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I 10 album Metal degli anni ’90 da buttare

Da un po’ di tempo a questa parte stiamo cercando di dimostrare come negli anni ’90 ci siano stati tanti album meritevoli di attenzione, e anche tanti da rivalutare. L’argomento è stato oggetto di uno speciale che ci ha permesso di “salvare” lavori come “Load” dei Metallica e “The X Factor” degli Iron Maiden. Tutti contenti insomma. E invece, come diceva Mike Bongiorno, colpo di scena. Contemporaneamente a tutto questo, ci siamo resi anche conto che ci sono altri album dello stesso decennio che, neppure con il passare del tempo, neppure lasciandoli lì a sedimentare, meritano di essere rivalutati e anzi si meritano ancora oggi una sonora stroncatura. Ecco i nostri pareri, buon massacro a tutti.

ANNIHILATOR – Remains (MUsic For Nations, 1997)

Annihilator_-_RemainsPochi dischi sono riusciti a scontentare tutti i fan di una band quanto questo “Remains” prodotto dagli Annihilator (ma sarebbe più corretto dire da Jeff Waters). Incappato in un momento di stallo creativo, con alcuni problemi personali e con una band in totale dissoluzione il magistrale Waters mette in piedi questo progetto tutto da solo, affidandosi ad un drum programming che forse avrebbe voluto dare un taglio moderno alle canzoni (sono questi gli anni in cui l’industrial metal ha fatto ormai breccia), ma che di fatto sa di ripiego più economico. Purtroppo per il nostro amato Jeff ogni cosa in questo album è terribile; a partire appunto dalla produzione troppo asettica e più adatta forse ad un demo di prova che ad un disco rock metal tradizionale. Poco convincenti sono anche le canzoni, spesso adagiate su di un groove totalmente anonimo e prive sia di quel riffing brillante ed inimitabile che delle riuscite linee vocali a cui bene o male gliAnnihilator sono sempre stati associabili. Qui non si tratta di un disco che venne snobbato perché lontano dalla linea precedente, ma di un lavoro prodotto probabilmente in un momento di confusione che forse mai avrebbe dovuto vedere la luce, almeno con il nome Annihilator stampato sulla cover. C’è qualcosa che si può salvare da questa esperienza? Dovreste chiederlo a Jeff, perché per noi qui tutto rimane da buttare e senza alcun indugio (Riccardo Manazza).

BLACK SABBATH – Forbidden (I.R.S. Records, 1995)

A tutte le band blasonate capita di fare un disco brutto e senza alcun dubbio “Forbidden” è il “disco brutto”Black_Sabbath-Forbidden-Frontal dei Black Sabbath. Era il 1995 e la band di Tony Iommi andava incontro a cambi di line-up repentini da una decina d’anni.“Forbidden” riunisce la stessa che nel 1990 diede alle stampe l’ottimo “Tyr” (album invece sottovalutato) ovvero, oltre a Tony alla chitarra, Tony Martin alla voce, Neil Murray al basso e Cozy Powell alla batteria. Il risultato è tuttavia un disco minato da una forte stasi creativa, dove i brani sono semplicemente noiosi e privi di un qualsivoglia slancio che li faccia ricordare. Preoccupante, quando devi portare avanti un nome di una simile levatura. L’opener “The Illusion Of Power”vede la band flirtare con sonorità vagamente “moderne” (termine da contestualizzare, ricordatevi che siamo nel 1995) e ospitare per l’occasione il rapper Ice-T, già avvezzo a collaborazioni con band del settore (Slayer, Motörhead, Pro-Pain). Benchè all’epoca molto criticato, nella sua prevedibilità il pezzo finisce per essere uno dei più dignitosi del lotto, per lo meno un poco intrigante, insieme a “Get A Grip”, dal sound decisamente più metallico e all’epica titletrack, che invece flirta con le stesse sonorità di “Tyr”. Il resto è piatto e scontato, il lentone “Can’t Get Close Enough” è addirittura irritante e si finisce per chiedersi se ci facciano o ci siano. Per alcuni “Forbidden” ha avuto solo il merito di spianare la strada alla già ventilata reunion con Ozzy, In un modo o nell’altro la band doveva recuperare credibilità. Che poi il ritorno del Madman possa aver trasformato i Sabs in un “tributo a loro stessi”, è un altro paio di maniche. (Andrea Sacchi)

KISS – Carnival Of Souls (Mercury Records, 1997)

