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In Flames: Reboot To Remain – Tutte le evoluzioni della band

Essere tra i padri fondatori di un genere non porta solo onore e gloria, ma espone spesso e volentieri a posizioni a dir poco difficili. Resta pedissequamente fedele alle origini e i fan ti definiranno un bollito che va avanti solo per inerzia e per continuare a fare cassa; cambia genere e verrai accusato di tradimento e di essere diventato commerciale. Gli In Flames di riscaldare la stessa minestra per decenni proprio non ne volevano sapere e così, dopo essere stati tra i più brillanti esponenti del melodic death metal e tra i plasmatori del cosiddetto Göteborg-sound, hanno deciso di intraprendere un cammino votato al continuo cambiamento. Scelta non facile, perché ai tempi di “Clayman” (correva l’anno 2000) i nostri erano ormai un’istituzione osannata dalla critica e che vantava adepti in ogni angolo del globo. Il campare sugli allori non rientrava però nei piani di Anders Fridén e compagni, che a partire da “Reroute To Remain”, album uscito nel 2002, fino ad arrivare al recentissimo “Battles” si sono lanciati in una serie di svolte che li ha condotti dall’alternative metal a una proposta ibrida che metal quasi non si può più definire.

L’iniziale sbigottimento dei fan della prim’ora si è presto trasformato in odio e le accuse di tradimento e commercializzazione hanno cominciato a fioccare copiose; dall’altra arte della barricata, però, un esercito di nuovi follower si faceva sempre più forte e numeroso, riempiendo le arene e mantenendo alte le vendite nonostante il periodo di crisi. Nel frattempo i mostri sacri del metalcore americano (chi ha detto Killswitch Engage?) citavano i nostri tra le loro più importanti influenze e la band svedese si guadagnava il posto di headliner ai più oceanici festival open-air europei (Wacken e Summer Breeze per dirne due). La si pensi allora come si vuole sulla qualità musicale del gruppo di Göteborg e sulle ragioni che l’hanno condotto dove si trova ora, ma su un fatto tutti non possono che essere d’accordo: gli In Flames sono stati coraggiosi e hanno vinto la loro personale scommessa. Nel nostro speciale ripercorriamo dunque tutte le tappe della loro carriera, un cammino guidato da un imperativo ben preciso: ricominciare ogni volta e rinnovarsi di continuo per rimanere sempre in vetta. (Matteo Roversi)


Le origini melodic death metal: da “Lunar Strain” (1994) a “Clayman” (2000)

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Agli inizi degli anni ‘90 Göteborg diventa il centro di un nuovo modo di concepire il Death Metal. Grazie alla felice intuizione del giovane chitarrista Jesper Strömblad, una strana miscela che univa Death Metal e musica Folk diede corpo e anima a un primo disco, “Lunar Strain”, uscito nel 1994. La formazione è completata da un altro elemento che contribuirà a forgiare quello che ben presto sarà conosciuto dal mondo come il Göteborg-sound: il cantante Mikael Stanne, che fonderà poi i Dark Tranquillity. L’opener “Behind Space” è il manifesto programmatico della band, un brano che unisce l’aggressività del Death e un approccio esecutivo ereditato del Black Metal con gusto melodico e folk scandinavo. “Starforsaken” sublima in poco più di tre minuti questo ibrido esplosivo e devastante che pone in rampa di lancio la band. Nello stesso anno esce anche l’EP “Subterranean” che, oltre a confermare quanto di buono ascoltato, ha il merito di preparare il terreno per “The Jester Race”, disco uscito nel 1995, e che per i tanti fan della band svedese rappresenta (forse) il punto più alto della discografia della band.

Assestata la formazione, che vede l’ingresso dietro il microfono di Anders Fridén e alla batteria di Bjorn Gelotte, la band amplia le proprie influenze inglobando soluzioni derivate dalla N.W.O.B.H.M. che, unite alla sempre dirompente furia Death, portano gli In Flames a realizzare brani come l’opener “Moonshield” o l’elaborata “Artifacts Of The Black Rain“, coniugando così le due anime della band e scolpendo nelle orecchie dei fan un sound che diventerà il suo vero trademark.

Gli svedesi continuando su questi binari consolidando la propria proposta musicale con la pubblicazione di “Whoracle“, album del 1997 che regala ai fan brani del calibro della rabbiosa “Food For The Gods“, “The Hive” o la sognante ed epica strumentale “Dialogue With The Stars“. In poco più di un lustro la band è riuscita a scrivere delle vere e proprie pietre miliari della storia del Metal. Eppure “Whoracle” rappresenta il capitolo conclusivo di una prima parte di carriera che già nel successivo “Colony” mostra le prime avvisaglie di trasformazione. Se “Embody The Invisible” si lega alla tradizione già con la successiva “Ordinary Story” qualcosa cambia: un tappeto di synth accompagna la strofa caratterizzata dal cantato pulito di Fridén. Non sarà l’unico elemento nuovo visto anche l’Hammond che compare nella title-track e altre piccole avvisaglie di un cambiamento, sia nel cantato che nella forma canzone più accessibile, che prende forma in “Clayman“.

