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Dark Lunacy: “The Story So Far” – Tutta la discografia commentata da Mike Lunacy

20 anni di storia sono sempre un traguardo importante. I Dark Lunacy sono sempre stati musicalmente una delle punte di diamante del metal italiano. Una di quelle band che forse avrebbero meritato di più a livello internazionale, in grado però di mantenere alto il vessillo italiano in tutto il mondo grazie alla persistenza del leader e fondatore Mike Lunacy.

L’11 Novembre uscirà il sesto studio album della band “The Rain After The Snow“, un nuovo capitolo che mostra una concreta evoluzione nel sound della band parmense, mantenendo però quell’approccio originale e unico, tipico marchio di fabbrica dei Dark Lunacy. Vista l’imminente uscita e il prossimo importante anniversario, abbiamo raccolto la testimonianza proprio di Mike, con cui abbiamo ripercorso l‘intera discografia della band, dal primo EP “Silent Storm”, fino all’ultimo studio album, attraverso le nostre recensioni e molti aneddoti e ricordi. Buona lettura!

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Iniziamo da “Silent Storm” del 1997, parte da qui la discografia dei Dark Lunacy!

Mike: Silent Storm è chiaramente l’inizio di tutto. Siamo nel 1997, infatti siamo quasi a ridosso dei 20 anni di attività. Nasce come un progetto fine a se stesso, da un incontro tra il sottoscritto e l’allora chitarrista Simone Ferrari. Io avevo delle idee, gliele portai e da lì iniziammo a lavorare insieme. In pratica gli chiesi di musicare delle storie che avevo scritto. Dopo due pezzi capimmo che c’era qualcosa di più sostanzioso e abbiamo iniziato a crederci insieme. Ci mettemmo veramente tanta energia e paradossalmente nacque prima l’EP che il gruppo vero e proprio. Utilizzammo musicisti esterni perché non avevamo in programma veramente di andare avanti. Lui aveva le sue band e io i miei progetti. Invece abbiamo costruito la band attorno all’EP.

Questo diede vita a un sodalizio nato con un intento molto preciso e definito. I musicisti dovevano mettere la loro anima in un qualcosa che era di fatto già stato creato. Il progetto era già stato forgiato. Questo in realtà fu un grosso aiuto perché ci permise di aggregarci molto di più come band, grazie a questa idea centrale forte. E ci permise soprattutto di arrivare a “Devoid”…

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E arriviamo appunto a “Devoid”. Ti leggo un breve passaggio dalla nostra recensione: “Un debutto che definire elegante è quantomai azzeccato. I Dark Lunacy sono un’altra bella realtà, non ci sono dubbi. Colori gotici che sposano aspetti death metal i quali a loro volta si scontrano nelle linee classiche di archi (veri!) che paiono usciti dal Volga. A noi non resta che accogliere nell’anima il freddo della Russia che permea questo disco, lasciandoci increduli nello scoprire che è tutto un lavoro italiano.”

Mike: Intanto grazie. Sicuramente coglie nel segno lo spirito e gli intenti di quell’album. E’ un discorso che faccio anche con Jacopo (Rossi, bassista attuale della band) recentemente. Arrivare all’armonia nella band ti permette di osare e andare oltre; non è qualcosa che va messo hai voti. C’è complicità. Le scommesse di “Devoid” furono due. La prima è l’utilizzo in un paio di pezzi di un coro russo che non avevamo mai sentito prima. La seconda fu quella di sostituire le tastiere, dando  un’impronta più classica al sound, più italiana, riprendendo la storia musicale della nostra città: Parma. Abbiamo quindi sostituito le parti di tastiera e le abbiamo fatte eseguire a un quartetto, senza sapere a cosa saremo andati incontro. La perizia di quei musicisti ci ha aiutato molto e poi è diventato anche un nostro marchio di fabbrica.


Ho recuperato la recensione anche del promo del 2002, “Through The Non Time”, che se non erro uscì per Metal Blade…

Il primo album uscì per Fuel, poi entrammo subito dopo in Metal Blade che acquisì i diritti. Restammo con loro per sei mesi, poi quando fu il momento di riconfermare abbiamo preferito ritornare alla Fuel. Il problema è che se in una major non hanno programmato nulla di speciale per la tua band, rischi di passare in secondo piano. Infatti nel periodo in cui siamo stati con loro non li abbiamo praticamente mai sentiti. E’ stato comunque un bel colpo a livello pubblicitario, ma poi alla fine forse è meglio tornare a livello più artigianale se non ci sono le condizioni.

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Nel frattempo però c’era stato un cambio di bassista

Si ed è stata una scelta difficile e sofferta. Bernard, in arte Harpad, attraversava una serie di problemi personali che non gli consentivano di provare in modo adeguato. Eravamo in una fase in cui dovevamo promuoverci e presentarci al meglio, soprattutto sul palco. Lui purtroppo non poteva fare diversamente e non era in grado di dare il meglio sul palco e con la band. E’ stata una scelta consensuale da entrambe le parti con la promessa poi di ritrovarci in un secondo momento. Poi la storia ha parlato da sola. Lui ha trovato la sua dimensione, continuando alcuni dei suoi progetti, in un ambiente più ristretto. Invece Imer è stata un po’ l’arma in più anche a livello di testa. Da lì il sodalizio è durato qualche anno.