Carnival Of Souls” forse non è così brutto e indecente di per sé. La sua bruttezza deriva dalla sfortuna, dall’esserekiss carnival of souls nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’album, previsto nel 1996, viene poi abortito per lasciare spazio alla reunion con Ace e Peter, con tour mondiali e il successivo “Psycho Circus” (che in realtà di reunion, ha ben poco). Iniziano a circolare numerose versioni bootleg delle registrazioni, così Mercury decide di pubblicarlo, consapevole probabilmente della buco nell’acqua a cui sarebbe andata incontro. Se con “Revenge” i Kiss erano tornati a incidere grande musica grazie a una virata nettamente heavy, qui Stanley e Simmons si fanno prendere le mano dalle influenze grunge, cercando di cavalcare l’onda emotiva del momento. Inutile dire che il risultato è quantomeno discutibile. Qualche spiraglio di luce c’è. Parliamo di “Rain”, “Childhood’s End”, “Jungle”. Si ha quasi l’impressione però che neanche i Kiss ci credessero veramente. L’album esce quindi in sordina, senza nessun battage pubblicitario, senza video e senza essere eseguito dal vivo. Probabilmente però, con un lavoro differente e una maggiore attenzione, se non fosse accaduta la reunion “Carnival Of Souls” sarebbe potuto essere un esperimento quanto meno interessante (Tommaso Dainese).

Iron Maiden – Virtual XI (EMI, 1998)

iron maiden virtual xiPer gran parte dei maideniani doc, “Virtual XI” rappresenta il passo falso per eccellenza nella carriera della Vergine di Ferro. Il disco fu un insuccesso tale che portò alla cacciata di Blaze Bayley e al pronto ritorno di Bruce Dickinson e Adrian Smith. Tutta colpa dell’ex cantante dei Wolfsbane? Ceto che no! Le responsabilità vanno ricercate soprattutto nella scarsa ispirazione compositiva degli Iron Maiden, in quel momento ai minimi storici. Il povero Blaze infatti, come dimostrato in precedenza e pure in seguito con la propria carriera solista, è pienamente a suo agio in un contesto heavy metal immediato e diretto, ma totalmente fuori luogo sui polpettoni di lunga durata e dalle velleità prog che compongono il presente album. L’inizio con “Futureal” sarebbe anche riuscito e arrembante, ma viene subito stroncato dai terrificanti dieci minuti di “The Angel And The Gambler”, inspiegabilmente scelta come singolo apripista. “Como Estais Amigos” di bello ha solo il messaggio pacifista mentre “The Clansman” sarebbe anche un gran pezzo, ma ce ne renderemo conto solo un paio d’anni più tardi quando Dickinson la canterà dal vivo. Per fortuna l’onta costituita da questo platter verrà ben presto lavata dall’uscita dell’eccellente “Brave New World” (Matteo Roversi).

L.A. Guns – American Hardcore (CMC International, 1996)

l.a. guns American-Hardcore-A differenza di certe band hard rock, che negli anni ’90 fanno spegnere i riflettori su di loro e pubblicano solamente lo stretto indispensabile, spesso con risultati a dir poco discutibili, gli L.A. Guns mantengono una produzione abbondante e, nella seconda metà del decennio, pubblicano addirittura un album all’anno. Definire “American Hardcore” in qualche modo non è facile, soprattutto perchè si ha l’impressione di avere a che fare con un album che più che altro è un episodio isolato. Questo è infatti l’unico album con alla voce Chris Van Dahl, un cantante che ha avuto una carriera talmente fortunata che questo è praticamente l’unico album della sua discografia. Dahl cerca disperatamente per tutta la durata dell’album di variare un po’ il proprio stile, passando dalla voce pulita al growl cercando di apparire disinvolto. Purtroppo, quando uno non ha le capacità, non c’è molto da fare; il problema di Dahl è l’evidente impossibilità di emergere dal mediocre mondo dei cantanti improvvisati, quello del resto della band è cercare di uniformarsi a stili che non gli sono propri. La scissione tra Phil Lewis e Tracii Guns c’è già stata, e la povertà di idee è già evidente. Anche questo album è un tentativo di uniformarsi alle sonorità del tempo, tentativo che fallisce miseramente. Anche facendo lo stretto indispensabile, dato che, ad esempio, non c’è nulla che ricordi neanche da lontano un assolo per tutta la durata del disco, non si va molto in là, e il tentativo di farsi aiutare da qualche effetto sonoro non fa altro che aumentare la confusione. Da dimenticare (Anna Minguzzi).

