Iron Maiden: “Seventh Son Of A Seventh Son”- 30th Anniversary Track By Track

Nel festeggiare il trentennale di “Seventh Son Of A Seventh Son” devo cercare di lasciare i ricordi personali chiusi in un cassetto ed essere il più oggettivo possibile; dico solo che il settimo (appunto) album degli Iron Maiden è stato uno dei viatici che mi hanno portato ad ascoltare metal e che già allora mi ha fatto capire come il nostro genere preferito possa essere dotato di mille sfaccettature.

Successo planetario di vendite a parte, l’album è anche considerato dalla maggior parte dei fan come uno dei lavori più riusciti degli inglesi mentre una fetta minore di pubblico lo ritiene eccessivamente melodico e ricercato. Sta di fatto che “Seventh Son Of A Seventh Son” proseguiva musicalmente nella svolta keyboards oriented di “Somewhere In Time” (tramite l’uso di vere tastiere e non più guitar synths in questa occasione) mentre a livello di liriche presentava un concept incentrato sulla figura del Settimo Figlio che sarebbe dotato di doti paranormali (Harris trasse libera ispirazione appunto da “Seventh Son” di Oscar Scott Card, romanzo storico/fantasy uscito proprio l’anno prima).

L’artwork del fido Derek Riggs ci presentava il tronco di Eddie con la testa in fiamme sospeso in un’ambientazione polare (contrasto voluto), quasi distante e futuristica (anche se non riconducibile alla copertina dell’album precedente) e ispirata dalle profezie contenute in alcuni dei testi.

Gettiamoci quindi in questo track by track a tributo di un lavoro imprescindibile per ogni metal fan andando anche a scandagliare i criptici testi appunto ma volendo fondamentalmente sottolineare quanto questi 30 anni non abbiano minimamente scalfito un’opera semplicemente immortale. (Alberto Capettini)

MOONCHILD

La traccia introduttiva di “Seventh Son Of A Seventh Son” è un piccolo Bignami di tutto quello che troveremo nel prosieguo dell’album: intro acustico/recitata che ritroveremo a chiudere in maniera circolare l’album, giro di tastiere passato alla storia come intro di centinaia di concerti, le famose terzine del basso di Steve Harris che sembrano far “galoppare” i pezzi dei Maiden e lanciano la cavalcata (per rimanere in tema equino) sospinta da Nicko McBrain fino ad un refrain epico da cantare a squarciagola… insomma un pezzo da novanta rappresentativo del metal più classico ma al contempo innovative; non sono ovviamente da meno le parti soliste della coppia Murray/Smith (questa sarà l’ultima prova in studio di Adrian prima del rientro avvenuto nel 1999) che generano una linea armonica memorabile. Il testo di “Moonchild” ruota intorno al punto di vista del settimo figlio (un figlio mai nato che potrebbe essere tale anche per i “consigli” di Lucifero nei confronti della madre perché teme che cresca e lo possa sconfiggere); dato che l’album è zeppo di dicotomie, in “Moonchild” abbiamo il punto di vista “diabolico” e nel corso dell’album scopriremo come il settimo figlio del settimo figlio rifiuti i cosiddetti poteri di cui sarebbe in possesso anche se si rassegna ad essi (in quanto ereditati). (Alberto Capettini)

INFINITE DREAMS

Dopo un inizio incalzante e di presa, affidato a “Moonchild”, con “Infinite Dreams” si cambia del tutto registro. La canzone ha infatti un andamento atipico, privo di strofa e ritornello, e un tono più riflessivo. Emergono qui le influenze del rock progressivo e dell’hard anni settanta che spesso (e ancora maggiormente in anni più recenti) hanno fatto capolino nella musica degli Iron Maiden. La personalità della band non ne viene comunque minimamente intaccata, al contrario, “Infinite Dreams” è una gemma che proprio per la sua particolarità risplende fulgidamente come una delle migliori canzoni in scaletta. Le liriche spostano il focus sul padre del Settimo Figlio prossimo nascituro, anch’egli settimo e ossessionato da incubi terribili, frutto probabilmente di intromissioni ultraterrene e di facoltà che egli stesso non capisce e non domina. Un grande potere sta per scatenarsi e le forze dell’universo sono pronte per scontrarsi con l’intento di controllarlo. Possibile avere un ruolo in tutto ciò senza impazzire totalmente? (Riccardo Manazza)

