Darkthrone – Under A Transilvanian Metal Thunder – I 15 migliori brani della band

In occasione dell’uscita di “Arctic Thunder”, la redazione di Metallus.it ha deciso di offrire un giusto tributo ai seminali Darkthrone con un’analisi dei loro quindici brani più significativi estratti da (quasi) tutta la discografia. Diciamo subito che, a malincuore, abbiamo dovuto tirare una riga su molte canzoni apprezzate dai fan e anche da noi, ma l’obiettivo dello speciale è quello di soffermarsi su ogni sfumatura dello stile e delle evoluzioni del duo norvegese. In 30 anni di onorata carriera, i Darkthrone sono passati dal death metal degli esordi a diventare uno dei portabandiera di quella scena black metal nordeuropea che nella prima metà degli anni ’90 visse un periodo di creatività straordinaria e grande sviluppo. In seguito, circa a metà dei 2000, eccoli bazzicare i lidi vorticosi di un crust punk fulmineo e narrow minded, per poi dirigersi verso un’ibridazione tra le loro inconfondibili atmosfere e un heavy classico dal flavour epico. Curioso come “Arctic Thunder” presenti, se non un ritorno al passato, un recupero dell’alone “cult” e primitivo del gruppo, che potrebbe diventare un nuovo punto di partenza per il futuro della storica band. (Andrea Sacchi)

darkthrone90


#15 – Valkyrie

“Valkyrie”, a giudizio di chi scrive il miglior brano di “The Underground Resistance”, porta i Darkthrone nei territori dell’epic metal, quello più emozionante, diretto e senza fronzoli. Un pezzo reminiscente dei Bathory, “Valkyrie” inizia con un arpeggio e leggere percussioni per poi mantenersi sul mid tempo e in seguito velocizzarsi. Una canzone dall’impatto emotivo fortissimo dove la voce pulita riesce a coinvolgere nel refrain semplice ma dannatamente efficace. La reprise del tempi medi ci porta verso un finale intensissimo, coronamento di questa gemma epica e highlight di un album che purtroppo non si mantiene completamente su questi livelli. (Andrea Sacchi)


#14 – Circle The Wagons

Meno di tre minuti per la titletrack dell’album che catapulta i Darkthrone nel loro (fino a quel momento) album più classicamente heavy. La band descrive la nuova formula sonora come un incrocio tra punk e metal, ma in Circle The Wagons si assaporano forti reminiscenze dell’epic metal targato 80’s. Alla voce c’è Fenriz che, diciamocelo, rende decisamente più alla batteria, ma che comunque dona un tocco decisamente naif al brano. Circle The Wagons è un brano decisamente riuscito, un manifesto della svolta più classicheggiante dei Darkthrone, mantenendo però quell’approccio necro e punk, da sempre trademark del duo. (Tommaso Dainese)

 


#13 – To Walk The Infernal Fields

Pur nella loro essenziale violenza e con alle spalle la ferma intenzione di recuperare il sound primordiale degli anni ottanta i Darkthrone hanno sempre evitato di copiare pedissequamente o di ripetersi in modo. Un’intelligenza artistica che ad esempio è perfettamente riconoscibile in “To Walk Infernal Fields”. Se infatti l’ombra dei Bathory è ben distinguibile (per usare un eufemismo), sia per la tipologia di suono che per il riffing tagliente, Fenriz e soci riescono a trasformare il vibe originale in qualcosa di ancora più magico e immerso nell’immaginario tipico del gruppo norvegese. Se paragonato al disco prima tutto “Under A Funeral Moon” si dimostra infatti ancora più focalizzato sulla creazione del gelido suono figlio delle foreste del nord e questo brano in particolare si presenta come non loop dal sapore epico e quasi psichedelico che ci accompagna in una narrazione infernale che sa di trasporto mistico e apre a scenari mostruosi. (Riccardo Manazza)


#12 – Too Old Too Cold

Quella che avviene tra il 2004 e il 2006 è probabilmente la svolta più radicale del sound dei Darkthrone. Lasciamo solo due anni prima Fenriz e Nocturno Culto ancora in piena fase black, li ritroviamo nel 2006 con The Cult Is Alive, un album che forse definire black’n’roll sarebbe riduttivo, ma che comunque risulta funzionale alla sua descrizione. Too Old Too Cold è il manifesto di questo cambiamento: una progressiva regressione verso le radici del loro black metal, andando a ripescare le influenze più primordiali. Punk, rock’n’roll, heavy metal, black metal uniti in tre minuti. Il riff d’apertura è veramente memorabile e rimane incollato alla mente come melma nera. “Nothing to prove / Just a hellish rock’n roll freak / You call your metal black / It’s just plastic lame and weak”. Il messaggio dei Darkthrone è chiaro: è solo rock’n’roll. (Tommaso Dainese)


