White Lion – Recensione: Big Game

Dopo il grande successo ottenuto con “Pride” nel 1987, i White Lion si trovarono di fronte a un problema abbastanza comune in quel periodo, cioè come riuscire ad eguagliare un lavoro di grande successo senza rischiare di compiere passi falsi. Il risultato di questa ricerca esce poco più di due anni dopo “Pride” e, anche se i dati di vendita non eguagliarono quelli del lavoro precedente, anche “Big Game” ha al suo arco una serie di frecce interessanti. Sicuramente, “Big Game” è uno degli album più complessi a livello stilistico nella breve carriera dei White Lion, risente in parte della stanchezza della band, che lo incise in fretta al termine del tour mondiale di “Pride”, e forse proprio per questo a volte viene preso sottogamba.

Il pezzo più noto e primo singolo estratto dall’album è “Little Fighter”, il cui assolo centrale è una delle più grandi magie prodotte dalle mani e dalla chitarra di Vito Bratta. Il testo è ispirato alla storia della Rainbow Warrior, una nave di Greenpeace affondata dai servizi segreti francesi nel 1985 (nel naufragio morì anche un fotografo, che era tornato sulla nave per cercare di mettere in salvo la sua attrezzatura), un episodio che suscitò molto scalpore e che negli anni è stato ricordato più volte da diverse band. Gli altri due brani probabilmente più noti sono “Radar Love”, l’unica cover che i White Lion abbiano mai registrato e incisa in origine dagli olandesi Golden Earring, e “Cry For Freedom”, dove si esprimono ancora una volta le classiche tematiche di molti brani dei White Lion e si invocano pace, libertà universale e liberazione da guerre e razzismi. Poi ci sono i pezzi da rivalutare, come la lenta “If My Mind Is Evil”, la commovente “Broken Home” e la delicata “Goin’ Home Tonight”, mentre nella sua parte centrale l’album perde un po’ di forza. “Big Game” è comunque un album che nel corso degli anni non ha perso il suo fascino e un must per i seguaci dell’hair metal anni ’80, per quanto questa definizione sia sempre stata un po’ stretta ai White Lion. Il sodalizio tra Mike Tramp alla voce e Vito Bratta alla chitarra tocca qui alcune delle punte più alte di un percorso breve ma dai risultati memorabili.

Etichetta: Atlantic Records

Anno: 1989

Tracklist:

01. Goin' Home Tonight" (4:57)
02. Dirty Woman (3:27)
03. Little Fighter (4:23)
04. Broken Home (4:59)
05. Baby Be Mine (4:10)
06. Living on the Edge (5:02)
07. Let's Get Crazy (4:52)
08. Don't Say It's Over (4:04)
09. If My Mind Is Evil (4:56)
10. Radar Love (Golden Earring cover) (5:59)
11. Cry for Freedom (6:09)


anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. andrea

    Mi dispiace ma con tutta la buona volontà e la voglia di una riconsiderazione questo disco (l’ho ascoltato all’epoca) è di un piattume e noia mortale a cui manca la scintilla divina, a parte qualche spunto, in fase di composizione…

    Reply

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