Megadeth – Risk (Capitol Records, 1999)

Ci abbiamo provato, ma riuscire a rivalutare un lavoro controverso come “Risk” sarebbe un’impresa difficile permegadeth risk chiunque. La verità è che in questo album ci sono anche canzoni che potrebbero essere definite buone, se non fosse che ad interpretarle arriva la stessa band che pochi anni prima aveva stupito il mondo de metal con la propria abilità strumentale e canzoni dalla struttura elaborata. Qui c’è un palese, maldestro, tentativo di spostare il tiro verso il pop rock più mainstream, ma che non si trattasse di una dimensione troppo sincera lo dimostra la carriera stessa del gruppo, che da anni è ormai tornato a proporre sonorità più vicine ai propri esordi e che dal vivo ha cancellato a tempo zero ogni traccia di questo disco. Non di meno ci sono alcune canzoni che pensate in modo diverso avrebbero anche potuto fare la loro figura su un disco dei Megadeth. L’iniziale “Insomnia” ha di suo uno certo grip, così come “Prince Of Darkness”, nonostante qui sia moscia come un biscottino inzuppato nel latte, nasconde qualche potenzialità. Paradossalmente alcune delle canzoni più pop dimostrano come la band sapesse anche scrivere questo tipo di song, ad esempio “Breadline” o “Wanderlust”. Il problema è che i suoni fanno schifo, la voce di Mustaine non c’entra un’acca e fare interpretare ai Megadeth brani tanto lineari è come comprare una Ferrari per farci la spesa in paese. Inevitabilmente da buttare (Riccardo Manazza).

Metallica – ReLoad (Sony Records, 1997)

metallica reloadOriginariamente concepito come doppio album, “ReLoad” doveva essere appunto la seconda parte del predecessore “Load“, uscito poco più di un anno prima. Troppa carne al fuoco. I 13 brani dell’album presentano una qualità decisamente altalenante. La qualità principale di Load fu quella di presentare un lavoro che, al di là della pesante virata stilistica, risultasse organico, senza picchi mostruosi ma ben concepito nel complesso. “Re-Load” invece alterna singoloni tuttora presenti nella scaletta della band, insieme a numerosi brani che sembrano scarti del primo capitolo. “Fuel” rimane senz’altro una mega hit, insieme alla nenia di “The Memory Remains“, ma ci sono troppi filler che annacquano la qualità dell’album. Viene meno la ventata di novità data dalla svolta hard rock dei ‘Tallica che vogliono esagerare e purtroppo in questo secondo capitolo del nuovo corso incappano in un mezzo fallimento. Non un brutto album in senso assoluto ma sicuramente non all’altezza del precedente in termini di songwriting (Tommaso Dainese).

MOTLEY CRUE – Generation Swine (Beyond Music, 1997)

motley crue generation swinePer riparare dalla disfatta (commerciale) di “Motley Crue”, Nikk Sixx e soci richiamano a bordo Vince Neil, cantante storico e originale della band. Le premesse sono quindi un ritorno al sound dei capolavori della band, ma le cose vanno male dal giorno 1. Inizialmente il settimo album dei Crue sarebbe dovuto essere un ritorno alle origini, puro rock’n’roll, con Bob Rock ancora al comando. Rock però viene allontanato pochi giorni dopo l’inizio dei lavori, sostituito da Scott Humphrey a cui si affiancano Sixx e Lee. Mars viene relegato a gregario, Corabi non ne può più ed è a questo punto che si concretizza la reunion. Il risultato è un disastro. La band, spinta da necessità commerciali dettate da Elektra Records, punta tutto su un sound teoricamente al passo con i tempi, più moderno, influenzato dalla musica elettronica, industrial e alternativa. Un pasticcio difficile da digerire. Le chitarre di Mars vengono filtrate e demolite da sintetizzatori, filtri e quant’altro, dando all’album una patina terribile. C’è veramente poco da salvare. “Afraid” è un pezzo che funziona,  con un bel ritornello coinvolgente, insieme a “Beauty”, tra droga prostituzione e le strade malfamate di Hollywood, e “Glitter”, ballata scritta insieme a Bryan Adams (valorizzata nel remix presente nelle successive raccolte). Nell’album è presente anche un remake di “Shout At The Devil”, inutile di per se, ma utilizzato poi dalla band in versione live, con un piglio più aggressivo rispetto all’originale (Tommaso Dainese).