CAN I PLAY WITH MADNESS

Primo singolo del settimo album in studio dei Maiden. “Can I Play With Madness” è la rappresentazione del “duello” verbale tra il settimo figlio ed un profeta chiamato a dare spiegazione e respiro alle “allucinazioni” del giovane. Ed  è proprio in questo momento così intenso per il ragazzo, che il profeta si fa beffe del giovane,  ridendogli in faccia affermando che è “troppo cieco per vedere” (“You’re blind, too blind to see”). Da lì il confronto, serrato, drammatico, con uno scontro che arriva all’affermazione del profeta: “La tua anima brucerà in un lago di fuoco!” (“Your soul’s gonna burn in a lake of fire”). Ascoltando la canzone con attenzione è impossibile negare che “Can I Play…” sia una delle canzoni più “lineari” dei Maiden, un singolo scritto con l’intenzione di frustare le radio dal mattino alla sera. Una linea melodica sicura, decisa e dall’appeal innegabile. Un brano storico, amato da legioni di fan che ancora oggi ne cantano le lodi. (Saverio Spadavecchia)

THE EVIL THAT MEN DO

Secondo singolo di “Seventh Son Of A Seventh Son” è una canzone dalla difficile interpretazione, ma che racconta del concepimento del “settimo figlio del settimo figlio”: “Slept in the dust with his daughter” e della maledizione che insegue il padre tanto da non potersi ritrovare con la donna amata. Una storia che si lega ancora di più al concept dell’album e che si perde nelle leggende collegate al “settimo figlio del settimo figlio”, che nei tempi oscuri sembrava essere segno di sventure, o peggio, di una qualche maledizione di radice luciferina. Nonostante la citazione shakespeariana “The evil that men do lives after them, the good is oft interred with their bones” (dalla terza scena del secondo dell’opera del genio di Straford-upon-Avon), che ha segnato l’ispirazione per il titolo ed il chorus della canzone, niente è collegato con il discorso di Marc’Antonio alla folla dei Romani all’indomani dell’assassinio di Cesare. Il brano non ha bisogno di presentazione, vista la notorietà delle note dei nostri: un brano intenso, dinamico di pura matrice Maiden con un Bruce ispirato. (Saverio Spadavecchia)

SEVENTH SON OF A SEVENTH SON 

Intorno al numero sette sono nate nel corso dei secoli tante speculazioni, sia di natura filosofica che religiosa. Stando alla tradizione pagana e a quanto riporta finanche la Bibbia, il settimo figlio di un settimo figlio ha poteri extra-sensoriali, in grado di attingere a visioni dal futuro. La title track ha il compito di “annunciare” la nascita del settimo il figlio (“Today is born the seventh one”), il Prescelto (“He is the chosen one”), colui che ha il potere di rompere il sigillo (“He has the power to heal”) come previsto dalle scritture (“So it shall be wrotten/So it shall be done”). Il parto è atteso sia dalle forze del Bene che del Male, le quali vogliono accaparrarsi il diritto di sfruttarne il potere (“The Good and the Evil which path will he take/Both of them trying to manipulate/The use of his powers before it’s too late”). Il brano ha una struttura progressive che riporta alla mente le composizioni più articolate ed evocative degli Iron Maiden (“Rime Of The Ancient Mariner”, “Alexander The Great” tra i vari). Per gli oltre nove minuti di durata il brano mantiene un’impronta profetica dalla forte connotazione tensiva che sfocia nel finale in un crescendo strumentale di grande impatto. (Pasquale Gennarelli)

