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Voivod – Recensione: The Outer Limits

The Outer Limits”, primo album della band che non vede la presenza del bassista storico Blacky, è uno di quei capolavori sfortunati, portatori sani di un’evoluzione stilistica che aveva cominciato a rinnovare il metal dall’interno e che si è trovata schiacciata negli anni novanta tra l’esplosione dell’alternative/crossover da un lato, e dal difensivista iper-tradizionalismo dall’altro.

Ma che i Voivod non siano mai stati baciati dalla fortuna è fatto arcinoto e in parte è forse anche a questo dovuto il fascino che continuano ancora oggi ad esercitare su di un nutrito numero di fedeli appassionati. Al netto di tutte le possibili sfighe l’album è però qualcosa di ancora oggi meravigliosamente ricco di spunti creativi, figlio di una serie di cambiamenti che avevano ormai portato Away e soci a distanziarsi dalle loro origini più thrash, senza per questo perdere nessuno degli elementi di riconoscibilità (tranne forse la estrazione punk-core, qui totalmente accantonata, come sul precedente “Angel Rat”).

Sin dalla copertina il disco appare infatti come un omaggio alla fantascienza tradizionale, ambientazione ideale per un sound particolarmente pulito e ricco di sfumature, sia ritmiche che armoniche. Tante le canzoni affascinanti, prima fra tutte la vera perla di disco, ovvero quella “Jack Luminous” (in realtà ispirata ad una storia popolare, qui rigirata in chiave sci-fi) che con i suoi diciassette minuti di prog metal sui generis vale da sola il prezzo del disco intero. Oppure “Lost Machines”, altro brano bello storto, che sia addentra nella narrazione meccanica, dissonante e gelida di un mondo sperduto nello spazio in cui sono le macchine ad aver preso il comando.

Attenzione però, non stiamo parlando in generale di canzoni astruse ed iper-tecniche, difficili da capire o anche solo da seguire, ma di una sequenza creativa esposta con lucidità e direzionalità, che in fin dei conti rimane nella maggior parte dei casi decisamente accessibile. Se non fosse per qualche piccolo azzardo appena fuori dai canoni, che è il minimo sindacale quando si parla di Voivod, canzoni come “Fix My Heart” o “One-Way Street” sarebbero infatti potuti addirittura diventare dei buoni singoli per le radio rock e metal dell’epoca. Impossibile non vedere nella scelta di brani del genere anche una richiesta dall’alto (leggi MCA), ma sta di fatto che nulla di quello che si sente su “The Outer Limits” può minimamente diventare fonte di vergogna per l’integrità artistica della band (cosa non certo ripetibile per tutte le altre metal band del periodo).

Anche i momenti più melodici, come la scurissima “Le Point Noir” (ancora una volta una folk story), sono totalmente immersi nell’immaginario misterioso che va perfettamente a braccetto con quanto da sempre proposto dal gruppo. È infatti questo il bello di non aver mai voluto definire dei confini eccessivamente ristretti per la propria arte: la cosa lascia una libertà d’azione che i Voivod si prendono senza troppe preoccupazione. Ancora una volta a far bella figura è, ad esempio, una cover dei loro amatissimi Pink Floyd, quella “Nile Song” che la band innesta di potenza metallica, trasformandola di fatto in una propria creazione. Esperimento largamente riuscito (anche se forse è proprio il brano di partenza a non valere il precedente esperimento di “Astronomy Domine”).

È così che quando il finale del disco ci suggerisce in modo ossessivo il fatto che probabilmente non siamo soli, ovviamente con “We Are Not Alone”, viene subito la voglia di riattaccarci l’incipit di “Killing Technology” e rifare da capo il viaggio appena concluso. Sento giù una voce metallica che mi sussurra… “We are connected…”. Vado.

Etichetta: MCA Records

Anno: 1993

Tracklist: 01. Fix My Heart 02. Moonbeam Rider 03. Le Pont Noir 04. The Nile Song 05. The Lost Machine 06. Time Warp 07. Jack Luminous 08. Wrong-Way Street 09. We Are Not Alone

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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  1. Manuel

    Queso disco è un capolavoro, ma nessuno se lo è filato all’epoca. Peccato

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