Yngwie Malmsteen – Recensione: World On Fire

Yngwie Malmsteen è ormai diventato talmente borioso da non avere utilizzato nessuno strumento consueto per promuovere “World On Fire“, come se il solo fatto di averlo pubblicato basti a far inginocchiare tutti, ancora una volta, di fronte a lui in perpetua adorazione. Quello a cui si assiste quando poi ci si confronta finalmente con questo lavoro, il ventesimo nella discografia del chitarrista svedese, è semplicemente un uomo che fa sfoggio di se stesso. Malmsteen in questo caso suona non solo la chitarra, ma anche il basso, quasi tutte le tastiere e canta in quei brani, come la title track, che richiedono interventi vocali. Attorno a lui in pratica ci sono solamente un batterista e una sezione d’archi, che era stata sbandierata come una delle novità più grosse di questo lavoro e che invece si limita alle presenze più scontate, cioè ad eseguire quei brani dove musica classica e chitarra elettrica si fondono, e comunque con un ruolo piuttosto marginale.

Una commistione questa che in passato ha prodotto ottime cose, e lo stesso Malmsteen con il suo “Concerto Suite For Electric Guitar And Orchestra” era riuscito a portare alle vette più alte, e che ora sembra un ricordo sbiadito. In questa bulimia di note che è “World On Fire”, bisogna aspettare di giungere almeno a “Lost In The Machine” per trovare finalmente un attimo di tregua e un brano con una melodia riconoscibile e vagamente originale, dove la chitarra sa stare un minimo al suo posto e riesce a non invadere con prepotenza tutto il campo. Lo spazio di un brano, di un intermezzo come “Largo”, e poi si riparte a tutta velocità con un’altra cascata di note in cui ci si può divertire a indovinare quali riferimenti alla musica classica Malmsteen ha inserito nei suoi assoli lunghi come un brano, poi il divertimento finisce. Si torna a respirare con “Nacht Musik”, a chiudere l’album, ma in mezzo ci sono talmente tante note, talmente tanto Malmsteen da tracimare e trasformare la curiosità in noia.

World On Fire” è in sintesi un album uguale a se stesso con pochissime eccezioni, che sembra scritto non per solleticare l’interesse del pubblico (che sembra dato per scontato), quanto per soddisfare un’esigenza del suo autore e basta. Man mano che passano gli anni, Malmsteen sembra diventare sempre più autosufficiente, non ha più bisogno quasi di altri musicisti, figuriamoci preoccuparsi di avere attorno a sè un pubblico in carne e ossa a cui piacere. Basta piacere a se stessi, è questo il messaggio che traspare da ogni raffica di note sparata a tutto gas, e chi se ne importa dei sentimenti, di eventuali emozioni trasmesse e di chi ti ascolta. Se a tutto questo aggiungiamo una produzione non proprio limpida, e anzi abbastanza pesante, abbiamo un quadro completo.

Il consiglio è quello di non prendersela con il buon Yngwie, che ormai sembra ben avviato verso un’involuzione sempre più egocentrica, e di dimenticarsi di questa uscita. Magari ascoltarsela una volta, giusto per dovere di cronaca, e poi di lasciarla perdere. Tanto, a meno che non si ambisca a diventare un suo clone o il suo padawan prediletto, non c’è nessuna speranza che questo disco possa restare nella storia come uno dei suoi lavori meglio riusciti.

yngwie malmsteen world on fire

Voto recensore
5,5
Etichetta: King Records

Anno: 2016

Tracklist: 01. World On Fire

02. Sorcery

03. Abandon

04. Top Down, Foot Down

05. Lost In The Machine

06. Largo – EBM

07. No Rest For The Wicked

08. Soldier

09. Duf 1220

10. Abandon (Slight Return)

11. Nacht Musik
Sito Web: https://www.facebook.com/Official-Yngwie-Malmsteen-15331653478/?fref=ts

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

9 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Ivano Pitrelli

    Sentito…fa veramente schifo. Confuso, inconcludente, senza un minimo spessore. Molto meglio la mia motosega.

