Voivod – Recensioni: The Wake

I Voivod sono la band più ricca di significati di tutta la storia del metal. Punto. Non hanno venduto i dischi dei Metallica e degli Iron, non sono stati seminali come Judas, Black Sabbath o Venom, tecnici come i Dream Theater, e nemmeno “cool” come gli Avenged Sevenfold, ma nessuno meglio di loro sarebbe adeguato a spiegare ad una razza aliena in arrivo sul nostro pianeta che cosa cavolo è questa roba stramba chiamata “musica metal”. In fondo sono stati i primi ad incastrare nel metal più estremo influenze come il prog e la psichedelia, riuscendo a farle convivere con l’attitudine underground e minimalista del punk e della new wave. Hanno creato con il loro stile un ponte virtuale tra universi paralleli, regalando il loro contributo alla storia del black metal con i primi album e suonando thrash violentissimo al limite del caotico, per poi andare, senza mai perdere un grammo di personalità, a scrivere canzoni rock e farsi produrre da Terry Brown. Hanno attraversato con assoluta dignità artistica ogni momento di difficoltà finanziaria o calo di popolarità e sono sopravvissuti alla tragica perdita di quel Piggy che era tassello fondamentale dello stile della band. E non paghi di tutto ciò… tornano oggi con quello che è senza alcuna discussione uno dei loro migliori dischi di sempre, capace di rimescolare le carte per l’ennesima volta, risultando allo stesso tempo fresco, moderno e ben ancorato alle radici musicali degli album storici usciti nel periodo 1987-1993.

La scaletta si apre con l’intensa “Obsolete Beings”, canzone da cui deduciamo subito la fisicità del suono, sostenuto da una chitarra dal timbro crudo e metallico che si amalgama ottimamente con una pasta generale vibrante e molto pulita. Perfetta nel contesto è la voce di Snake, inimitabile, quando c’azzecca (e in questo album ci prende molto molto spesso), nel creare melodie dal percorso armonico particolarissimo. Lo stacco finale rimanda alla classica “The Unkown Knows” e proprio da quelle coordinate bisogna partire per capire la grandezza di “The Wake”.

È questo infatti un lavoro che riporta i Voivod sul terreno del prog metal, contesto nel quale si sono materializzate le loro migliori creazioni, ma senza per questo mancare nel compito di fotografare la band cosi come è oggi. E non potrebbe essere altrimenti, visto che la chitarra di Chewy paga si immancabilmente il suo debito alla grandezza di Piggy, ma siamo pur sempre di fronte ad un artista vero che dal maestro ha imparato per poter poi aggiungere del suo, come ad esempio una maggiore propensione al jazz/fusion. Un risultato evidente in canzoni solide e concettualmente complesse come “Orb Confusion” o la mostruosa “Spherical Perspective” e che in qualche modo era già stato esplicito in “Target Earth”, ma non con questa incredibile qualità complessiva.

E già, perché il vero upgrade rispetto al pur interessante album precedente non sta tanto nella bravura del singolo, quanto nell’incredibile coesione raggiunta dalla band dopo anni di convivenza artistica. Quello che si può ascoltare qui è un lavoro di squadra perfetto che ha portato alla realizzazione in team di brani strutturalmente unici, a volte carichi di tensione e aggressività, così come visionari e melodici. Tanto diversi tra di loro, quanto pervasi da un feeling comune che li marchia indelebilmente.

E chi altri avrebbe mai potuto concepire canzoni come la cupa e sognante “The End Of Dormancy” o la tesissima “Iconspiracy” se non i Voivod? Dirò di più, se non questi Voivod 2.0? Sono infatti brani che si originano non solo delle loro diversificate influenze, ma anche da tutta la sperimentazione effettuata durante gli anni. In pratica i Voivod si sono evoluti utilizzando loro stessi come fonte di ispirazione. Una cosetta da tutti insomma.

Una tesi confermata dal lungo brano finale “Sonic Mycelium”, con cui la band chiude il fantascientifico concept del disco e che musicalmente è uno inconsueto quasi-medley di tutte le altre canzoni, rimescolate e riproposte nel formato di una classica suite prog e che dimostra in modo ancora più puntuale la natura organica del materiale e la compattezza dei musicisti.

Siamo di fronte ad uno dei rari capolavori di questi ultimi anni, superiore sia per singole intuizioni che per visione d’insieme ad ogni altra cosa ascoltata di recente. Un classico moderno dentro il quale si condensano tutta la tensione creativa e la storia artistica non solo di una band, ma di un’intera cultura musicale. Giù il capello.

Voto recensore
9
Etichetta: Century Media Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Obsolete Beings 02. The End of Dormancy 03. Orb Confusion 04. Iconspiracy 05. Spherical Perspective 06. Event Horizon 07. Always Moving 08. Sonic Mycelium

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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