W.e.t. – Recensione: Retransmission

Quando unisci i talenti di Robert Såll (la “W” dai Work Of Art), Erik Mårtensson (la “E” dagli Eclipse) e Jeff Scott Soto (la “T” dai Talisman) sai già in un certo senso cosa aspettarti: quando ripeti l’operazione per la quarta volta, e hai oliato all’inverosimile un meccanismo che nasce – come per definizione – stilisticamente maturo, la natura del risultato appare così immediatamente chiara che l’ascolto del disco pare avere solamente il valore di una pignola – e voluttuosa – verifica. Il check al quale siamo chiamati si chiama appunto “Retransmission” e vede i W.E.T. alle prese con un rock morbidamente hard, o robustamente melodico: alla sferzata melodica di Scott Soto fanno infatti da contraltare le chitarre e gli assoli di Magnus Henriksson ed il drumming possente di Robban Bäck, creando un equilibrio che fonde in modo interessante l’affilato rock nordico con quello più singer-oriented tipico della sponda atlantica. Complice un riffing relativamente pesante (“The Moment Of Truth”) la prova del sestetto mantiene sempre una bella tensione, una presa salda ed un incidere sicuro, che lo accompagnano lungo una scaletta che al suo interno contempla citazioni ottantiane (come l’incompleta “The Call Of The Wild”, le cui atmosfere mi hanno ricordato “Savage Amusement” degli Scorpions), episodi genuinamente pirotecnici (“Beautiful Game”) ed immancabili quanto prevedibili ballad (“What Are You Waiting For”). 

Se ascoltando e prendendo diligentemente appunti ci si concentra più sulla qualità dei fattori impiegati che non sulla descrizione del risultato finale è perché, se anche gli ingredienti di questa proposta sono di pregevole fattura, la bontà del songwriting passa elegantemente in secondo piano. Tutto è interpretato con gusto e classe cristallina, come prevedibile, ma alla prova degli ascolti ripetuti si avverte uno sbilanciamento che vede gli esecutori prevalere sulle partiture: se interpretate da artisti appena meno ispirati, infatti, nessuna delle undici tracce proposte dall’album potrebbe tradire aspirazioni diverse da quelle di un apprezzabile e dimenticabile mestiere. Se viene quindi confermata l’impressione iniziale, secondo la quale per il trio Såll / Mårtensson / Soto questo progetto costituisce un divertissement gratificante in grado di esaltare la bravura delle sue anime, affiora lentamente il dubbio che a “Retransmission” questo talento serva come l’aria, anche solo per giustificarne l’esistenza: si sarebbe potuto fare di più, è questo che a conti fatti ci si ritrova a pensare, se anche il processo creativo fosse stato appena un poco più coraggioso ed ispirato. 

Il quarto disco dei W.E.T. è ben prodotto ed altrettanto ben suonato perché queste sono condizioni imprescindibili, caratteristiche intrinseche della sua stessa natura: liberi di esprimersi senza forzature, i talenti che ne costituiscono lo scheletro trovano nelle sue ariose trame (“How Far To Babylon”) il terreno ideale per fiorire ancora una volta, protetti da una ripetitività che per l’ascoltatore assume le fattezze artificiali di una serra. Protetti ed allo stesso tempo costretti, si ha allora l’impressione che, giunta alla pubblicazione del quarto disco, per la band il tempo fosse quello giusto per mirare ancora più in alto, cercando di mettere la propria arte al servizio di un’aspirazione più sfrontata e dirompente, di una esplorazione verso l’ignoto, di un percorso in grado di scoprire il brivido di nuove combinazioni, linfe e meccanismi. Se puoi, dopo tutto, perché non farlo. Nell’ascoltabilità suprema ed a tratti rinunciataria (“You Better Believe It”, “How Do I Know” ed una “One Final Kiss” funestata dai tipici oh yeah di quando non hai più molto da dire) di “Retransmission” c’è tanto di buono, ma nulla di davvero raro e prezioso, e la definizione de “il solito bel disco” comincia forse a stare stretta quando con i migliori ingredienti si è sfornata solo una buona crostata, e lo stesso “bello” è un aggettivo talmente abusato da non significare più nulla di autenticamente divisivo, longevo, rilevante.

 

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Big Boys Don't Cry 02. The Moment Of Truth 03. The Call Of The Wild 04. Got To Be About Love 05. Beautiful Game 06. How Far To Babylon 07. Coming Home 08. What Are You Waiting For 09. You Better Believe It 10. How Do I Know 11. One Final Kiss
Sito Web: facebook.com/wetofficialpage

Marco Soprani

view all posts

Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login