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  2. James

    Quanta ignoranza. Se non capite un’artista non recensitelo, non ascoltatelo, non commentate e non scrivete puttanate.

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    • Anna Minguzzi

      Ciao James, io adoro Malmsteen. Credo che dal 1984 al 2000 abbia scritto una valanga di brani meravigliosi, sia strumentali (il primo che mi viene in mente è Far Beyond The Sun) che cantati (sempre il primo che mi viene in mente è making Love). Se però da almeno dieci anni a questa parte non riesce più a cacciare fuori un’idea che sia una e continua a fare album composti da un’unica scala e un unico riff ripetuti per un’ora, credo sia fondamentale riconoscerlo. Lui non si smuoverà di una virgola dal suo stile ormai più che consolidato, ma noi fan saremo stati onesti. 🙂
      (P.S. Dai a me dell’ignorante e poi scrivi un’artista con l’apostrofo. Ops… 😉 )

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  3. MARK HUGE

    ah ah ah …….questa cagata può essere usata dai servizi segreti come tortura o lavaggio del cervello, personalmente questo invasato non indovina un disco da “attack” e sono pure buono …….

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  4. Alessandro Mencarini

    Io direi che l’ultimo grande disco è stato “Facing The Animal” dopo non ne ha più azzeccata una

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  5. Daniel

    è vero che ognuno ha i suoi gusti ma non riuscivo a credere a ciò che leggevo. Ma gli album li ascoltate oppure prima scrivete la recensione e poi fate finta di ascoltarli? “World on fire” non è sicuramente il miglior album di Malmsteen ma è sicuramente un prodotto di qualità, il migliore insieme a “Perpetual Flame” sin dai tempi di “Facing the Animal”.
    Innanzitutto rispetto al disastroso “Spellbound” i brani cantati sono solo 3 ( e ciò è una benedizione ) e peraltro anche decentemente cantati – qui sono rimasto piacevolmente sorpreso. Le strumentali poi sono davvero di qualità, come ad esempio “Duf 1220” , “Nacht Musik” e “Abandon”, che considero eccelsi. Tuttavia anche le altre strumentali sono davvero ascoltabili e sono prive del difetto, che ho riscontrato nell’ultimo Malmsteen..ovvero l’eccessiva prolissità! Questo è un album di ottimo metal neoclassico, che non va oltre i 45 minuti..una manna dal cielo del Malmsteen degli ultimi anni.
    Chiunque dica che l’album è fine a se stesso a mio avviso ha le idee un po’ confuse o è semplicemente affetto dal motivetto reazionario che “gli album di un tempo sono i più belli e che quelli odierni fanno tutti schifo”
    P.S: la massima “e chi se ne importa dei sentimenti, di eventuali emozioni trasmesse e di chi ti ascolta” non sto nemmeno a commentarla per benino..dato che le emozioni sono individuali..

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  6. Giuseppe

    Mah… Io mi sento di dire una cosa: ricordo ancora quando misi sul piatto “Rising Force”, da adolescente affamato di metallo, e quello che fuoriusciva dalle mie Jbl era emozione allo stato puro. Di acqua sotto i ponti ce n’è passata, anche il metallo ne ha fatta di strada. Comunque non stroncherei mai un lavoro onesto come quello dello svedesone. Semplicemente perché lui non deve dimostrare niente a nessuno, fa quello che sa fare e che gli riesce meglio. Se cerco sperimentazione o sorpresa, compro e ascolto altro. Non è la prima recensione simile che leggo su questo album. Lui è così, se la suona e se la canta alla sua maniera, prendere o lasciare. L’album è godibile, è quello che voglio sentire da un album di Malmsteen. Produzione non esaltante? Vengo dal metal primi anni ’80, non serve che aggiunga altro…

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