#11 – Under A Funeral Moon

Canzone velocissima, un riff totalitario e vorticoso, blast beats, una sezione ritmica che pare un treno in corsa. La traccia che dà il titolo all’album omonimo del 1993 (ci piace ricordare come la prima metà degli anni ’90 sia stato un periodo di inarrestabile creatività per il gruppo) è pura violenza, è il buio, è la negazione di ogni speranza. A metà del pezzo ecco un rallentamento che assimila le lezione impartita da Hellhammer, Bathory e Celtic Friost, che i Darkthrone rielaborano in un’ottica ancora più lo-fi. E’ solo un attimo, la canzone riprende cruda e cacofonica senza un accenno di sosta, trascinata dallo screaming catarroso di Nocturno Culto. Qui il black metal faceva ancora paura. Per davvero. (Andrea Sacchi)


#10 – Fuck Off And Die

“If you think my pain / Is well preserved / Then go ahead and try / You can fuck off and die”. Niente di più limpido è chiaro. Fottiti e poi muori. I Darkthrone continuano il loro percorso di sperimentazione a ritroso, allontanandosi ancor di più dai canoni black metal che li resero celebri, iniettando nel sound una dose letale di punk nella struttura del precedente album. Il risultato è un brano ancora più scarno ed elementare ma decisamente più black metal nella ferocia e negli intenti di tantissime altre uscite piatte e monocordi, semplici copie di un passato che non esiste più. Alcune band guardano avanti, i Darkthrone si guardano alle spalle e comprendono come il seme del male da cui scaturirono punk e black metal probabilmente fu lo stesso: disagio, noia, impellente necessità di sconvolgere il mondo e i suoi abitanti. (Tommaso Dainese)


#9 – Paragon Belial

Brano estratto da un capolavoro quale “A Blaze In The Northern Sky”, emblematico per intravedere in una oscura sfera nera screziature di death e di questa nuova forma di musica estrema che si intersecano in maniera omogenea per creare il frutto di questa blasfema unione: il black metal. Su un inizio cadenzato si innalza un marcio ruggito e un riff di chitarra si inserisce malevolo: le melodie di chitarra sono la chiave di “Paragon Belial” in quanto si propongono per più volte, diversi e quasi melodici in certi passaggi, di stampo prettamente death, a fare da contraltare alla parte più scabrosa e slabbrata data dalla ritmica e dalla voce. Fondamentale dalla prima nota al finale di batteria in classico stile heavy. (Fabio Meschiari)


#8 – I, Voidhanger

Un testo secco, che controbilancia la musica che si ripete in maniera circolare, come la danza di un sabba intorno a un fuoco che si innalza al cielo: “I, Voidhanger” è ripetuta ossessivamente e ha come uniche variazioni una parte leggermente più rallentata ogni due strofe, che la seconda volta racchiude la ripetizione dei primi versi su uno schema diverso e una parte strumentale con flanger di chitarra che preannuncia l’entrata della secca batteria. Zero fronzoli, proprio come l’album “Plaguewielder” da cui questo brano è tratto. (Fabio Meschiari)


#7 – Unholy Black Metal

Da “Under a Funeral Moon”, un pezzo manifesto come “Unholy Black Metal”: echi di punk nel riffing del break, con un testo satanico al 200% in cui si inneggia all’avanzata delle orde del Maligno tramite la voce sguaiata di Nocturno Culto. Diretta e cattiva, lacerante come i due assoli che la caratterizzano, estrema e blasfema come era il black metal a quei tempi: cattiveria e velocità, perizia tecnica pari a zero ma un tasso di “nero” assoluto. (Fabio Meschiari)


#6 – In The Shadow Of The Horns

Dopo un disco di debutto accostabile alla scena death i Darkthrone tornano l’anno successivo completamente trasformati. Una canzone come “In The Shadow Of The Horns” diventa infatti un vero e proprio tributo al black metal degli anni ottanta, con una venerazione indiscutibile per Celtic Frost ed Hellhammer. Un’influenza che sembrava del tutto dimenticata dalla scena estrema di inizio anni novanta e che invece i nostri riportano in auge attraverso un sound grezzo e minimale, ma sempre carico di feeling ed espressività. La canzone di divide in due parti ben distinte, con i primi minuti occupati da un pesante e ben lavorato mid-tempo che carica al punto giusto, per sfogarsi poi in un finale in accelerazione che diventa sempre più bestiale anche nei vocalizzi isterici. Nasce probabilmente con canzoni così la nuova ondata di black metal nordico che in poco tempo porterà la sua gelida ventata d’odio a spandersi un po’ ovunque. (Riccardo Manazza)