THE PROPHECY

The Prophecy” è probabilmente il brano meno noto e proposto dal vivo di “Seventh Son Of A Sevent Son”, ma non per questo dev’essere sottovalutato: il suo livello qualitativo è infatti perfettamente in linea con quello del resto dell’album. Il rarefatto attacco di chitarra del pezzo costituisce un autentico ed emozionante capolavoro, l’incedere della canzone guidato da un grintoso Bruce Dickinson non è poi da meno nel rendere indimenticabile la presente traccia. Un virtuoso assolo centrale e un pregevole outro acustico fanno dunque il resto nel consegnarci l’ennesimo tassello del disco masterpiece che stiamo celebrando. Il trentennale del platter può allora rappresentare l’occasione per riscoprire anche questa gemma un po’ dimenticata. Dal punto di vista lirico la canzone si collega poi direttamente alla precedente “Seventh Son Of A Seventh Son” nel raccontare la storia del Settimo Figlio e dei suoi poteri di chiaroveggenza, descrivendo oscure e tragiche visioni e ben inserendosi nel generale concept mistico dell’album. (Matteo Roversi)

THE CLAIRVOYANT

Per moltissimi anni è stato uno dei brani costantemente in scaletta per i concerti della band e ascoltandolo ben si capisce il motivo. L’incipit di basso e la melodia orecchiabile delle chitarre lo rendono cantabile e trascinante ancora prima che faccia il suo ingresso la, tra l’altro azzeccatissima, linea vocale. Un ritornello che esplode letteralmente e alcuni assoli splendidi per gusto e qualità esecutiva completano l’opera: “The Clairvoyant” è l’ennesimo centro di disco che sfiora la perfezione. Il brano crea tra l’altro una tensione più che adeguata allo scenario dei testi. Il Settimo Figlio ha ormai preso piena coscienza dei propri poteri, ma l’atto della chiaroveggenza ha un costo e ad ogni crescita iniziatica corrisponde un decadimento fisico e aumenta il rischio di perdere il controllo. Ben presto il nostro si accorgerà che la scelta di proseguire sulla strada del soprannaturale potrebbe costargli la stessa vita. Come è possibile che chi ha il dono della Predizione non sia in grado di vedere nel futuro la propria morte, riuscendo così a sconfiggere il nemico peggiore? (Riccardo Manazza)

ONLY THE GOOD DIE YOUNG 

La traccia conclusiva del disco crea un forte (e riuscito) contrasto tra il tono del testo e l’atmosfera generale evocata dal brano. Dal punto di vista musicale, infatti, “Only The Good Die Young” è un up-tempo canonico nello sviluppo e nell’approccio, in cui la componente tecnica del gruppo si esalta e recita indiscussa la parte del leone. La strofa e il bridge creano la giusta tensione che esplode nel ritornello solare e coinvolgente, in pieno stile Iron Maiden. Scorrendo le lyrics, invece, non possiamo non evidenziare un certo umorismo nero che accompagna l’amara riflessione del Prescelto: deciso a farla finita con la sua esistenza, il settimo figlio si fa latore di un detto popolare secondo cui i “buoni” muoiono giovani mentre i “cattivi” hanno una lunga vita. “So I think I’ll leave you/With your bishops and your guilt/So until the next time/Have a good sin”: nella strofa che precede il ritornello finale è racchiuso quel sardonico verso “buon peccato” esemplificativo del disincanto e della delusione del protagonista, giunto ormai all’amara conclusione di un’esistenza vuota e ingiusta. La coda del brano, infine, è affidata al “bardo” Dickinson che riprende l’intro del disco e ricorda, attraverso versi da cabala, il potere evocativo del numero sette. (Pasquale Gennarelli)

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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