Wolf – Recensione: Feeding The Machine

Dopo ben sei anni di pausa tornano a farsi sentire gli svedesi Wolf. Il fatto che la band registri l’ingresso due nuovi membri, ovvero il bassista Pontus Egberg (Dark Illusion, King Diamond tra gli altri) e il batterista Johan Koleberg (anche lui già al lavoro in molte altre band), lascia trapelare che il periodo di inattività è stato superato grazie alla volontà del chitarrista/cantante Niklas Stålvind, evidentemente desideroso di riportare in sella un progetto che sembrava essersi arenato definitivamente. Bisogna da subito sottolineare che il tempo non è passato invano e che i Wolf di oggi non sono la stessa band che avevamo ascoltato con album come “Ravenous” o “Legions Of Bastards”. Pur rimanendo con i piedi ben piantati nel metal diretto e riff oriented di scuola anni ottanta (una sola canzone supera i 5 minuti di durata), i nuovi Wolf declinano la materia attraverso una struttura di brano meno legata ad elementi come velocità ed impatto, preferendo un approccio un poco più variegato, ragionato e, complessivamente, meno immediato. Proprio per questo i fan, desiderosi di nuovo materiale in sintonia con le vecchi uscite, corrono il rischio di fermarsi ad un ascolto superficiale ed etichettare “Feeding The Machine” come poco trascinante ed efficace.

Al contrario, l’album in questione dimostra tutta la capacità di questa nuova formazione di cambiare pelle, pur rimanendo legata alle proprie radici. Quello che riesce bene a Niklas e compagnia è mettere insieme elementi come i riff di chitarra rocciosi e le vocals spettrali dello stesso Stålvind, ma anche una struttura di base caricata di un groove ritmico che non è poi così lontano da band di stampo americano, come ad esempio i Metal Church (giusto per darvi coordinate molto grossolane). Nonostante questo lo stile proposto rimane in qualche modo legato a quell’immaginario più dark che ha la sua origine nella NWOBHM e in particolare in band come i Mercyful Fate o gli Hell, infatti se sulla ritmica l’effetto grattugia si sente eccome, a livello di assoli o parti melodiche la chitarra non manca di ricamare quelle atmosfere oscure che sono facilmente accostabili alle vecchie uscite del gruppo.

Detto ciò, è anche vero che le singole canzoni non sono così simili tra loro, per cui si passa da un “Midnight Hour”, molto melodica e diretta, quasi hard rock, ad una “Devil In The Flesh” che sfiora il power-thrash di stampo U.S.A. (e qui il paragone precedente con i Metal Church ci sta tutto), ad una “The Raven” che è strisciante e maligna nella melodia, quanto veloce e aggressiva nella ritmica. Quello che però conta è la qualità globale e senza dubbio “Feeding The Machine” è un lavoro carico di intensità e personalità. Per quanto mi riguarda un disco heavy metal con i fiocchi.

Etichetta: Century Media

Anno: 2020

Tracklist: 01. Shoot to Kill 02. Guillotine 03. Dead Man’s Hand 04. Midnight Hour 05. Mass Confusion 06. The Cold Emptiness 07. Feeding the Machine 08. Devil in the Flesh 09. Spoon Bender 10. The Raven 11. Black Widow 12. A Thief Inside

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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