolare di altre canzoni della scaletta. Nonostante questo“Alexander The Great” rimane dopo tanti anni uno dei migliori brani epici della band, caratterizzata oltretutto da un break centrale quasi progressivo particolarmente azzeccato (verrebbe in mente un paragone con certi Fates Warning, non fosse una ipotesi da lesa maestà). A modo suo si tratta di un classico, probabilmente ben presente nelle playlist degli amanti dell’epic metal. (Riccardo Manazza)

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riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

alessandro.battini

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E’ il sinfonico della compagnia. Dai Savatage ai Dimmu Borgir, passando per i Rhapsody, predilige tutto ciò che è arricchito da arrangiamenti sontuosi ed orchestrazioni boombastiche. Nato e cresciuto a pane e power degli anni ’90, si divide tra cronache calcistiche, come inviato del Corriere Dello Sport, qualità in azienda e la passione per la musica. Collezionista incallito di cd, dvd, fumetti, stivali, magliette dei concerti, exogini e cianfrusaglie di ogni tipo, trova anche il tempo per suonare in due band.

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Luca

    Anche se non sono stati inseriti propriamente in Somewhere in Time, perché non includere Juanita, That Girl e Reach Out? Alla fine sono stati registrati insieme.

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    • Max

      Hai ragione sono B-side di gran classe, so che esiste una ristampa che è durata poco dove c’era un secondo CD appunto con le B-side dei singoli…. peccato che andata subito fuori catalogo….

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  2. Simone

    Il mio album preferito degli Iron Maiden e mi spiace parecchio che, Wasted Years a parte è praticamente ignorato nelle loro setlist.

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