Abbandonate le copertine dell’artista Andreas Marschall, gli In Flames contamino il loro Swedish Death Metal con venature ora Nu-Metal ora Alternative Metal. Il trittico iniziale racchiude la quintessenza di questa trasformazione: cantato pulito, synth e pezzi più orecchiabili danno origine a “Bullet Ride” od “Only For The Week“, brano che a oltre 16 anni dalla sua pubblicazione rappresenta la vera hit della band. Gli episodi felici di quest’album saranno tanti (“Square Nothing” e “Suburban Me” tra gli altri) e nonostante le critiche delle frange più radicali dei seguaci della band, gli In Flames mandano agli archivi un ottimo album che per qualità e voglia di emergere fa il paio con il precedente “Colony“. Agli albori del terzo millennio una nuova creatura di argilla prende forma, un solco viene creato oltre il quale non sarà più possibile tornare indietro. (Pasquale Gennarelli)


La svolta alternative metal: da “Reroute To Remain” (2002) a “A Sense Of Purpose” (2008)

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“Reroute To Remain” segna l’inizio di un nuovo corso: più scorrevole, più groove, più alternative, più moderno  e se vogliamo più velatamente ruffiano, che comincia a rodarsi perché se la prima metà dell’album è giocata su altissimi livelli, si denota un po’ di pesantezza nella seconda: di certo però pezzi come “System” “Cloud Connected” non possono lasciare indifferenti… Arriva un momento un po’ buio, artisticamente parlando, con un album discusso da molti (specie puristi e fan della prima ora)  e  non all’altezza delle gemme del gruppo: “Soundtrack To Your Escape”, del 2004, dà segni di cedimento e se da una parte ci sono pezzi gradevoli (dimenticando per un momento ciò che erano gli In Flames negli anni ’90, si badi bene), tutto viene appesantito, reso pieno di orpelli (leggi brani inutili e ripetitivi) che vanno ad influire un po’ troppo sul valore totale di questo CD che regala pezzi comunque molto gradevoli come “Dead Alone”“Evil In A Closet” “Superhero Of The Computer Age”, in barba ai detrattori e a chi li accusa di tradimento.

Ritorna però finalmente la luce a due anni di distanza con “Come Clarity”: c’è sempre la parte alternativa, quella imbastardita col nu-metal, ma la qualità è onnipresente e si vola sulle note di un pezzo come l’opener “Take This Life”, così come nella semplice ballata che dà il titolo al CD. Ecco, forse c’è un recupero di certi intrecci chitarristici del passato ormai remoto della band, inseriti in maniera omogenea in un tessuto musicale nuovo. Che dire di “A Sense Of Purpose”, del 2008? Probabilmente segna una piccola inversione di tendenza rispetto agli ultimi lavori targati In Flames di questo periodo in esame, non apportando novità minime e anzi riciclando un po’ ciò che è stato fatto negli ultimi anni e questo porta ad etichettare questo nuovo lavoro non brutto, ma stanco… (Fabio Meschiari)


Oltre il metal: da “Sounds Of A Playground Fading” (2011) a “Battles” (2016)

In Flames Battles 2016

La più recente fase nella storia degli In Flames ha ufficialmente inizio nel 2010 con un evento traumatico per i fan della band, nonché per tutti gli addetti ai lavori del metalbiz: l’abbandono del gruppo da parte del pilastro e unico membro fondatore supersite Jesper Strömblad. In che misura il chitarrista abbia lasciato per combattere i demoni dell’alcool e quanto per i contrasti con gli altri componenti circa la direzione intrapresa non ci sarà forse mai dato saperlo, fatto sta che il primo disco del nuovo corso “Sounds Of A Playground Fading” marca subito una netta differenza rispetto al platter che l’ha preceduto. La proposta del quintetto svedese si ammorbidisce ulteriormente e incorpora influenze pop ed elettroniche; Anders Fridén canta sempre più in clean vocals e le massicce strutture death e metalcore cedono il passo a una proposta nettamente melodica e di immediata assimilazione. Esempi particolarmente significativi della più recente tendenza dell’ensemble sono la title track, il singolo apripista “Deliver Us”, la malinconica “Fear Is The Weakness” o la tecnologica “Where The Dead Ships Dwell”, tutte canzoni raffinate, dalla spiccata componente digital e pensate per un pubblico che va ben al di là dei confini del metal.

Chi già non ha apprezzato l’album uscito nel 2011 troverà poi maggiormente indigesto quello rilasciato tre anni dopo: con “Siren Charms” (2014) i nostri si spingono infatti ancora più a fondo in direzione di un rock alternativo, autoriale e dal sapore indie, risultando a sorpresa più interessanti quando si lanciano in composizioni totalmente originali ed estemporanee piuttosto che quando tentano di scimmiottare il passato melodic death in occasione di alcuni episodi spenti e ormai fiacchi. Proprio a causa di questi ultimi l’esperimento sarà ancora acerbo e riuscito solo a metà: gli In Flames decidono di osare, ma non troppo, finendo per scontentare sia i fan di vecchia data, sia chi li vorrebbe più decisi su questo nuovo percorso.

L’attesa e definitiva metamorfosi non tarda comunque ad arrivare: con l’ultimo lavoro “Battles” il combo di Göteborg si lascia il passato alle spalle una volta per tutte e accetta di essere la band che è ormai diventato. Un ensemble che taglia definitivamente i ponti col metal canonicamente definito per abbracciare sonorità inafferrabili e che si espandono verso tutte le direzioni, personali nel mantenere in ogni caso il marchio del gruppo, ma fresche e mai come ora aperte a sviluppi che valicano i limiti del rock più pesante. Che questo sia solo l’inizio dell’ennesima evoluzione? (Matteo Roversi)

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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