SCORPIONS – Eye II Eye (Eastwest, 1999)

scorpions eye ii eyeDavvero la band che ha prodotto dischi come “Blackout” o “Love At First Sting” è la stessa che apre il proprio nuovo album con un brano di elettro-pop scialbo e impersonale come “Mysterious”? Chiaramente gli anni ottanta sono lontani e dopo il successo planetario ottenuto con un lavoro come “Crazy World” qualche scricchiolio la macchina Scorpions lo aveva già mostrato, ma neanche nei peggiori incubi dei fan ci si poteva attendere un passo falso tanto clamoroso come quello fatto con “Eye II Eye”. 14 canzoni insipide, una produzione che fa sembrare rock duro anche i The Kolors, ma soprattutto una totale mancanza di anima e feeling caratterizzano un’uscita di quelle da film horror. Forse gli Scorpions avranno anche cercato di spacciare questa nuova via come un tentativo di stare al passo con i tempi, ma la verità più probabile è che siano stati semplicemente mal consigliati da qualche manager, tant’è che ben presto Meine e company torneranno ad indossare l’abito più congeniale di attempata hard rock band. Anche provando a riascoltare il disco a distanza di anni non ci viene in mente nulla di minimamente salvabile. Se conoscete una fan della band che riesce ad ascoltare questo disco fategli i complimenti per la fedeltà dimostrata alla causa! (Riccardo Manazza)

SKID ROW – Subhuman Race (Atlantic Records, 1995)

Investiti dall’ondata di nuove sonorità che interessano in modo massiccio il decennio, le band hard rock, e in modoSkid Row-Subhuman Race particolare quelle etichettate in un primo momento come hair metal devono fare una scelta: restare al passo con i tempi oppure mollare il colpo. Come molti altri, gli Skid Row provano a restare al passo con i tempi appesantendo i loro suoni, e il risultato non è minimamente avvicinabile a quanto di buono già tirato fuori. Il terzo album della band sarà anche l’ultimo con Sebastian Bach, che non canta mai in modo ispirato e non sembra molto a suo agio nei panni del metallaro anni ’90. Se la parte iniziale dell’album non è il massimo, ma si può ancora ascoltare, le cose iniziano a precipitare quando si arriva a “Bonehead“, un paio di minuti di riff buttati lì completamente a caso in un tentativo di imitare i Metallica di “Battery” e certo punk poco interessante. Da qui in poi è tutta una caduta libera, con Bach che non entra mai in partita, per usare un gergo calcistico, e che anche quando prova a lanciarsi in qualche acuto, come ad esempio in “Beat Yourself Blind“, sembra quasi avere paura del microfono e non arriva mai neanche al minimo sindacale. Anche il resto della band ci mette il suo, e i brani sono quasi del tutto privi di dinamiche e di espressività dal punto di vista strumentale. I fan non perdonano agli Skid Row il fatto di avere abbandonato le sonorità che li hanno resi celebri, difatti “Subhuman Race” è un po’ come il parente matto rinchiuso in soffitta in certi romanzi dell’Ottocento: si fa finta che non esista e, se proprio bisogna nominarlo, lo si fa a voce bassa, sperando di non farsi sentire da nessuno (Anna Minguzzi).

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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  1. sagana

    Mah, è vero che i dischi citati sono un po’ i punti bassi delle carriere delle rispettive band, tuttavia avrei da ridire su Virtual XI, in quanto a mio avviso personale, è un disco sicuramente migliore ad uscite successive come The Final Frontier o A Matter of Life and Death, che mostrano un gruppo che si ostina a tenere un Bruce Dickinson invecchiato e uno stile musicale che non sono più in grado di sostenere. Comunque concordo con la questione Blaze, lui poveraccio è stato ingiustamente maltrattato per le sue performance, in The X Factor, più che buone e in Virtual XI più che meritevoli. Ah, inoltre come ultimo commento personale, The Clansman dal vivo si dimostrava così tanto una canzone “di Blaze” che risentita da Bruce non mi ha detto niente. Ovviamente non sono qui per criticare l’articolo, che è pure scritto bene, solo per dire la mia, se non si fosse capita 😉 continuate così!

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  2. twinaleblood

    no no no…
    inanzitutto complimenti per la grande quantità di traglia che avete assiemato
    ma…
    se salvate Load, non potete non salvare Reload che peggiore non è. Forse vi serviva il fondino dei metallica per attirare click? Sia chiaro, per me vale molto di più “the memory remains” che oscenità più recenti tipo “unforgiven II”. La verità è che i Metallica fanno ridere adesso che sembrano una cover band di se stessi. In fin dei conti anche subhuman race non faceva coì schifo, però è indubbiamente il picco down degli skid row… praticamente spariti poco dopo dalla scena che conta.

