Vreid – Recensione: Lifehunger

I Vreid, ovvero la fenice nata dalle ceneri dei mai troppo compianti Windir, continuano il loro percorso con “Lifehunger”, ottavo album in studio. Il nuovo lavoro ribadisce fortemente l’intenzione di distanziarsi dal panorama black metal a tutto tondo per abbracciare numerose influenze che oggi li rendono più simili ad acts come potrebbero essere gli Enslaved o i Keep Of Kalessin.

Rispetto al precedente “Sòlverv” (2015), i Vreid sviluppano in “Lifehunger” nuove e coraggiose idee, a partire da un filo rosso positivo che attraversa le liriche, ovvero un’esaltazione della forza e della creatività dell’animo umano. Oltre a questo, il bassista e leader Jarle “Hvàll” Kvåle e i suoi compagni di avventura, si addentrano in territori azzardati con risultati davvero incoraggianti.

Come sia la melodia a farla da padrona lo capiamo già nella breve intro strumentale “Flowers & Blood”, arpeggi di chitarra che tessono note sognanti e di presa, ideale incipit per “One Hunderd Years”, una canzone in cui un black metal molto tecnico e dal taglio epico incontra soluzioni progressive, mostrando una sorprendente orecchiabilità.

La titletrack spinge invece più sull’acceleratore facendo salire sugli scudi il basso tonante del nostro Hvàll, ma ecco che la parte centrale dell’album riserva delle sorprese. “The Dead White” è un tipico brano black’n’roll dal tiro micidiale, mentre “Hello Darkness” butta dentro tutta la malinconia del grunge e di un certo modo di intendere il post rock, complice l’ospitata di Aðalbjörn Tryggvason dei Sòlstafir e del suo particolarissimo tono trascinato.

Ecco però che “Black Rites In The Black Nights”, torna, con un titolo quasi volutamente “narrow-minded”, agli schemi del black epico e “Sokrates Must Die” va anche più in là, rivelandosi il pezzo più veloce e privo di compromessi, con tanto di elementi thrash/death a consolidare il valore del bagaglio tecnico del gruppo. Una menzione per il vocalist e chitarrista Sture Dingsøyr, che si prodiga spesso in assoli dal gusto hard rock rubando la scena a Hvàll nei dialoghi con il basso.

“Heimatt” chiude con una lunga strumentale dai passaggi ricorsivi, forse un po’ prolissa considerando il valore di quanto ascoltato fino ad ora, ma di fatto non intacca la qualità indiscutibile del platter. Una band in costante ascesa, ormai annoverabile a pieno titolo tra i migliori esponenti del black metal evoluto.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2018

Tracklist: 01. Flowers & Blood 02. One Hundred Years 03. Lifehunger 04. The Dead White 05. Hello Darkness 06. Black Rites In The Black Nights 07. Sokrates Must Die 08. Heimatt
Sito Web: https://www.vreid.no/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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