White Ward – Recensione: Love Exchange Failure

Mai fare il passo più lungo della gamba.

Gli ucraini White Ward sono uno dei tanti gruppi recenti che mischiano sapientemente influenze black/doom metal, post-hardcore e di rock psichedelico con l’uso di accordi in settima minore e di sassofono: troppo facile pensare agli ultimi Talk Talk dell’ormai defunto Mark Hollis. Il loro debutto, “Futility Report”, era un tipico esempio del cosiddetto “post-black” con un concept interessante (un paziente psichiatrico che fugge da un manicomio ma è costretto a fermarsi e lasciare le speranze quando scopre che la stessa situazione accade anche nella vita reale), ma sfruttato male, un segno della mancanza di esperienza del gruppo, ancora composto da musicisti poco più che ventenni: sebbene le strutture progressive dei brani fossero senz’altro lodabili, le stesse lasciavano trasparire una mancata coerenza che si sperava che fosse risolta in seguito.

Bene, adesso è successo il contrario. Con il secondo album “Love Exchange Failure“, i White Ward risolvono un problema causandone un altro. In poche parole, sono quasi del tutto sparite tutte le vecchie influenze progressive e i rimandi al jazz psichedelico (riscontrabili solo nella strumentale “Shelter“), quindi ora ci ritroviamo con un clone dei Forgotten Tomb a base di blast-beat, constante uso di fraseggi in tremolo, ritmiche più lente e una ristrettezza di dinamiche e armonie che fa pensare ad un lavoro fatto di fretta, più concentrato alla produzione che al songwriting. Il trucco stanca dopo un po’, e sebbene possa funzionare in “Dead Heart Confession” (in cui il protagonista ammette di provare piacere nel vedere sofferenza e morte leggendo la  cronaca giornalistica), lo stesso non si può dire nel resto. Un altro punto debole è la prova vocale del bassista Andrey Pechatkin, che ha uno scream così debole e basso di volume che sembra quasi filtrato con degli effetti.  L’album potrebbe anche finire con la prolissa “No Cure for Pain“, ma abbiamo ancora due tracce, un interludio in miniatura che esplode solo nell’ultimo minuto con uno stile vocale vagamente jazz (naturalmente, nessuna delle clean vocals è registrata da Pechatkin) e “Uncanny Delusions“, un’altra semi-ballata basata su due giri d’accordi per 12 minuti, tanto per rincarare la dose.

C’era uno spiraglio di luce nel debutto, ma “Love Exchange Failure” è tutto il contrario di quell’album: ripetitivo, eccessivamente lungo (67 minuti) e carente di spontaneità al punto da suonare lagnoso e ancora più immaturo, mostra che chi pensa in grande non sempre compie una decisione giusta. Mentre le urla si mischiano alla registrazione di un programma televisivo anni 30 alla fine dell’ultima traccia, si ha la sensazione che il gruppo, più che di originalità, manca di gestione, come se dovesse soddisfare un’audience specifica pur potendo fare ben altro, ma solo il prossimo disco determinerà chi ha ragione.

Etichetta: Debemur Morti Productions

Anno: 2019

Tracklist: 01. Love Exchange Failure 02. Poisonous Flowers of Violence 03. Dead Heart Confession 04. Shelter 05. No Cure for Pain 06. Surfaces and Depths 07. Uncanny Delusions
Sito Web: https://www.facebook.com/whitewardofficial/

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Gianamarco

    che voto gli avete dato ? a me sta piacendo .

    Reply

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