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Wormwood – Recensione: Ghostlands: Wounds From A Bleeding Earth

“Ghostlands: Wounds From A Bleeding Earth” è il primo e promettente lavoro sulla lunga distanza degli svedesi Wormwood, five-piece attivo da poco più di tre anni e con alle spalle l’Ep “The Void” del 2015. La band propone un black metal melodico dalle forti tinte epiche e folk, una materia sonora di certo non nuova in senso assoluto ma trattata con grande disinvoltura dall’ensemble di Stoccolma, che oltre un valido bagaglio tecnico mostra un songwriting convincente.

Vero è che emergono parecchie similitudini con i vari Negura Bunget, Moonsorrow, Manegarm (anche con i nostri Selvans), ma i Wormwood inanellano dodici tracce semplicemente belle, puntando tutto su di un impatto emozionale che non manca mai. L’oscura opener strumentale “Gjallarhornet” introduce “The Universe Is Dying”, un brano che mostra subito il modus operandi del gruppo. Un black metal anthemico dai riff vorticosi ma che tessono melodie portanti intense e di grande effetto, unito a degli stacchi dal sapore folk che riempiono le canzoni di una giusta dose di romanticismo (nel senso letterario del termine), senza sminuire quella natura epica che racconta gesta e avventure di guerrieri e divinità norrene.

Non mancano diversioni messe al punto giusto per movimentare l’ascolto, come “Silverdimmans Återsken” una sorta di ballata medievale con le chitarre acustiche e la voce femminile, oppure l’ottima “Beneath Ravens And Bones”, una canzone dal mood drammatico dove trionfano le percussioni e vi sono numerose parti di voce pulita.

La band non fa nulla se non indovinare ogni volta la melodia che arriva sottopelle, grazie anche a dei refrain wagneriani e corali e allo sporadico ricorso, come abbiamo già accennato, alla voce femminile e al violino, che si accompagna agli altri strumenti. Quanto basta a rendere episodi come la semi-ballad “Godless Serenade” o la battagliera “What We Lost In The Mist”, degli ottimi esempi di genere.

Se “Ghostlands” fosse uscito nella seconda metà degli anni ’90, in piena fase di contaminazione del black metal con altri universi musicali, avremmo potuto affiancare questo disco ai classici, oggi possiamo soltanto dire “bravi” ai Wormwood, ma ci auguriamo che le loro buone idee continuino ad essere sviluppate nel modo migliore. Una validissima alternativa per chi preferisce il black metal nelle sue vesti più accessibili.

Voto recensore
7
Etichetta: Non Serviam Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. Gjallarhornet 02. The Universe Is Dying 03. Beneath Ravens And Bones 04. Silverdimmans Återsken 05. Tidh Ok Ödhe 06. Oceans 07. The Windmill 08. Under Hennes Vingslag 09. Godless Serenade 10. What We Lost In The Mist 11. The Boneless One 12. To Worship
Sito Web: https://www.facebook.com/WormwoodSWE

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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