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    • Riccardo Manazza

      Personalmente non trovo “Load” un disco così brutto, almeno sufficiente, mentre “Reload” proprio non mi piace, se non per un paio di brani passabili. E comunque “Unforgiven II” è proprio su “Reload”.

      Reply (in reply to twinaleblood)
  3. SIMONE

    Omestamente “subhuman race” non e un discone ma nemmeno cosi becero….virtual xi ha dei buoni pezzi tutto (a me the clansman e when 2 worlds collide piacciono assai)…io avrei messo anche “load” dei metallica cmq…

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  4. paolo

    Megadeth, risk? se lo avessero fatto altri sarebbe stato un successone; canzoni così se le sognano in tanti in ambito pop rock e… cosa rimane del disco? la prima parte di prince of darkness, grandissima canzone, fa da intro ai concerti dei deth. Mustaine rimane il numero 1 del metal americano, sempre

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  5. andre

    tutta roba (a parte virtual frutto di mera scarsa ispirazione) che risente della merda grunge degli anni 90, tutti a salire su quel carro…ricordo anche un album di ronnie james dio (mi sfugge il nome del cd) dove anche lui aveva fatto lo stesso…
    per fortuna ai tempi i blind guardian facevano ancora album seri, altrimenti ad ascoltare ‘ste schifezze si rischiava di diventare discotecari

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  6. Diego

    Se si riesce ad escludere il fatto che entrambi portano il nome “Metallica”, Load e Re-Load con il senno di poi non sono dei cattivi album (soprattutto paragonati alle ultime produzioni degli ex-Four Horsemen)…se proprio vogliamo inserire in questa classifica un loro album da bannare completamente, questo sarebbe Garage Inc. (St. ANGER si salva solo perché rientra nel nuovo millennio). Comunque in questa classifica manca il peggiore album hard rock di tutti i tempi, che se non sbaglio è stato pubblicato nel 1998 è che risponde al nome di Van Halen 3 con Gary Cherone degli Extreme alla voce…inascoltabile…

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  7. Diego

    Citerei inoltre anche “Hear in the now Frontier” dei Queensryche…

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  8. LUCA

    raga vi siete dimenticati della più grande ciofeca di sempre (e parlo da fan degli extreme come dei van halen) … VAN HALEN III !!!!!

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    • Riccardo Manazza

      E si, in effetti era tra i papabili, ma a conti fatti forse fa così schifo che nessuno ha avuto neanche voglia di riascoltarlo per farci una scheda 😉 🙂

      Reply (in reply to LUCA)
  9. twinaleblood

    Grande Riccardo! Mi hai beccato a sbagliare il numeratore (era il III) e mi hai svergognato!
    Cmq leggo che molti la pensano come me, Reload è più o meno equivalente a Load, ed entrambe non sono discacci osceni. St.Anger non mi è dispiaciuto ma aveva pochissimi assi nella manica, dopo ho smesso di seguire i Metallica. Hai ragione Riccardo, nemmeno ricordo i titoli dei pezzi recenti… su death magnetic c’è qualcosa che mi pare un fade2black parte seconda, ne hanno ftto un clip: mi mette infinita tristezza, ecco cosa intendo per cover band di se stessi.
    Però dal vivo, ancora oggi, valgono sempre il biglietto… gli horsemen!

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  10. twinaleblood

    Ricky, visto che mi leggerai… abbassate un pochino i voti che siete sempre troppo ottimisti! ah ah ah

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  11. ilvinox

    La verità è che di musica i metallari non ne capiscono un accidente. I 2 load dei metallica sono due album veramente fantastici!! Arte con la A maiuscola. Tutti si aspettavano il metal dai metallica e quindi gli han dato addosso, senza saper valutare lo stile messo in atto coi due load che presentano un songwriting di altissima e ribadisco altissima classe, una produzione eccellente e una prova della band stellare su tutti i brani ma su altri ancora di più: Carpe diem Baby, Low man lyrics, prince charming, bad seeds,fixxxer, bleeding me, aint my bitch, untili the sleep vi sembra roba da “passi falso”? capisco i gusti, e secondo i gusti puo piacervi tutto quello che vi pare, però bisogna dare a cesare quel che è di cesare. Ciao ciao!

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