Warbringer – Recensione: Woe To The Vanquished

Dopo un quarto album distante dalle sonorità puramente thrash dei precedenti ed essere arrivati, a metà del 2016, quasi sull’orlo dello scioglimento, non erano poi molte le aspettative su questo nuovo disco… ed invece “Woe To The Vanquished” è in assoluto una delle migliore prove ascrivibili alla nuova generazioni di thrasher che ha animato l’underground negli anni dopo il 2000.

Recuperando in gran parte lo stile vetero-thrash delle prime uscite, ma senza tralasciare la musicalità più marcata che il songwriting maturo del quarto album aveva portato i Warbringer ci fanno letteralmente godere.

Un sound perfetto, in cui tutti gli strumenti pompano all’unisono (e qui gli amanti del basso, strumento non sempre valorizzato nel genere, avranno di che essere felici) accompagna composizioni sempre ben centrate sul formato canzone riconoscibile e che quindi evitano l’effetto accozzaglia di riff spesso lasciato da uscite contemporanee, che nel tentativo di riprodurre lo stile dei vecchi tempi si dimenticano di come negli anni ottanta fosse anche importante costruire delle canzoni attorno ai riff devastanti.

Qui tutto torna, fin dall’inizio di “Silhouttes”, in cui le influenze Bay Area (Exodus su tutti) sono senza dubbio evidenti, ma i Warbringer riescono a piazzare sufficiente personalità e un pizzico di modernità nell’impasto da non diventare copie identiche agli originali. La voce di Jhon Kevill è, ad esempio, uno dei punti di forza, sempre distinguibile e altrettanto potente, pur con quella sporcatura tipica della scuola new-thrash.

Anche la varietà dei ritmi e delle strutture contribuisce alla buona riuscita dell’insieme: la title track è infatti incalzante, ma con parecchi cambi di ritmo, mentre “Remain Violent” è un up tempo tipicamente thrash, ma carico di groove come solo i migliori brani del genere possono essere. “Shellfire” comincia invece dove aveva finito “Silhouttes”, con un riff spaccaossa (e qui esce evidente l’influenza di una band come i Destruction, e del thrash tedesco in generale, da sempre ben presente nel DNA dei Warbringer), ma allo stesso tempo arriva, imprevisto uno stacco più melodico che dimostra come ormai la band sappia gestire a piacimento l’armonia delle proprie composizioni.

Tutto scorre liscio, con canzoni sempre belle e ricche di sfumature, come “Descending Blade” in cui le influenze citate si miscelano ancora una volta ottimamente, oppure la tirata e articolata “Divinity Of Flesh”, che si apre però con un riff chiaramente black metal e continua con una variazione vicina ai Vektor, più un retrogusto melodico vicino allo swedish death. Uno dei brani più riusciti del lotto.

Altrettanto particolari sono, per motivi diversi, “Spectral Asylum” e la lunga, conclusiva, “When The Guns Fell Silent”. Il primo è infatti un brano che comincia oscuro e carico di pathos, sicuramente non banale per il genere, ma anche capace di un’evoluzione ritmica e strumentale in crescendo non del tutto prevedibile e molto accattivante. Il secondo dura ben undici minuti ed è diviso in cinque diversi movimenti, andando così a costituire una vera e propria suite in cui solo marginalmente è presente la parola thrash, visto che la band preferisce in gran parte concentrarsi su parti più melodiche e armonie elaborate, più funzionali allo schema narrativo usato per la canzone in questione.

Al momento siamo di fronte al disco thrash del 2017 e non sarà per niente facile fare di meglio.

Voto recensore
8
Etichetta: Napalm Records

Anno: 2017

Tracklist: 01.Silhouettes 02.Woe To The Vanquished 03.Remain Violent 04.Shellfire 05.Descending Blade 06.Spectral Asylum 07.Divinity Of Flesh 08.When The Guns Fell Silent

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Alberto Capettini

    Bene… ascolto e ti faccio sapere!

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  2. Fabrizio

    Visto che sovente passo da queste parti a criticare e a rompere le palle, mi pare giusto anche fare i complimenti per la bella recensione. Grandissimo disco, in effetti.

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