Witchcraft – Recensione: Black Metal

Il progetto Witchcraft nasce nel 2000 per volontà del cantante e chitarrista Magnus Pelander, desideroso di omaggiare i suoi idoli Roky Erickson (The 13th Floor Elevators) e Bobby Liebling (Pentagram). Dall’album di debutto del 2004 all’ultima uscita datata 2016, i Witchcraft hanno dato forma ad un atmosferico mix di doom e classic rock che oggi trova una nuova – e assai coraggiosa – sintesi nella austera forma della one-man-band con la quale lo stesso Pelander ritorna a far parlare di sé. Black Metal” è infatti un’avventura acustica di circa trenta minuti, intensa e struggente-ogni-limite nell’interpretazione languida e sofferta del musicista svedese. Mettendo in scena solo un uomo con la sua svogliata chitarra, il disco sceglie di rinunciare all’idea di una qualche orchestrazione, di una resa corale e di un dinamismo che altre band hanno dimostrato di poter proporre anche in versione unplugged (Days Of The New, 1997). L’album canta invece di solitudine e disperazione, odora di un’oscurità pericolosa e rarefatta, si nutre di paure difficilmente descrivibili ed intimorisce con una forma talmente errante che farà sentire molti di noi colpevoli di non saperla comprendere, né apprezzare.

Pling. Benchè l’impalcatura decisamente scarna sia del tutto coerente con l’effetto intimista desiderato, gli spazi nei quali si muove Black Metal” sono decisamente ristretti: i suoni si ripetono, così come le ritmiche, ed i sette episodi sembrano più variazioni molto improvvisate sul tema che non un racconto al quale attribuire una forma di sviluppo narrativo. Note e sospiri si susseguono con esasperante lentezza e (forse) ricercata imprecisione, finendo con l’assottigliare la linea di demarcazione che divide espressione artistica e pura noia: non pare infatti esservi nulla, tra le notti e le note dei brani in scaletta, che – comprimendo il valore del tempo – giustifichi una tale esigenza di contemplazione. I quasi otto minuti di Grow” sono emblematici per giudicare un senso della misura che in questo disco segue coordinate proprie, che vanno immaginate – con notevole sforzo di volontà – al di fuori di ogni canone commerciale. Cosa giustifica una esecuzione tanto prolissa? Cosa di questa canzone non si sarebbe potuto sacrificare per ridurla ad un episodio più coinciso? Cosa troviamo di nuovo, confrontando il primo minuto con l’ultimo? Pling. Difficilmente la ripetizione crea atmosfera, ed in un disco nel quale arpeggi e melodie vibrate si rincorrono su binari sempre uguali, rendendo virtualmente indistinguibile un brano dall’altro, l’unico effetto raggiunto è quello di creare un vuoto pneumatico ed ipnotico che toglie all’ascoltatore – ormai completamente isolato – ogni possibile punto di riferimento. E così finisce che i due tasti di pianoforte appena sfiorati in occasione di Sad Dog” sembrino un complesso passaggio orchestrale, a confronto del resto. Pling.

Non basta lo struggimento più o meno convincente di Pelander per rendere Black Metal” un disco interessante, annoverandolo nella categoria dei “senza voto” giusto per riconoscergli una qualche forma di genialità lo-fi. Così come in un mercato saturo di proposte, dove anche il rock acustico può ritagliarsi un proprio spazio, non basta aver optato per una dimensione estremamente minimal per essere indicati come cantautori. E non basta intitolare un lavoro del genere “Black Metal” per creare un effetto-sorpresa del quale su Black Metal”, appunto, si perde da subito ogni possibile traccia. Sarà perché su metallus.it siamo abituati ad altro, o semplicemente perché siamo sorprendentemente curiosi e mentalmente aperti ma non fino alla soglia dell’autolesionismo, sta di fatto che l’infinita serie di pling pling che accompagnano questi sette lamenti autoriali mi ha fatto pensare più alla pubblicità di un’acqua minerale, che non a qualcosa che potrei tornare ad ascoltare volentieri. Anche solo per il gusto di decidere se provare ad amarlo nella sua sconsolante magrezza oppure dimenticarlo una volta per tutte per la sua languida supponenza.

Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2020

Tracklist: 01. Elegantly Expressed Depression 02. A Boy And A Girl 03. Sad People 04. Grow 05. Free Country 06. Sad Dog 07. Take Him Away
Sito Web: witchcraftswe.com

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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