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Arriviamo quindi al 2003 con Forget-Me-Not, con un nuovo bassista appunto e un nuovo video. Un passaggio dalla nostra recensione: “L’innovazione è altrove, questo è dato di fatto, ma convinzione, grande passione e tanta, ma proprio tanta poesia avvalorano di molto il disco dei Dark Lunacy, anche perché, al di là di tutto, alcuni cliché del genere vengono comunque abbandonati di buon grado e si preferisce cercare il teatrale e il cangiante, piuttosto che il malefico e l’oltraggioso.

L’album prosegue sul discorso emotivo intrapreso precedentemente. Considera che per me Dark Lunacy è sempre stato anche uno sfogo personale, qualcosa grazie a cui superare determinati momenti. In questo album il progetto fa un passo in avanti anche musicalmente, andando ad abbracciare alcune tendenze di quegli anni, con tempi molto veloci, molto insistenti insieme a melodie complesse, che in quegli anni spopolavano anche grazie a Cradle Of Filth, Dimmu Borgir e via dicendo. Non abbiamo mai seguito delle orme, alcuni gruppi ci hanno ispirato sicuramente. Qui abbiamo spremuto al massimo l’emotività dei pezzi, dandogli però un’impronta più diretta verso un genere che era quello che andava allora. E’ stata una mossa se vuoi anche commerciale, ma grazie a questo album abbiamo iniziato a prendere piede all’estero, cosa di cui beneficiamo tuttora.

Gods Of Metal - 2004
Gods Of Metal – 2004

Passiamo quindi a The Diarist, concept album incentrato sull’assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale: “I parmensi lasciano da parte le tessiture ultra-tecniche di ‘Forget Me Not’, abbracciando un sound senz’altro sfaccettato ma più orientato verso la drammaticità, verso il pezzo solenne e da ricordare, dando più di una spallata alle direttive del death melodico.

Io reputo quest’album un forte salto di qualità. Viene registrato nel 2005, ma pubblicato nel 2006. A quel punto ormai collaboro con Enomys da quasi 10 anni e insieme riusciamo a sviluppare qualcosa di più solido e maturo. C’è una ricerca più accurata dell’impatto sonoro che volevamo dare. Rispetto al precedente ha tutto un’altro impianto ritmico. C’è sicuramente meno sinfonia, meno parte classiche ma più cori. In una band ci deve essere sempre una scommessa con se stessi quindi ci si appresta a un lavoro nuovo. Volevamo che il coro fosse una parte predominante.

C’è poi un lato emotivo molto forte, legato al tema del concept, appunto l’assedio di Leningrado che io reputo sia una episodio da raccontare nelle scuole. Al di là dell’avvenimento storico, rappresenta un grande episodio di resistenza, non politica ma culturale che rappresenta la personalità di una città. The Diarist poi è stata una cosa talmente grossa da aprire una nuova pagina dei Dark Lunacy.

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A questo punto però la band si stravolge con una line up completamente differente con “Weaver of Forgotten”: “se i Dark Lunacy di oggi lasciano da parte un buon numero di arrangiamenti classici, le canzoni non perdono per nulla il loro spessore, ne escono anzi rafforzate, lasciandosi spesso sedurre da un solfureo alone doom melodico e ricercato e da lievi parentesi elettroniche, lontani echi industriali che potrebbero gettare ulteriori e positive basi di sviluppo futuro

Questo è probabilmente l’album più difficile. C’è uno sconvolgimento totale della formazione. The Diarist ci aveva asciugato e c’era una grande ragione per credere che si potesse andare oltre, facendo un salto internazionale. Poi per una serie di eventi su cui non mi dilungo, hanno fatto sì che l’armonia nella band fosse completamente andata. E se non c’è armonia, fare parte di una band diventa un peso. Dovevamo chiudere. C’è chi diceva che dovevamo chiudere totalmente la band. Io invece, come altri, sostenevo che la storia della band non dovesse finire lì. E’ stato anche un ragionamento personale: quali sarebbero stati i miei rimorsi se avessi smesso in quel momento con i Dark Lunacy? E perché dovrei smettere per il pensiero altrui? Mi presi quindi il rischio di ricominciare da zero ma con il nome Dark Lunacy.
Non volevo fare un disco simile agli altri perché poi il confronto sarebbe stato inevitabile. Ho osato fare una cosa diverso, mantenendo però determinate tematiche. Restava comunque la mia voce che nella dinamica di un disco è importante.

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Arriviamo a “Live In Mexico City”. Prima di tutto come mai in Messico e come mai proprio in quel momento in cui la band cambiò completamente?

