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Vulture Industries – Recensione: Stranger Times

I Vulture Industries sono una band che ha il raro pregio di non ripetersi costantemente sulle stesse coordinate. Lo stile da loro proposto, in bilico tra avanguardia, progressive metal contemporaneo, ed anche elementi di quel rock sperimentale che vede personaggi come Devin Townsend e Mike Patton tra i padrini, non è certo qualcosa di totalmente innovativo, ma le modalità con cui i nostri presentano l’insieme risulta comunque personale.

Anche per questa nuova uscita, “Stranger Times”, si può fare un discorso simile. Se avete presente le opere precedenti della band ritroverete facilmente in quanto ascoltato gli elementi soliti, ma la buona qualità espressa nel songwriting fa si che ogni tassello venga poi utilizzato in una chiave espressiva sempre diversa.

Si comincia molto bene con una canzone come “Tales Of Woe”, brano scivoloso e avvolgente che tra sussurri, rantoli e grida riesce a creare perfettamente l’atmosfera che si propone, rimanendo sempre vitale e cangiante. “As The World Burns” attacca con una melodia malata, di chiara derivazione alternative (quasi quasi ci viene in mente una certa dark-wave…), ma in realtà lo sfondo neo-progressive rimane ben rintracciabile, creando così un ibridazione fascinosa.

Strangers” accentua ulteriormente la già presente teatralità e una linea vocale fortemente declamatoria ci trasporta verso un ritornello dal gusto molto prog-rock (solo a me vengono in mente i Marillion?). Comunque sia è il terzo brano consecutivo davvero ottimo.

The Beacon” propone nuovamente con una melodia a metà tra prog e rock moderno, sostenuta da un movimento ritmico sincopato che ci accompagnerà per buona parte della song, in un loop quasi psichedelico (sottolineato anche dagli stravaganti inserimenti della chitarra). Con “Something Vile” arriva qualche variazione; il brano si lascia infatti contaminare da una melodia malinconica che ha lontani parenti nel sound nordico dei Katatonia e simili, ma il cantato ancora una volta quasi epico rimane del tutto riconoscibile e particolare.

Superata la ballata acustica e quasi cantautorale “My Body, My Blood” il disco si avvia verso la conclusione senza alcuna macchia… “Gentle Touch Of A Killer” si aggancia al brano precedente, diventando di fatto l’evoluzione narrativa, mentre gli ultimi due pezzi, “Screaming Reflection” e “Midnight Draws Near” arricchiscono ulteriormente il panorama di elementi vetero rock e di un pizzico di stravaganza avanguardista.

Non so onestamente se ci sia una frangia di pubblico ampia disposta ad ascoltare quanto messo in piedi dalla band norvegese, ma chi ha la curiosità di avvicinarsi ad una musica che possiede una innegabile scintilla creativa, avrà sicuramente modo di trovare spunti interessanti.

Voto recensore
8
Etichetta: Season of Mist

Anno: 2017

Tracklist: 01. Tales of Woe 02. As the World Burns 03. Strangers 04. The Beacon 05. Something Vile 06. My Body, My Blood 07. Gentle Touch of a Killer 08. Screaming Reflections 09. Midnight Draws Near

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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