#5 – Cromlech

Primo brano del primo disco intero dei giovanissimi (e ancora senza facepainting) Darkthrone, “Cromlech” mostra chiaramente tutta la sua devozione al death svedese che all’epoca spopolava, con qualche evidente similitudine con gli Entombed/Dismember degli inizi, ma già capace di far intravedere quella atmosfera più fredda che da lì a poco diventerà il marchio di fabbrica dei norvegesi. In quattro minuti il brano mostra parecchi cambi di ritmo, dimostrazione del desiderio di non clonare il più diretto suono di band come i citati maestri svedesi, ma di evolversi partendo da coordinate simili. Sono dei Darkthrone completamente diversi da quelli che diventeranno poi influenti e universalmente conosciuti, ma la discreta tecnica strumentale messa in mostra serve anche per farci capire quanto la svolta successiva sia stata una scelta e non una necessità dovuta a limiti insuperabili. (Riccardo Manazza)


#4 – The Pagan Winter

Cosa ci può essere di più gelido, oscuro e rigido di un inverno scandinavo e di un antico rituale pagano che durante esso può avvenire? Ovviamente un pezzo dei Darkthrone, intitolato appunto “The Pagan Winter”! A tratti velocissima e aggressiva, in altri momenti più incline all’atmosfera e alla teatrale interpretazione di Nocturno Culto, in ogni caso sempre fredda e angosciante, la traccia che chiude “A Blaze In The Northern Sky” rappresenta un altro masterpiece a comporre questo seminale album. Il finale strumentale e arricchito da inquietanti cori, degno di una delle migliori colonne sonore da film horror, è poi la ciliegina sulla torta che rende inimitabile la canzone in oggetto. (Matteo Roversi)


#3 – Quintessence

“Quintessence” è il brano più lungo e rappresentativo di “Panzerfaust”, quinto studio album dei norvegesi, uscito nel 1995 per la Moonfog di Satyr, a cui l’album è dedicato. Un riiff agghiacciante iniziale apre ad un pezzo lento e dal flavour epico ma sporchissimo, su cui si adagia lo screaming dilaniato. Angosciante e fredda, “Quintessence” procede ricorsiva glorificando la figura del demonio, attraverso i suoni scarni e l’approccio minimale degli strumenti, in grado tuttavia di costruire un impatto emotivo fortissimo. La voce procede sofferta e declama un testo (scritto da Varg Vikernes) simile a una preghiera. Break a metà e poi la canzone riprende dopo le urla disturbanti di Nocturno Culto, avvolgendoci tra le fittissime tenebre (Andrea Sacchi)


#2 – A Blaze In The Northern Sky

La title track di quello che è l’album più famoso dei Darkthrone, nonché uno dei migliori della loro discografia, non poteva che essere un capolavoro essa stessa. Pezzo più breve tra i sei proposti nel platter, ma che si attesta comunque sui quasi cinque minuti di durata, “A Blaze In The Northern Sky” è un brano ruvidissimo e dall’appeal primordiale, tanto grezzo e scarno quanto efficace nella sua essenzialità. Dopo appena 50 secondi il forsennato blast beat di Fenriz lascia spazio a un ritmo decisamente più moderato, sul quale si innesta magistralmente la malvagia voce di Nocturno Culto. Le origini del True Norwegian Black Metal devono moltissimo a questa canzone e al disco che ne prende il nome. (Matteo Roversi)


#1 – Transilvanian Hunger

Altra title track, altro pezzo fondamentale per la carriera della band di Kolbotn e per il black metal norvegese tutto. Se però “A Blaze In The Northern Sky” costituiva il brano più breve del relativo lotto, “Transilvanian Hunger” ne è invece la canzone più lunga e impegnativa. La composizione che ci presenta il quarto disco dei Darktrhone è pura sofferenza messa in musica, veloce e tesa dall’inizio alla fine. Fenriz e Nocturno Culto, ormai rimasti i soli membri del gruppo, non lasciano infatti il minimo respiro agli ascoltatori di questa traccia incentrata su riff e pattern ossessivi, ma proprio per questo essenziali nel trasmettere le angosciose sensazioni che il presente album vuole comunicare. (Matteo Roversi)


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tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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