In Messico abbiamo sempre avuto uno zoccolo veramente duro di fan. Nel mondo il 70% dei fan sono messicani. E’ una cosa che nasce dalla storia dalla band e in particolar modo dal singolo “Dolls” estratto da “Devoid”. All’epoca ovviamente senza YouTube e cose simili. Di quel brano girammo un video che fu comprato da un’etichetta messicana e trasmesso sulla televisione di stato  messicana per diverso tempo. Il live infatti, sebbene inserito nel tour a supporto di “Weaver”, fu incentrato proprio sul primo album. I messicani vollero che la prima parte del concerto fosse libera, a nostra scelta, mentre la seconda doveva essere completamente dedicata a “Devoid”. E’ una bellissima testimonianza.


Passiamo a “The Day Of Victory”, penultimo album dei Dark Lunacy, uscito nel 2014. Entra Jacopo al basso.

Mike: La line-up di “Weaver” fu fondamentalmente una formazione di passaggio che trovò perfetto compimento solo con “The Day Of Victory” e in particolare con l’arrivo di Jacopo al basso. Lui suonava già in molti dei nostri concerti del tour precedente perché Andy Marchini dei Sadist, che suonò su “Weaver”, non aveva tempo per seguirci sempre.

Jacopo: Con Andy siamo grandi amici. Lui incise “Weaver” nell’estate e la band iniziò a suonare dal vivo prima dell’uscita del disco. A quel punto lui doveva già andare in tour con i Sadist. Mi chiamò e mi chiese se volevo sostituirlo. Durante la promozione di “Weaver” feci praticamente più date io dal vivo che lui, che concluse invece proprio con il concerto registrato per il live in Messico. Poi ci fu un tour in Russia che ho fatto io e poi da lì siamo andati avanti insieme. Ho fatto la mia comparsa ufficiale su “The Day Of Victory” ma la collaborazione nasce da prima insomma.

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Mike: A questo punto abbiamo ricominciato a tornare come agli inizi: una band vera e propria. Più determinata e più consapevole. All’epoca c’erano anche Alessandro Vagnoni e Daniele Galassi, totalmente concentrati sulla band. Facemmo questo album che è un po’ una continuazione di “The Diarist”, sempre incentrato sulla storia russa, soprattutto sul lato bellico. Mentre li parlavamo dell’Assedio di Leningrado e dello spessore delle persone coinvolte nella resistenza della città, qua abbiamo raccontato dell’epopea russa durante il conflitto. The Day Of Victory è appunto il giorno della vittoria, il 9 di maggio dove si celebra la fine dei combattimenti, quando in realtà non vinse nessuno, perché la storia ci insegna che da lì purtroppo nacquero altre cose. La Seconda Guerra Mondiale è stata la cosa più atroce che il Mondo abbia mai vissuto. E’ comunque un racconto storico che parte dal 1940 e arriva al 9 Maggio del ’45. Di grande ispirazione furono i tour russi, soprattutto il primo. Da lì è partito un altro tour in Russia, andammo in Giappone, siamo tornati in Messico, con un accoglienza quasi eroica. The Day Of Victory è stato quel salto in più.

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Mike: Da quel momento ad oggi è emersa sempre di più l’importanza di sentirsi ed essere una vera band. Per me 20 anni di carriera sono un vero traguardo. Non è più un gioco, è più una ragione di vita, che ti accompagna a lungo. Per arrivare a questo, era fondamentale tornare ad essere i Dark Lunacy del ’97. Parlando con Jacopo lui mi ha detto “ho capito cosa bisogna fare, mi voglio mettere al lavoro”. Ha scritto tutto l’album e io ho capito che era esattamente la direzione esatta, la strada giusta. Sono contento perché abbiamo un album molto maturo e completo. Saranno gli altri a giudicare. Personalmente penso sia un percorso di 20 raccontato in un disco. Tanto che ad inizio lavori, Daniele e Alessandro non erano d’accordo. Come feci nel 2010, la musica deve andare oltre al musicista. E il musicista deve interpretare un mondo che ti appartiene: questo era il mondo  che mi apparteneva.

The Rain After The Snow” quindi vede una nuova formazione, senza rimpianti escluso quello umano: siamo sempre stati benissimo insieme, con dei tour meravigliosi condivisi con loro. Rimane un bel ricordo. Ma con i Dark Lunacy si deve far musica di un certo spessore emotivo. E’ stato giusto così e abbiamo riformato quel binomio che fu Mike Lunacy-Enomys di 20 anni fa. Jacopo interpreta il mio pensiero e io poi interpreto la musica che lui mi propone. Oltre a lui ora abbiamo Davide Rinaldi alla chitarra, un ragazzo molto giovane tutto da scoprire ma molto talentuoso, e Marco Binda, batterista anche dei Mortuary Drape; capita che a causa dei suoi impegni non sia sempre con noi. Quando non sarà disponibile, dal vivo avremo Francesco La Rosa di Extrema e molte altre band. Siamo tornati ad essere un bel gruppo!

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tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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